Nuove modalità di regolazione delle iscrizioni nelle scuole adottate in Francia che allentano i criteri d’ ammissione finora determinati in base al luogo di residenza; confronto con la situazione italiana ed inglese.

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A chi giova la libertà di scelta della scuola?

La libertà di scelta della scuola è uno dei cavalli di battaglia delle riforme scolastiche che mirano a conseguire un miglioramento dei risultati o delle prestazioni mettendo in concorrenza le scuole tra loro. Il fatto di consentire alle famiglie di scegliere la scuola nella quale inscrivere i propri figli indurrebbe le scuole a migliorarsi, ossia a curare l’insegnamento, ad occuparsi di più e meglio degli allievi, ad attrezzarsi con ausiliari didattici moderni, a proporre corsi nuovi, a prendere iniziative che rendano attraente l’andare a scuola, ad occuparsi di più dei genitori, a spiegare quel che si fa a scuola, a rendere pubblici gli esiti agli esami, e via di seguito. Questo almeno in teoria. Se le scuole non si comportassero in questo modo, se non si prestassero al giuoco, correrebbero il rischio di perdere gli allievi e magari anche di trovarsi senza allievi. In casi del genere la scuola potrebbe anche essere costretta a chiudere i battenti. Questa teoria non fa una grinza a due condizioni: che ci siano moltissimi edifici scolastici non distanti tra loro, e che le scuole dispongano di una reale autonomia. L’articolo presenta le constatazioni fatte in Inghilterra dove si è applicata questa politica su vasta scala e discute le obiezioni che si sollevano in Francia dove si intende rompere con la rigidità dei bacini d’utenza scolastica.

In Italia, le condizioni di ammissione alle scuole non sono un argomento di discussione. I bacini di utenza delle scuole sono stati smantellati senza suscitare nessun dibattito e neppure nessuna ricerca scientifica sulle conseguenze di questa decisione, mentre invece altrove questa questione provoca numerosi reazioni nel corpo insegnante, tra i sindacati dei docenti, a livello politico, tra le associazioni di genitori e nei laboratori di ricerca sulla scuola. In ballo infatti è una questione di giustizia e di equità, il rispetto delle individualità, il ruolo delle famiglie nell’educazione e nell’istruzione, la funzione dell’educazione scolastiche, ovverossia una serie di questioni che spesso fanno a pugni tra loro. In questi giorni la questione è all’ordine del giorno in Francia. Una nota di sintesi delle ricerche e delle riforme sulla libertà di scelta della scuola è stata pubblicata nel gennaio 2008 dalla Veille Scientifique et Technologique (VST) dell’INRP di Lione. La nota è allegata a questo articolo ma si può anche ottenere cliccando [qui->http://www.inrp.fr/vst/LettreVST/32...]. In Francia, il nuovo presidente della repubblica [Nicolas Sarkozy->http://fr.wikipedia.org/wiki/Nicola...] aveva infatti promesso nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2007 di volere modificare la legge che fissa i bacini di utenza per tutte le scuole francesi dell’obbligo scolastico e dei licei per dare alle famiglie una maggiore libertà nella scelta della scuola per i propri figli. Quest’intenzione ha colto di sorpresa l’opinione pubblica ed ha provocato un vivace dibattito nelle cerchie dell’insegnamento. E’ risaputo che in Francia i bacini di utenza non sono rispettati e che le eccezioni sono numerose. Questo succede soprattutto a Parigi dove si ritiene che un buon quinto degli allievi delle scuole secondarie (scuola media e scuole secondarie superiori) frequentano una scuola diversa da quella nella quale per legge avrebbero dovuto andare perché i genitori, con inghippi vari, riescono ad ottenere deroghe ai criteri formali di ammissione. Se a questa proporzione si aggiunge quella degli allievi di famiglie che traslocano da un quartiere all’altro della città o da una zona all’altra per piazzare i figli nella scuola di loro gradimento, allora si può ritenere che circa un quarto degli studenti trasgredisce il sacrosanto principio dell’assegnazione alla scuola situata nella zona di residenza. Le indagini scientifiche su questo fenomeno non mancano. Ci sono prove a iosa che dimostrano la violazione del principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’ingiustizia di trattamento degli allievi da parte delle scuole. Si veda a questo proposito l[’articolo->http://www.rue89.com/ ] molto illuminante di Nestor Romero, che si trova negli allegati, dove si afferma che la questione sociale non è tanto quella di produrre le élite quanto quella di designare le persone che in una società dovranno assumersi i compiti meno nobili e più faticosi nel rispetto dei principi di giustizia. Queste ricerche hanno pure dimostrato che le famiglie che approfittano maggiormente delle deroghe e che chiedono deroghe sono le famiglie benestanti o delle classi medie superiori, oppure le famiglie che conoscono bene le scuole , come le famiglie degli insegnanti. [1] Il vantaggio dei genitori docenti nella scelta delle migliori scuole o delle strategie di scolarizzazione più adeguate per svolgere studi prestigiosi è stato bene illustrato in Francia da Baillon. (1991) [2] In Francia i genitori docenti rappresentano un quinto dei genitori che scelgono una scuola media situata fuori dal bacino di utenza in cui risiedono, mentre la proporzione dei figli di docenti è un po’ meno del 4 per cento del totale delle classi d’età corrispondenti Sono queste le categorie sociali che il candidato alla presidenza della Repubblica coccolava perché facevano parte del suo elettorato potenziale. In questi ambienti nessuno crede, a giusta ragione del resto, al discorso ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione secondo il quale le scuole sono tutte uguali. Occorre anche precisare che la segregazione scolastica non è del tutto imputabile alla scuola. Le politiche sociali concorrono in modo determinante ad accentuare od a ridurre la segregazione nelle scuole, come lo dimostrano in maniera inconfutabile i dati delle tre indagini PISA sulle competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze svolte tra il 2000 ed il 2006. I Paesi con politiche sociali progressiste sono anche quelli che ottengono nei test di competenze dei quindicenni i migliori risultati e quelli che hanno gli scarti meno alti tra i risultati dei migliori allievi e quelli dei più deboli. I sistemi scolastici di questi Paesi sembrano essere relativamente equi poiché riescono a portare i loro allievi deboli a livelli di competenza non troppo distanti da una media nazionale che dal punto di vista comparato è elevata sul piano internazionale. Quindi occorre prestare molta attenzione alle politiche sociali quando si tocca la questione dei bacini di utenza delle scuole. In particolare, un fattore determinante è la politica dell’alloggio e un altro quello delle modalità di regolazione del mercato immobiliare. Per esempio, in Francia e soprattutto nella periferia parigina la speculazione edilizia ha prodotto in pochi decenni danni gravissimi al tessuto sociale, rendendo invivibili interi quartieri. Gli spostamenti della popolazione per trovare condizioni di alloggio appropriate hanno degradato il capitale sociale rendendo la convivenza impossibile. Numerosi nuclei familiari sono fuggiti alla ricerca di alloggi decenti e di condizioni di vita vivibili; al loro posto sono arrivati altri nuclei familiari al bordo della miseria, privi di tutto , disperati, pronti a vivere in appartamenti fatiscenti, a basso costo, pur di avere un angolo in cui rifugiarsi. In queste condizioni, la politica scolastica è alle strette e subisce le conseguenze di fenomeni molto potenti ai quali deve adattarsi. Queste situazioni si incontrano ovunque. Una ricerca scientifica molto interessante a questo riguardo è stata svolta negli Stati Uniti, alla periferia di Detroit, zona industriale, nel 1991. I risultati di questa indagine sono diversi da quelli abitualmente ottenuti in ricerche dello stesso tipo poiché rivelano che i ceti poveri e le minoranze etniche (in particolare, in questo caso, la popolazione d’origine afro-americana) sono particolarmente favorevoli al principio della libertà di scelta. Quest’ atteggiamento è stato del resto riscontrato anche nelle indagine sulle “Charter schools” condotte negli Stati Uniti . Ci si deve quindi chiedere perché questo tipo di popolazione vede di buon occhio la possibilità di scegliere la scuola. Secondo gli autori dell’indagine, questo atteggiamento si spiega con l’esperienza negativa di queste famiglie con la scuola statale. Gli autori di questa indagine concludono sconsolati : “siamo pessimisti riguardo alla possibilità delle politiche impostate sulla libertà di scelta della scuola di ridurre la stratificazione sociale, specialmente nella zona di Detroit... Dobbiamo pertanto trarre la conclusione che l’effetto maggiore dell’attuazione di una riforma imperniata sulla libera scelta della scuola sarebbe un aumento piuttosto che una diminuzione della stratificazione sociale nelle scuole” (Lee,V.E., Croninger , R.G. e Smith, J.B. (1994)). Per la loro povertà, queste famiglie sono costrette a vivere in quartieri abbandonati ed a rischio dove ci sono scuole deteriorate, in pessimo stato, poco curate, di mediocre qualità. La soluzione della scelta è dunque percepita dalle famiglie come un’occasione per sottrarre i figli ad un destino scolastico poco favorevole. Le politiche che promuovono la libertà di scelta delle scuole sono quindi presentate come un mezzo per rendere più equo il servizio scolastico poiché permetterebbero ai ceti poveri della popolazione di frequentare scuole migliori di quelle alle quali avrebbero di norma accesso, specialmente quando si prestabiliscono per ogni scuola bacini d’utenza definiti rigidamente. Questa teoria è sostenuta anche da Chubb e Moe (1990), due autori molto noti negli Stati Uniti. [3] Quest’ultimo argomento è stato ripreso dal neo-ministro dell’educazione francese [Xavier Darcos->http://fr.wikipedia.org/wiki/Xavier...] in una lettera inviata a tutti i presidi ed a tutti i direttori scolatici il 6 giugno scorso ( allegata a questo articolo) per spiegare la volontà del governo di allentare le regole d’iscrizione alle scuole. Darcos conosce bene la scuola: è un ex-insegnante, è stato professore di liceo e di università, ha avuto incarichi ministeriali. Sa che la questione della libertà di scelta della scuola non é da prendere alla leggera. Non ha una concezione settaria della politica scolastica. E’ un pragmatico. Uno che se ne intende. Per lui la libertà di scelta è un problema di rispetto dei diritti della persona. Nella lettera scrive: "Con che diritto potrei rifiutare ad una ragazza di chiedere una deroga per frequentare una scuola nella quale potrà lavorare meglio?". Rassicura i suoi interlocutori: "Non ci sarà nessun scombussolamento . Il fenomeno sarà tenuto sotto controllo. Del resto , finora, non c’è proprio una folla di richieste di deroghe. Le direzioni regionali della scuola non sono affatto sopraffatte dalle domande. I genitori in genere sono soddisfatti delle scuole frequentate dai loro figli". Ci sarebbe un solo caso problematico, già noto in precedenza, ossia quello di Parigi. Questa posizione rassicurante non è del tutto convincente, come lo dimostra il commento apparso in uno dei siti francesi più documentati sulla scuola, [Le Café pédagogique del 6 giugno scorso->http://www.cafepedagogique.net/lexp...].: " Il richiamo ai diritti degli allievi non lascia indifferenti gli insegnanti che lo recepiscono di buon occhio. Ma che ne è dell’equità ? Il ministro dovrebbe infatti porsi la domanda di cosa succede agli altri, a quelli che non chiedono nulla, a quelli che sono rassegnati, o disperati, o scettici o che hanno paura ad esprimersi. L’esempio inglese dimostra che le famiglie povere, per ragioni molteplici, non chiedono di cambiare scuola. Si accontentano della scuola del quartiere. Se non ci si preoccupa di queste famiglie, l’allentamento dei criteri che definiscono i bacini di utenza rischia di beneficiare solo alle categorie più agiate , ai più istruiti, ai francesi "puro sangue" ed a scremare dei migliori allievi le scuole popolari". Questo tipo di reazione è ben descritto nell’articolo del quotidiano Le Monde del 5 giugno sulle stragegie dei genitori per evitare le scuole malfamate (vedasi gli allegati). Che lo si voglia o no, esiste una gerarchia tra le scuole, ben conosciuta nelle famiglie. Le Monde cita il caso di due scuole medie nella città di Asnières che si situa nella periferia Nord di Parigi: una delle due è ritenuta eccellente dalla voce pubblica; l’altra invece è considerata una scuola pestifera, da evitare a tutti i costi. L’autore dell’articolo racconta come la fama di una scuola si gonfia e si diffonde nel quartiere nonché le reazioni delle famiglie, dipsoste a tutto, pur di evitare il peggio. In teoria, l’ampliamento delle opzioni d’iscrizione a una scuola resa possibile dalla libertà di scelta potrebbe ridurre la stratificazione, ma non tutti però possono permettersi di sfuggire al destino: “Ben poche famiglie sceglierebbero d’iscrivere i propri figli in scuole (presumibilmente migliori) collocate al di fuori dalla zona in cui risiedono. Il diritto d’accedere è una cosa, il passaggio all’atto è un’altra. Quando c’è la possibilità di scegliere, il fatto che sono gli studenti prevalentemente più avvantaggiati ad andarsene dalle scuole della zona di domicilio o da quelle del provveditorato ha un effetto avverso su chi resta sul posto. Quando gli alunni delle zone depresse optano per le zone più benestanti, il risultato è spesso finanziariamente catastrofico per le zone dalle quali questi studenti vanno via. In tutti i sensi, questi comportamenti sfociano nel risultato di fare diventare ‘più ricchi i ricchi e più poveri i poveri’, l’essenza della stratificazione sociale” . [4] A questa identica conclusione sono giunti anche Fiske e Ladd [5] nella loro indagine sulla riforma in Nuova Zelanda come lo spiegano Fiske e Ladd nel loro celebre studio sull’autonomia della scuola in Nuova Zelanda. Per terminare queste osservazioni sul caso francese vale la pena rilevare che [i casi in cui una domanda di deroga è consentita saranno alquanto limitati :->http://www.education.gouv.fr/cid517...]: - les élèves souffrant d’un handicap ; - les élèves boursiers au mérite - les élèves boursiers sur critères sociaux ; - les élèves nécessitant une prise en charge médicale importante à proximité de l’établissement demandé ; - les élèves qui doivent suivre un parcours scolaire particulier ; - les élèves dont un frère ou une sœur est déjà scolarisé(e) dans l’établissement souhaité ; - les élèves dont le domicile est situé en limite de secteur et proche de l’établissement souhaité". Il neo-ministro dell’educazione Xavier Darcos ha capito che l’allentamento del bacino di utenza non poteva ’ essere imposto senza contromisure e senza modalità precise di regolazione, pena l’anarchia generale. Darcos ha agito con prudenza. La stessa evoluzione per altro la si osserva in Inghilterra. L’autonomia scolastica e il suo corollario, cioè la concorrenza tra scuole, devono essere regolamentate perché la diversificazione dell’offerta formativa e l’evoluzione della domanda d’istruzione non possono essere lasciate al caso, proprio per evitare gli effetti perversi segnalati dalle ricerche: “ la scelta non ha nulla a che vedere con una politica di laisser-faire da parte dello stato. La scelta, come il mercato, deve essere organizzata, il che implica altre riforme od altri provvedimenti. Si tratta dunque di una politica più costosa di quanto non si creda (in ogni caso di una politica che non ridurrà la spesa pubblica) e che produrrà non tanto una diminuzione quanto un aumento dell’intervento statale” (Meuret, Broccolichi, Duru-Bellat, 2001:274). [6]. E’ quindi paradossale rivendicare la libertà di scelta nell’ambito di una politica neo-conservatrice o neo-liberista che milita per una riduzione della spesa pubblica e dell’intervento dello Stato, perché verosimile una politica della libertà di scelta della scuola avrà effetti opposti. In Italia, in genere, quando si parla di libertà di scelta della scuola si intende tutt’altra cosa, ossia la libertà di scegliere tra scuola statale e scuola parificata. Anche in questo caso, in Italia, il discorso pedagogico è del tutto peculiare perché attribuisce un significato lessicale speciale ad un termine comunemente utilizzato a livello internazionale con un altro significato. Capita dunque che in Italia, quando si parla di libertà di scelta della scuola ci si riferisce a qualcosa di diverso da quello che si pensa fuori dall’Italia. In Italia, la libertà di scelta della scuola è stata introdotta di straforo, in modo implicito, con la soppressione dei bacini di utenza che regolavano l’assegnazione degli alunni agli istituti scolastici nel corso degli anni Novanta. Questa operazione, realizzata senza particolari cautele, è stat completata con la legislazione sull’autonomia scolastica. I bacini di utenza sono scomparsi e per sopprimerli è bastato non più citarli nella legislazione. [In uno dei decreti applicativi dell’autonomia->http://www.didaweb.net/normattiva/s...], quello che regola le disposizioni concernenti la riorganizzazione della rete scolastica, la formazione delle classi e la determinazione degli organici del personale della scuola del 24.07.1998 (Decreto ministeriale del MPI 331), si può constatare che i bacini d’utenza non esistono più perché non sono più citati. Cosa fatta capo ha. E’ quindi successo che in Italia, la libertà di scelta della scuola è stata attuata senza che nessuna legge ne parli, anzi proprio per il fatto che non se ne parla in nessun luogo. [7] A questo punto ci si deve chiedere come mai in Italia questa controversa questione non abbia fatto oggetto di nessun dibattito sulla scuola come se non fosse un problema. Ho intervistato a questo riguardo Rosario Drago, che è uno dei più acuti conoscitori del sistema scolatico italiano ( si vedano per esempio i suoi contributi nel sito dell’[ADI->www.adiscuola.it]), per sapere quando i bacini di utenza in Italia sono stati smantellati. Ecco (con il suo consenso) la risposta che mi ha inviato: "La data della fine dei cosiddetti bacini di utenza (ma questa definizione non è mai entrata in uso nel nostro paese: non esiste nessuna legge che ne parli, salvo i cosiddetti "circoli" didattici che implicavano un certa rigidità nelle iscrizioni) può essere idealmente fissata nel 1999 con l’emanazione del regolamento sull’autonomia (DPR 275), con il quale venne definito il famoso POF, cioè il "piano dell’offerta formativa". Con esso le scuole possono "offrire" il loro prodotto educativo a tutti i potenziali destinatari senza alcun vincolo geografico (salvo la disponibilità di aule, che dipende dall’ente locale, Provincia o Comune). Quello che sta succedendo è inverecondo... ma non se ne può parlare (tanto meno c’è qualcuno che lo studia), perché qui - nelle scuole - hanno tutti la coscienza sporca: sono contro il mercato e le liberalizzazioni, ma gli istituti (soprattutto le scuole secondarie superiori) si fanno una guerra senza quartiere. Le "armi" utilizzate sono le cosiddette sperimentazioni, che ormai non si contano più. Ovviamente, le vittime di questa liberalizzazione all’italiana sono i cittadini che non hanno nessuna difesa contro le contraffazioni e le truffe". Questo parere conferma molte osservazioni e constatazioni raccolte in modo episodico ed impressioni captate nel corso di molteplici conversazioni. Il problema esiste eccome anche in Italia. Anche in Italia si manifestano gli effetti perversi denunciati e misurati altrove, ma in Italia il lassismo che regna sotto il mantello dell’autonomia scolastica fa sì che nessuno se ne preoccupi seriamente. Va da sé che non esiste nessuna ricerca sulla questione avviata dal ministero. Sulla segregazione scolastica indotta dalla pratica della libertà di scelta della scuola conosco una sola ricerca scientifica svolta da Angela Martini e Luciano Rondanini. [8] Probabilmente gli effetti controproducenti sull’equità del sistema scolastico nonché la questione delle disuguaglianza delle opportunità educative prodotte da una libertà di scelta della scuola non regolata è una faccenda che non interessa, perché pochi in Italia ritengono che il sistema scolastico abbia un sia pur minimo effetto correttivo sulle disuguaglianze. Il sistema scolastico è mediocre, non conta molto ed è, nella sua mediocrità, non troppo ingiusto. Questo aspetto del problema è rimasto dunque nell’ombra in Italia dove finora ci si è limitati ad evocare una vaga “libertà di scelta educativa delle famiglie” (comma 1 dell’articolo 4 del regolamento sull’autonomia, D.P.R. 275/1999, come ricordato poco fa da Drago) od a porre il problema della scelta in termini di parità tra scuola statale e scuola privata. La stessa formula è per altro utilizzata nella legge 59/1997 che è alla base dell’autonomia scolastica: “l’autonomia didattica è finalizzata al perseguimento degli obiettivi generali del sistema nazionale d’istruzione, nel rispetto della libertà d’insegnamento, della libertà di scelta educativa da parte delle famiglie e del diritto ad apprendere” (comma 9 dell’articolo 21 della legge 59). Questa formulazione — libertà di scelta educativa — è troppo generica per coglierne le conseguenze sul piano scolastico. La libertà di scelta educativa è una cosa, la libertà di scegliere la scuola un’altra, anche se le due libertà sono in parte articolate tra loro. Per terminare con queste osservazioni sul caso italiano mi sembra, in mancanza di indagini empiriche e di elaborazioni teoriche, che sia impossibile per ora pronunciarsi sull’ampiezza del fenomeno della scelta delle scuole da parte dei genitori e sulle conseguenze di questa pratica dal punto di vista dell’equità del sistema scolastico, delle sue capacità d’innovazione e dell’efficacia per quel che riguarda gli apprendimenti. L’assenza di informazioni e di dibattito su questi aspetti potrebbe indurre a ritenere che in Italia la deroga al principio dell’iscrizione alla scuola in base alla residenza non abbia prodotto nessun effetto significativo, ma questa conclusione non si fonda su nessun dato ed è probabilmente errata, come del resto lo afferma con veemenza Rosario Drago. In Inghilterra il problema è dibattuto da anni. Secondo informazioni molto attendibili riportate dalla [BBC->http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/...] nel gennaio del 2007 , al momento delle pre-iscrizioni nelle scuole per l’anno scolastico 2007-2008, un quarto delle famiglie inglese intendeva chiedere una deroga nella scelta della scuola nella quale iscrivere i proprio figli. Per correggere i difetti più vistosi di questa pratica ed in particolare per neutralizzare, almeno in parte, i rischi di segregazione scolastica, il governo emanò il 10 gennaio scorso un nuovo regolamento sui criteri di ammissione nelle scuole. Questa è la prova indiretta che non si può liberalizzare l’accesso alle scuole statali senza un’adeguata regolamentazione. [L’Istituto britannico di ricerca sulla polica pubblica->http://www.ippr.org/] rese pubblica allora un’indagine [9], assai critica verso il governo, nella quale si dimostrava l’insufficienza delle correzioni proposte. Lo stesso istituto presenta ora il rapporto completo (allegato a questo articolo) sui criteri di ammissione e sulla libertà di scelta delle scuole, in particolare nell’insegnamento secondario (scuole medie e secondarie superiori) ([Institut for Public Policy Research->http://www.ippr.org/research/teams/...;pid=1738]) . Gli autori insistono sull’ importanza politica di questo tema e ne specificano la rilevanza per le politiche scolastiche. I genitori, logicamente, vorrebbero che i loro figli frequentassero la migliore scuola possibile: sanno che le scuole non sono tutte uguali, che ce ne sono di buone e di scadenti. Il sistema scolastico vigente non è in grado di assicurare un servizio scolastico di qualità equivalente ovunque e probabilmente non si arriverà mai a realizzare questo obiettivo. Ci saranno sempre parti del sistema scolastico eccellenti che coesistono con altre invece mediocri e ci saranno quindi genitori che sapranno approfittarne ed altri invece no. L’ingiustizia sarà permamente. La si potrà forse in parte correggere, ridurre, ma finché il sistema scolastico statale resterà quello che è, non ci si deve troppo illudere su questo punto. Per queste ragioni, la scelta di una scuola è ogni anno un rompicapo per le famiglie che mettono in atto strategie stressanti per evitare quel che ritengono il peggio, con momenti di tensione elevata quando i posti nelle scuole vengono assegnati. Talora sono drammi. Ogni anno poi ci sono scuole sovraffollate o con liste d’attesa lunghissime e scuole che perdono allievi e che si dovrebbero chiudere. Questa situazione sta diventando insostenibile. La relazione dell’IPPR affronta i temi seguenti: - Come funziona il sistema attuale in Inghilterra? - Quali sono gli obiettivi? - Il sistema vigente permette di conseguire questi obiettivi? - Proposte per migliorare il sistema. I risultati di un’altra ricerca sullo stesso argomento (il che dimostra l’attualità e l’importanza della questione) sono stati recentemente pubblicati in Inghilterra School Choice and Ethnic Segregation. Educational Decision-making among Black and Minority Ethnic Parents. Questo secondo studio a cura della Fondazione Runnymede Trust, un ente indipendente di ricerca sulle politiche, che si occupa in modo particolare delle minoranze etniche nel Regno Unito http://www.runnymedetrust.org/ ,giunge a conclusioni analoghe a quelle dell’IRRP: nelle scuole inglesi la segregazione etnica è aumentata e l’eterogeneità sociale è diminuita. Questa ricerca tenta di capire perché le famiglie delle “minoranze visibili” non hanno approfittato delle nuove regole che hanno liberalizzato in parte la scelta della scuola. Svariate ragioni concorrono a spiegare questo fenomeno. Talune riguardano la vita familiare: per delle famiglie povere e numerose è più semplice inviare i figli nelle scuole del quartiere piuttosto che cercare una scuola su misura. La popolazine di recente immigrazione quando ha figli da scolarizzare li iscrive sempre nella scuola locale. Ciò succede anche per potere stare assieme in un ambiente estraneo e percepito come ostile. Per altro, le pratiche burocratiche da effettuare per chiedere una deroga sono dissuasive perché troppo complicate. La ricerca conferma quanto osservato altrove, in altri contesti amministrativi: i genitori dei ceti poveri sono spesso incapaci di esercitare il diritto di scelta. C’è uno scarto rilevante tra le loro aspettative scolastiche e la scuola frequentata dai loro figli. La ricerca dimostra che l’argomento a favore di una maggiore permeabilità dei bacini d’utenza e di una più grande libertà di scelta della scuola fatto valere da Chubb e Moe negli Stati Uniti o dal neoministro dell’educazione francese Xavier Darcos non tiene. Non è affatto vero, secondo questa nuova ricerca britannica, che a beneficiarne siano soprattutto le famiglie meno abbienti. La libertà di scelta della scuola per altro autorizza indirettamente le scuole a scegliere gli studenti e le incita ad entrare in concorrenza tra loro per non perdere studenti. Questo provvedimento non riduce le disuguaglianze sociali d’istruzione; al contrario, le accentua. L’esperienza inglese suggerisce che nel regime dell’autonomia occorre assolutamente disciplinare le procedure di ammissione, se si vuole evitare di accentuare le ingiustizie scolastiche, la ghettizzazione delle scuole e le difficoltà di gestione degli istituti scolastici. Le procedure devono essere trasparenti e devono basarsi su criteri oggettivi; esse devono prendere in considerazioni le conseguenze che subiscono le altre scuole o gli altri alunni della zona.

[1] I genitori docenti sono l’archetipo di queste famiglie perché sono i meglio informati sulla qualità delle scuole, conoscono i meccanismi di selezione, sanno quali sono i fattori determinanti del successo scolastico e sono quindi in grado di attuare raffinate strategie di scolarizzazione che la gran massa di genitori non riesce nemmeno ad immaginare. Sono soprattutto loro ad approfittare della libertà di scelta.

[2] Baillon, R. (1991): La bonne école: évaluation et choix du collège et du lycée. Paris, Hatier

[3] Chubb, J.E. e Moe, T.M. (1990): Politics, Markets, and America’s Schools. Washington D.C., The Brookings Institution

[4] Lee,V.E., Croninger , R.G. e Smith, J.B. (1994): Parental Choice of Schools and Social Stratification in Education: The Paradox of Detroit, in "Education Evaluation and Policy Analysis", 16 (4), p. 450

[5] Fiske, E.B. e Ladd, H.F. (2000): When Schools Compete: a Cautionary Tale. Washington D.C., The Brookings Institution

[6] Meuret, D., Broccolichi, S. e Duru-Bellat, M. (2001): Autonomie et chois des établissements scolaires. Dijon, Les Cahiers de l’IREDU, Univerité de Bourgogne, no. 62

[7] In una comunicazione personale, Angela Martini dell’IRRSAE del Veneto, mi segnala che la sanzione formale del principio della libertà di scelta dell’istituto scolastico dove iscrivere i propri figli da parte delle famiglie si trova già nella “ Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27.01.94: Principi sull’erogazione dei servizi pubblici ” dove, relativamente ai settori di erogazione di “ servizi pubblici ” si afferma tra i principi fondamentali il “ diritto di scelta ” fra i “ soggetti erogatori ”. Benché non si faccia nessun riferimento esplicito alla scuola, in base ad altri provvedimenti di legge, fra i quali il D.P.C.M. del 19.5.1995, si può ritenere che l’istruzione , assieme a sanità, assistenza e previdenza sociale, comunicazioni, trasporti, energia elettrica, acqua e gas, sia un servizio pubblico per il quale vale il diritto di scelta che tra l’altro riguarda, sempre in base ai testi citati, in particolare, soprattutto i servizi distribuiti sul territorio.

[8] Martini Angela, Rondanini Luciano: Un rischio di separazone etnica strisciante?. In: USR-IRRE-Regione Emilia-Romagna, Una scuola alla prova, Rapporto regionale 2005 sul sistema d’istruzione e formazione, Cap.6: Tanti colori nella cartella, pp. 161-166

[9] "Fair choice – choosing a better admissions system" a cura di Sarah Tough e Richard Brooks , Institut for Public Policy Research (IPPR)->49

Les documents de l'article

School_s_selecting_BBCNews.pdf
Carte_scolaire_LeMonde.pdf
Carte_scolaire_et_inegalites.pdf
Lettera_Flash.pdf
schooladmissions.pdf
VST_Carte_scolaire.pdf