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Il quoditiano Libération del 12 marzo 2007 pubblica un’analisi comparata dei progetti per la scuola dei tre pincipali contendenti alla presidenza della Repubblica (l’elezione a due turni si svolgerà il 22 aprile ed il 6 maggio), ovverossia Nicolas Sarkozy, Ségolène Royal e François Bayrou. L’articolo è firmato da François Piketty, uno dei bravi economisti francesi dell’educazione, direttore di ricerca alla EHESS, molto noto in Francia per le sue analisi della politica economica, che da alcuni anni a questa parte si occupa regolarmente di scuola con prese di posizione documentate e spesso controverse.

I programmi dei tre principali candidati all’elezione presidenziale sono alquanto magri. In termini sportivi si direbbe che hanno il fiato corto. Danno per scontato l’immobilità del sistema scolastico attuale e non rimettono in discussione l’impianto centralistico della scuola francese con il suo stranissimo sistema di formazione superiore, che comprende da un lato le università, scuole povere, e dall’altro le scuole elitarie ( come per esempio in Italia la Normale di PISA), nelle quali si entra con concorsi, iperselettivi, e nelle quali si formano i dirigenti del paese, ogni scuola essendo tra l’altro specializzata in un determinato settore: l’amministrazione, l’esercito, la diplomazia, l’insegnamento universitario, l’economia, ecc. ecc. C’è una grande differenza tra questi programmi e le riflessioni in corso negli Stati Uniti in vista dell’ elezione presidenziale del 2008 (ad un anno di distanza da quella francese), come per esempio le proposte elaborate per i candidati alla presidenza dal centro di ricerca Education Sector. Eppure il sistema scolastico francese avrebbe bisogno non solo di qualche ritocco, ma di una profonda riforma che nessuno osa intraprendere.

Da questo punto di vista, checché ne dica Piketty, la proposta più radicale è quella di Nicolas Sarkozy, per quanto constestabile sia. Piquetty dimostra che il programma scolastico di Sarkozy non è convalidato dalle prove, numerose, fornite dalla ricerca scientifica sulla scuola. La competizione tra scuole, la liberalizzazione del mercato scolastico, la libertà di scelta della scuola, i buoni scuola, non hanno dato i risultati sperati. Con questi provvedimenti la scuola non migliora e le disuguaglianze non diminuiscono. La ricetta di Sarkozy non è credibile, è dunque sbagliata perché è smentita dalle prove dei fatti. Per conseguire gli obiettivi proclamati dal candidato Sarkozy ci vuole dell’altro.

Da un punto di vista conservatore, la legge americana NCLB (No Child Left Behind) è molto più coraggiosa, innovativa, intraprendente. Le proposte di Sarkozy non sono sincronizzate con gli obiettivi. Sarkozy vuole innovare ma sforna proposte superate e messe alla prova altrove da decenni, i cui effetti sono stati per altro anche misurati. La strategia di Sarkozy è obsoleta, copia formule non valide, importa modelli spurii. Il suo programma scolastico è debole, manca di una riflessione che tenga in considerazione non solo i risultati delle ricerche scientifiche sulle politiche scolastiche e sugli apprendimenti, ma anche gli scenari che faranno da sfondo alle politiche scolastiche, come per esempio l’apparizione di nuove tecniche di governo della popolazione che possono fare a meno della scuola oppure lo sviluppo di tecniche di trasmissione ed accesso alle conoscenze che sconvolgeranno la cultura libraria sulla quale si fonda il sistema scolastico vigente, tralasciando poi di menzionare le trasformazioni che stanno trasformando da anni il mondo del lavoro, come per esempio la moltiplicazione dei lavoratori non qualificati, di cui si parla per esempio nello stesso numero del quotidiano Libération. [1]

Il prossimo presidente francese, uomo o donna che sia, dovrà pilotare la politica scolastica governativa che avrà a che fare con sfide molto più complesse di quelle che in filigrana i candidati hanno preso in considerazione. questo giudizio vale anche per le proposte di Ségolène Royal che raccolgono le simpatie di Piketty. Royal non commette gli errori di Sarkozy, mira giusto in un certo senso ma dà per scontata l’intangibilità del sistema scolastico e dell’istruzione. Il suo progetto è un’operazione di conservazione, perché non è privo di calcoli elettorali. Proponendo di concentrarsi sulla popolazione scolastica più debole, di raddoppiare le risorse per le scuole delle zone più diseredate, di ridurre in modo sensibile la media di alunni per classe, si guadagna magari il voto degli insegnanti, si ricevono gli applausi e qualcosa d’altro da parte dei sindacati degli insegnanti, ma non si va molto lontano. Anche il programma di Ségolène Royal, che è un programma che potrebbe valere per il prossimo decennio, è poco lungimirante.

Riporto l’articolo di Piketty in francese nonché l’indirzzo URL delle pagine di Libération dove si può accedere a questa documentata analisi comparata dei programmi di tre candidati alla presidenza dell Repubblica Francese. Per lo meno, nessun candidato propone il ricorso all’Unione Europea come Think Tank Box per impostare la politica scolastica del prossimo decennio. Magari lo si può deprecare, da un punto di vista della politica europea, ma non è affatto un male, per una volta, che in Francia si rifiuti di guardare all’Unione Europea come ad un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi per stare a galla. La politica francese in campo scolastico non ha questo difetto.

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La présidentielle sur les bancs de l’école

Par Thomas PIKETTY, directeur d’études à l’EHESS (Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris), lundi 12 mars 2007

François Bayrou incarne-t-il la synthèse idéale entre droite et gauche souhaitée par les Français, ou bien bénéficie-t-il, grâce au vide qui l’entoure, du nihilisme des électeurs face aux grands partis ? Pour se faire une idée, il n’est pas inutile de jeter un coup d’oeil aux programmes des différents candidats en matière scolaire, en principe domaine d’excellence du candidat centriste. D’autant que le clivage entre les deux principaux candidats est particulièrement fort sur ces questions.

Pour Nicolas Sarkozy, la cause est entendue : la mise en concurrence généralisée des écoles doit permettre de tirer par le haut l’ensemble du système éducatif. Il suffit en particulier de mettre fin à la carte scolaire, de supprimer les ZEP (zones d’éducation prioritaire) et de les remplacer «par rien». Le simple jeu de la concurrence entre écoles et collèges permettra alors d’augmenter la qualité de tous les établissements, chacun pouvant librement développer son projet pédagogique et trouver sa niche sur le marché scolaire.

A l’opposé, Ségolène Royal se contente d’évoquer une «révision de la carte scolaire pour supprimer les ghettos et assurer la mixité sociale». Surtout, elle propose, pour la première fois en France, la mise en place d’un véritable ciblage des moyens en faveur des écoles faisant face aux plus lourds handicaps. Son pacte présidentiel annonce ainsi qu’en ZEP les effectifs des classes de CP et de CE1 seront réduits à 17 élèves par classe, contre environ 22 élèves actuellement (et 23 élèves hors ZEP), soit une réduction significative de 5 élèves par classe, et une multiplication par 6 du ciblage des moyens. Cette mesure, qui concernerait l’ensemble des écoles classées en ZEP (environ 15 % des écoles, soit plus de 250 000 élèves par an en CP et CE1), et non pas une infime fraction d’entre elles (comme dans les expériences menées jusqu’ici), constitue la première tentative pour doter les écoles défavorisées de réels moyens supplémentaires.

Si on les confronte aux recherches les plus récentes en économie de l’éducation, ces deux visions opposées apparaissent inégalement convaincantes. En particulier, tout laisse à penser que les vertus de la concurrence, au niveau de l’enseignement primaire, sont limitées : à partir du moment où la collectivité nationale a convenu du programme de connaissances que tous les enfants doivent acquérir, les marges de différentiation entre écoles sont réduites. Elles sont un peu plus fortes au niveau du collège (choix de langues, etc.), tout en restant limitées. Sans compter que les innovations plébiscitées par les parents ne sont pas toujours souhaitables : dans les school boards américains, les parents ont parfois promu d’étranges réformes des programmes. De fait, les expériences de mise en concurrence des écoles primaires et des collèges à partir du système de vouchers (chèques-éducation que les parents donnent à l’école de leur choix) promu par l’administration Bush ont donné des résultats décevants en termes d’amélioration de la qualité du service éducatif et de performances scolaires.

En revanche, les coûts de la mise en concurrence peuvent être clairs et immédiats, en particulier pour les écoles défavorisées qui s’enfonceront davantage dans la ghettoïsation sociale. Il n’est guère réaliste d’imaginer que les modestes gains d’efficacité que l’on peut espérer tirer de la compétition généralisée entre écoles primaires sont de nature à compenser de tels handicaps. A contrario, les recherches les plus récentes suggèrent qu’une politique de ciblage des moyens en faveur des écoles défavorisées pourrait avoir des effets tangibles. La réduction de la taille des CP et des CE1 à 17 élèves en ZEP permettrait ainsi de réduire de près de 45 % l’inégalité entre ZEP et hors ZEP aux tests de mathématiques à l’entrée en CE2. Pour une mesure qui coûtera moins de 700 millions d’euros, le rendement apparaît excellent.

Il reste que ces deux visions antagonistes ont le mérite de la cohérence et de la clarté. Elles permettent de poser de vraies questions ­ jamais véritablement formulées dans le débat français. Insister sur les mérites de la concurrence en matière éducative est légitime et utile, même si c’est plutôt du côté de l’enseignement supérieur que les bénéfices sont à attendre. Introduire explicitement la question du ciblage des moyens entre écoles constitue une innovation majeure et permet de franchir une nouvelle étape dans le vieux débat égalité-équité mené en France depuis quinze ans, même si ce débat est loin d’être clos. Face à ces deux visions cohérentes et antagonistes, que propose François Bayrou dans son programme ? Les objectifs affichés sont ambitieux : il s’agit de «diviser par deux l’échec scolaire et de multiplier par deux la réussite». Mais, quand on en arrive aux propositions concrètes et aux moyens de parvenir à ce résultat, le moins que l’on puisse dire est que l’on reste sur sa faim. Bayrou insiste surtout sur des questions de méthode (aucune réforme éducative ne peut être menée sans les enseignants et leurs organisations représentatives, etc.) et ne se prononce clairement ni sur la question de la concurrence scolaire ni sur celle des ZEP. Sur ce terrain, comme sur la plupart des grandes questions économiques et sociales du moment, le candidat centriste apparaît dans une posture «ni-ni», et non comme porteur d’une synthèse nouvelle.

[1] Si veda il supplemento dedicato all’occupazione nel quale si presenta la ricerca di Thomas Amossé e Olivier Chardon: Cinq millions de travailleurs non qualifiés : une nouvelle classe sociale ?, pubblicata dal Centre d’études de l’emploi (CEE)

Les documents

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