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La misura delle competenze (essere socievoli, argomentare in una discusssione per difendere un parere, un’opinione, dialogare con gli altri, spiegare il proprio punto di vista, risolvere un problema inedito, lavorare in gruppo e via dicendo) è un grattacapo ma non è impossibile. Ciò costa, richiede strumenti adeguati, probabilmente esige sia dagli studenti che dagli insegnanti un impegno non indifferente, ma si può fare. Per riuscire nell’impresa ci si dovrebbe accordare sulle competenze non conoscitive ( in inglese vennero definite nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo "Cross-cultural competencies" e si inventò l’acronimo CCC per designarle), accordarsi su quelle che si dovrebbero curare durante gli anni della scolarizzazione e fare sì che tutti gli studenti le acquisissero. La valutazione servirebbe sia per informare le famiglie, per far capire agli studenti quali sono i loro punti deboli e quelli forti, incitarli a progredire, rendersi conto come progrediscono, capire se avanzano o retrocedono. Orbene, un obiettivo del genere sembra ovvio ma non è facilmente raggiungibile. Dopo essere giunti a questo punto si può iniziare a costruire gli strumenti per misurare le competenze, si possono predisporre i curricoli e preparare dirigenti e insegnanti a eseguirli. Il cammino è lungo almeno quanto quello del pellegrinaggio a piedi a San Giacomo di Compostella.

 

A metà settembre James Pellegrino che non è l’ultimo venuto tra gli scienziati in questo campo, co-direttore del "Learning Sciences Research Institute" [1] dell’Università dell’ Illinois-Chicago ha svolto la conferenza d’apertura della "Society for Research in Education Effectiveness" USA ed ha affermato che gli scienziati dovrebbero sviluppare strumenti migliori per misurare le interazioni tra competenze degli studenti.

Una sintesi dell’intervento di Pellegrino si trova in un blog di "Education Week" [2], il noto settimanale USA di scienze dell’educazione che qui si riprende per sommi capi perché in Italia molte persone attaccano i test e proclamano la necessità di misurare le competenze ( tra l’altro quelle sancite dall’Unione Europea) senza rendersi ben conto delle difficoltà di un’operazione del genere. Basta del resto seguire quel che succede in Francia con il libretto dei voti sulle competenze per capire quanto arduo sia il problema.

 

Nella sua relazione, Pellegrino invita i ricercatori a mettere a punto misure più appropriate delle interazioni fra i differenti tipi di competenze degli studenti, tra le quali cita :

  • competenze conoscitive le quali non dovrebbero limitarsi semplicemente alle conoscenze accademiche ma anche includere la creatività ;
  • competenze intrapersonali, in particolare l’apertura mentale, l’etica del lavoro, una stima di sé positiva ;
  • competenze interpersonali, come per esempio il lavoro di gruppo, la collaborazione, la capacità a dirigere un lavoro di gruppo.

Le competenze non conoscitive sono frequentemente citate dagli impresari come se fossero necessarie, ma “quando si tenta di raccogliere prove della loro importanza, è veramente alquanto difficile trovarne, per tutta una serie di ragioni,”. Nelle indagini internazionali spesso si usano termini che si sovrappongono oppure che sono troppo generici per indicare competenze di questo tipo, il che rende alquanto complicato un’ analisi esatta di quello che dovrebbe essere misurato.

Nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo l’OCSE ha tentato di approntare uno piano di valutazione delle competenze [3] senza però riuscirci. Per ragioni multiple, tra le quali anche le difficoltà tecniche e la mancanza di risorse finanziarie, il progetto è naufragato.

Pellegrino ha per esempio fornito l’esempio di una nozione molto popolare come quella di perseveranza, testardaggine, resistenza [4] ; questo concetto è stato variamente definito come tenacità, persistenza, impegno, autonomia, motivazione, autodisciplina, coscienziosità ma tutti questi aspetti possono essere misurati in maniera del tutto differente.

Se si potesse conseguire un consenso attorno alla definizione di competenze interpersonali e intrapersonali, si potrebbe rendere molto più facile l’identificazione degli interventi che si impongono per migliorare queste competenze e le metodologie per misurarle . È indiscutibile che ci vogliono strumenti più adeguati ; la maggior parte delle indagini sulle competenze non conoscitive si basano su autovalutazioni o su osservazioni condotte da genitori e da insegnanti che sono tutte soggette ad una forma o ad un altra di pregiudizi o di manipolazioni.

Pellegrino ha raccomandato la messa a punto di indagini che analizzano le attività degli studenti sul campo, nella scuola : “quando gli studenti lavorano si possono misurare tutti i tipi di comportamenti che riguardano per esempio il loro modo di fare durante l’apprendimento della matematica”. “Se realmente crediamo nelle nostre teorie e nei nostri principi, la traduzione in un progetto di ricerca dovrebbe essere molto importante e sarebbe fattibile”.

 

 

[1] Istituto di ricerca sulle scienze dell’apprendimento

[2] Blog di  Sarah D. Sparks apparso il  28 settembre 2013 

[3] Si allude qui al celebre progetto DESECO

[4] In inglese “grit