Version imprimable de cet article Version imprimable

 Continua la marcia forzata dell’espansione dei sistemi scolastici. Mentre da un lato l’apparato scolastico si indebolisce perché non riesce a digerire le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e perché tentenna nella definizione del sapere scolastico, dall’altro invece dilaga, si espande , cresce, crea nuovi posti di lavoro, assorbe una quantità maggiore di studenti perché non si può più fare a meno di un diploma scolastico nelle società contemporanee. Tutti devono andare a scuola perché la scolarizzazione universale e prolungata è diventata il toccasana dell’economia.Le due tendenze non si annullano ma si rafforzano a vicenda. Si potrebbe sostenere che l’espansione dei sistemi scolastici è un fattore di indebolimento e che la segregazione , la disuguaglianza scolastica si accentuano con la prolungazione della scolarità. Magari ciò succede anche ma alla fin fine conta ricevere un diploma scolastico, uno qualsiasi e l’espansione della scolarità diventa un bene prezioso voluto da tutti. 

 

Si riprende qui un’informazione fornita in un blog della fondazione Brookings che ha pubblicato un post a cura di Rebecca Winthrop , direttrice del Centro della Brookings per l’istruzione Universale, e di Priya Shankar, assistente di ricerca nello stesso Centro, nel quale si enumerano cinque innovazioni ritenute indispensabili per permettere ai sistemi scolastici di operare in sintonia con l’evoluzione delle economie contemporanee. Nulla di nuovo di potrebbe dire , anche se si accetta la premessa che la scolarizzazione dev’essere al servizio della vita economica perché soltanto in questo modo si garantisce una formazione utile che permette non solo di guadagnare bene la propria vita ma anche di favorire la crescita del benessere di tutti, lo sviluppo di una società avanzata.

 

Il post [1] prende lo spunto da un incontro svoltosi a New York alla sede dell’ONU per la presentazione di un documento di 171 pagine sul finanziamento dell’istruzione per tutti, il famoso mega-progetto delle organizzazioni internazionali teso a favorire la scolarizzazione universale ritenuta uno strumento fondamentale per la lotta contro la povertà. Il documento in inglese si può consultare cliccando qui.

Il documento dell’ONU è stato preparato da specialisti che lavorano per una mega-commissione presieduta dall’ex-primo ministro inglese Gordon Brown ( Cliccare qui per accedere alla lista dei membri della commissione dove non è presente nessun luminare dell’OCSE) non si illude sul fatto che sarà impossibile entro il 2030 secolarizzare nell’insegnamento secondario tutta la popolazione mondiale giovane. Questo è uno degli obiettivi del programma "Un’educazione per tutti" che sicuramente fallirà. Il documento mette però in evidenza una banalità, ossia che entro il 2030 una buona parte delle professioni contemporanee saranno scomparse. Da qui lo stimolo per scolarizzare di più e magari diversamente, almeno si spera, le nuove generazioni nonché gli adulti che già sono nella vita cosiddetta attiva.

 

Una ventata di ottimismo

La commissione ritiene che ci aspetta il salto più importante della storia dell’espansione della scolarizzazione. Per realizzarlo, la commissione propone di intraprendere almeno quattro riforme  [2]:

  • Concentrarsi sui risultati scolastici , ossia sulle prestazioni delle scuole;
  • Migliorare i meccanismi di finanziamento;
  • Adottare approcci creativi, ossia stimolare l’innovazione, le novità, con una gestione che promuova la flessibilità degli interventi e delle soluzioni;
  • Favorire l’inclusione degli studenti più poveri che significa non occuparsi soltanto di quanto succede a scuola ma anche delle condizioni di alloggio, dello stato di salute degli alunni.

Queste quattro trasformazioni propugnate dalla commissione non sono affatto una novità, ma forse a quei livelli non si poteva dire altro. Ci sarà pur sempre da qualche parte qualcuno che si prevarrà di queste conclusioni per smuovere l’immobilismo. Questo è quanto basta finora alle organizzazioni internazionali per credere di servire a qualcosa.

Cinque passi decisivi

La commissione è fermamente convinta di avere proposto qualcosa di radicale. In particolare ritiene che si debba stimolare l’innovazione. [3]

Il Brookings Institute , che forse ha le mani in pasta ( ma lo dice solo alla fine del post), ritiene che l’innovazione sia una carta vincente, per cui la si rigioca credendo che così facendo si potrà trasformare il sistema scolastico. Le lezioni del passato non servono. Nel documento finale della commissione ci sono cinque elementi da prendere seriamente in considerazione secondo Winthrop, la neo-direttrice della sezione per l’economia globale e lo sviluppo nella sezione per l’ educazione universale della Brookings Foundation, autrice del post. Questi elementi riguardano :

  • le competenze;
  • gli insegnanti;
  • la teecnologia,;
  • gli operatori esterni allo stato, non funzionari;
  • gli accrediti per supportare le innovazioni.

 

 Nuove competenze

Anche questa è una vecchia musica. Da tempo ormai si sa che le professioni cambiano profondamente nell’arco di una vita professionale. Il ritmo di cambiamento è accelerato con l’arrivo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Nascono nuove professioni, molte scompaiono. Occorre sviluppare nuove abilità. I sistemi scolastici si trovano di fronte a sfide nuove. e devono innovare a tutti i livelli. Questa non è proprio una novità, come non lo è l’idea che si debba privilegiare lo sviluppo del pensiero critico, le capacità comunicative. Ne ha trattato a lungo il progetto DESECO dell’OCSE alla fine del XXesimo secolo. Il ribaltamento dei curricoli però non è un faccenda banale, esige molta abilità amministrativa, molto lavoro presso le famiglie o i tutori, un’attenzione particolare per il perfezionamento degli insegnanti in servizio e per la formazione iniziale dei candidati all’insegnamento. Si sa che si possono modificare i curricoli, che si possono ottenere risultati scolastici gradevoli con tutti , che le condizioni di lavoro nelle scuole , che le modalità d’apprendimento sono compatibili con paradigmi non ascetici, con il gioco per esempio, ma occorre convincere tutti gli attori scolastici che si va in questa direzione; Sembra molto improbabile che un simile risultato possa essere conseguito entro il 2030.

Espandere e potenziare la forza lavoro nel settore scolastico

Qui si tratta di invocare i progressi assicurati dall’espansione scolastica: la forza lavoro nel settore scolastico deve crescere e essere potenziata. In primo luogo occorrono molti insegnanti. Orbene, in parecchi sistemi scolastici la penuria di insegnanti è drammatica. C’è molto da apprendere, si dice nel documento, da quanto è successo nel settore ospedaliero e della sanità in genere dove in pochi decenni si è instaurata una grande diversificazione dei ruoli. La specializzazione è la chiave del successo. La professione di insegnante si trasformerà, necessariamente. Gli insegnanti non saranno più dei ripetitori di conoscenze ma dei facilitatori. Accanto a loro opereranno altre figure professionali.

Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione

E’ risaputo che la divulgazione delle TIC [4] produrrà enormi modifiche nelle scuole che tra l’altro si vedono già ora.

Collaborazione con operatori sociali non funzionanri

 Quest’apertura al privato è un passo critico per migliorare le scuole. Già ora la maggior parte delle innovazioni scolastiche è fornita da operatori privati [5]. I governi sono invitati dunque a aprirsi e a non chiudersi su stessi per sfruttare al massimo le opportunità offerte dall’ecosistema scolastico. 

Sistemi di accredito flessibili

 Per vincere la sfida della scolarizzazione universale occorre sfruttare al massimo tutte le risorse scolastiche come per esempio i MOOC. I datori di lavoro devono essere convinti delle potenzialità dell’offerta privata e accettare le formazioni alternative, valutarne i risultati, sia individualmente che per settore. Si devono apprezzare le molteplici modalità di acquisizione delle competenze.

 Conclusione

Il centro della Brookings deve avere ricevuto parecchi soldi per animare questo gruppo che ha rilasciato un documento insipido che è come un buco nell’acqua. Forse nei paesi poveri come per esempio in quelli africani ci vorrebbe un tipo differente di scolarizzazione visto che già ora si può anticipare che non si conseguiranno affatto entro il 2030 gli obiettivi della scolarità universale e che nemmeno nei paesi più progrediti, ma questo è un eufemismo, si giungerà a secolarizzare il 100% dei giovani nell’insegnamento secondario. 

L’istruzione per tutti va bene ma a una condizione si direbbe: che serva alla vita economica. Questo sembra sia il messaggio implicito nel documento delle Nazioni Unite. Questo legame è già stato trattato da decenni da altri e l’UNESCO che lo ha fin qui rifiutato annaspa perché non è riuscita a imporre il principio alternativo di un’istruzione che non serva. Perché mai i governi dovrebbero finanziare un’istruzione che non serve per lo meno allo sviluppo e alla crescita economica? A fare diventare ricchi tutti? A migliorare il benessere di tutti? Chi è talmente pazzo di rifiutare queste prospettive?

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Originale in inglese che si può consultare cliccando qui

[2] Riforme che a nostro parere non sono davvero molto originali

[3] Ciò è già successo nel lontano 1968 all’OCSE a Parigi quando si decise di creare il CERI, per l’appunto il Centro per l’innovazione e la ricerca educative. Infatti per aluni anni, almeno dal 1968 al 1975 , al CERI si produssero belle cose.

[4] Questo è l’acronimo francese per "Nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione"

[5] Detti nel documento "non-state actors"