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La transizione dalla scuola al lavoro

La transizione dalla scuola al lavoro è uno dei temi scottanti delle riforme scolastiche quando la politica si occupa del futuro delle nuovo generazioni. Questo è anche un grattacapo della politica scolastica italiana. Si è scelto decenni fa di trasferire tutta la preparazione al lavoro al servizio scolastico e si comincia a capire che questa opzione non funziona perché produce un gran numero di di giovani disoccupati che non trovano una sistemazione nel mondo del lavoro e una proporzione levata di giovani che appena possono abbandonano qualsiasi formazione e si arrabattono per vivere in mille modi. Qui non si parla del mondo del lavoro che ha pure le sue responsabilità. Ci si concentra su quello scolastico.

Il capitale umano

La teoria del capitale umano ha enormemente influenzato le indagini sulla transizione dalla scuola al lavoro , sull’incidenza del livello d’istruzione rispetto al PIL , sulla crescita economica in funzione del livello d’istruzione della popolazione e sul benessere prodotto da una maggiore istruzione. Quest’impostazione ha dominato le politiche scolastiche e le riforme scolastiche di questi ultime cinquant’anni. Lo sviluppo dell’istruzione è ritenuto come uno dei fattori determinanti della crescita e dello sviluppo economici.

Le principali organizzazioni internazionali come l’Unione Europea, l’OCSE, la Banca Mondiale hanno sfruttato il quadro teorico del capitale umano e lo hanno propagandato producendo montagne di statistiche. L’indagine PISA e l’indagine PIAAC patrocinate dall’OCSE, le valutazioni internazionali su vasta scala sono nate nell’ambito di questa teoria e sono state concepite in funzione di questa teoria. Nel documento dell’OCSE qui presentato in inglese e che si può scaricare cliccando qui si critica la pertinenza dell’associazione sviluppo economico-istruzione con il caso della Nuova Zelanda. Si tratta di un documento raro, che apre gli occhi sulle conseguenze di una teoria dell’istruzione al servizio esclusivo degli interessi a corta scadenza del mondo economico. Il documento è stato approntato nella Direzione dell’economia dell’OCSE e non in quella dell’educazione. Dunque all’interno dell’OCSE non esiste unanimità di punti di vista. Di per sé nel documento non si formulano posizioni radicalmente diverse da quelle difese nelle analisi delle indagini sull’educazione e si patrocina in modo esplicito l’ indirizzo dominante da svariati decenni della teoria del capitale umano.

Questa nota è un riassunto del documento originale di 62 pagine, che va citato con la seguente referenza :

Bibbee, A. (2013), “Improving School-to-work Transitions in New Zealand”, OECD Economics Department Working Papers, No. 1087, OECD Publishing.

 

Il caso della Nuova Zelanda

 

Il documento analizza il caso della Nuova Zelanda che ha uno dei mercati del lavoro più flessibili tra i trenta e più paesi membri dell’OCSE. Per altro, i risultati dei quindicenni e dei tredicenni neozelandesi nei test internazionali comparati di "literacy", ossia di capacità di lettura misurata con la comprensione di vari tipi di testi scritti, di cultura matematica e scientifica sono tutt’altro che pessimi. Quindi si deve concludere che in Nuova Zelanda coesistono una buona scuola di base, forme eccellenti di transizione dalla scuola al lavoro e un mercato del lavoro ben regolamentato.

 

Un servizio d’istruzione ingiusto

 

Non tutto però fila liscio. Infatti la varianza tra studenti che conseguono risultati eccellenti nei test e studenti che invece conseguono punteggi bassi è assai alta. Il servizio scolastico neozelandese non è equo. La dispersione scolastica è rilevante come pure la disoccupazione giovanile. Quindi qualcosa non va. Questo è un problema politico che riguarda sia il servizio d’istruzione che il mondo del lavoro. L’autrice del documento propone di curare maggiormente, sia per ragioni economiche che sociali,  la promozione del capitale umano, soprattutto quello delle minoranze etniche [1] .L’autrice sostiene che sarebbe utile a questo riguardo migliorare la qualità dell’istruzione, prestare maggiore attenzione alla diversità delle esigenze degli studenti e alle modalità d’apprendimento per ridurre la dispersione scolastica. Se ne deduce che il servizio scolastico neozelandese come molti altri è assai uniforme e che la personalizzazione dell’istruzione resta un problema. Anche in Nuova Zelanda il servizio scolastico è modellato secondo gli schemi inventati nel XIX secolo. Si tratta di un sistema obsoleto che deve essere ripensato ma questa funzione non è affatto semplice. Le riforme scolastiche sono difficili da attuare soprattutto se il servizio scolastico, come è il caso della Nuova Zelanda, serve molto bene ai figli delle famiglie agiate e della maggioranza che detiene il potere politico, economico, finanziario e culturale.

 

Competenze divergenti

 

Uno dei problemi scottanti è apparentemente la divergenza esistente tra le competenze curate dal servizio scolastico e quelle richieste dagli imprenditori e dal mondo del lavoro. 

 

 

L’apprendistato dei minori

 

 

Anche in questo documento si sottolinea la bontà dell’istruzione duale oppure , altrimenti detto, dell’alternanza scuola-lavoro per ridurre il gap esistente tra queste due opposte visioni della formazione.

 

 

Dunque nulla di eccezionale in questo documento ma solo conferme. Se non si muta l’impostazione del sistema d’istruzione, se non si cambia scenario nella scuola, allora vale la pena favorire lo sviluppo dell’apprendistato dei minori. Una formazione professionale esclusivamente scolastica non risolve i problemi sul tappeto, ossia né la disoccupazione giovanile né la dispersione scolastica. 

 

Il documento sfrutta le informazione contenute nell’analisi dell’economia neozelandese svolta dall’OCSE nel 2013  [2] .

 

La promozione dell’apprendistato dei minori è un tema classico dell’OCSE. Ci sono anche svariate prove della relativa validità del modello sia da un un punto di vista economico che sociale.L’OCSE ha più volte invitato il governo italiano a studiare questa opportunità ma finora in Italia si è fatto ben poco a questo riguardo.

 

[1] Si pensi qui per esempio agli aborigeni o ai Maori

[2] Il documento in inglese può essere consultato cliccando qui