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Anche sugli studenti immigrati l’OCSE-PISA cambia poco per volta parere rispetto alle prime reazioni di una decina di anni fa quando si ebbero tra le mani i risultati della prima indagine PISA sulla comprensione della lettura di testi di vario genere. E’ appena uscito il no.22 di "PISA in Focus", il bollettino nel quale i responsabili dell’indagine PISA sfruttano la miniera di dati raccolti per approfondire tutta una serie di questioni politiche scottanti. Una è appunto quella delle competenze dei quindicenni che provengono dal mondo dell’immigrazione nonché quella ancor più bruciante degli effetti sugli altri studenti causati da una forte concentrazione nelle classi e nelle aule di studenti immigrati.

 

Prima constatazione

La situazione scolastica dei figli degli immigrati in genere non è brillante per svariati motivi, in particolare perché questi giovani non padroneggiano la lingua della scuola o non la parlano fuori dalle aule. Inoltre, molti di questi quindicenni vivono in una situazione schizofrenica dal punto di vista culturale, ossia crescono in mondi del tutto diversi : a scuola dove si esige il rispetto di svariate norme etiche e sociali e dove si suppone che tali norme - dette anche codici — siano conosciute, a casa, dove invece si praticano e vigono norme di comportamento diverse e dove le norme scolastiche non si praticano o vengono ignorate.

I dati raccolti con l’indagine PISA non permettono di approfondire molti aspetti della situazione degli studenti dell’immigrazione, di ricostituire nei dettagli le loro travagliate vicende umane e scolastiche, ma confermano le loro difficoltà scolastiche, la presenza di discriminazioni nei loro confronti.

Nelle prime indagini PISA la proporzione delle popolazione dei quindicenni provenienti dall’immigrazione presenti nelle scuole era additata come la causa principale di una media scadente nei punteggi di tutti gli studenti. L’ultima edizione di "PISA in Focus" ribadisce la tesi degli effetti perniciosi della concentrazione di studenti poveri, svantaggiati dal punto di vista socio-economico, nelle stesse classi o negli stessi istituti scolastici, ma attenua il tiro e precisa i fattori di svantaggio.

Le conclusioni (provvisorie) dell’OCSE

Ecco le considerazioni dell’OCSE sull’immigrazione e le competenze dei quindicenni :

  • Gli studenti provenienti dal mondo dell’immigrazione per riuscire a scuola devono superare numerosi ostacoli ;
  • Nella maggior parte dei sistemi scolastici dall’OCSE, i bassi punteggi conseguiti dagli studenti provenienti dal mondo dell’immigrazione rispetto a quelli degli altri studenti è fortemente connessa al profilo socio-economico sfavorevole delle scuole che frequentano, profilo imputabile alla concentrazione di studenti la cui madre è poco istruita ;
  • La concentrazione, in un istituto scolastico, di studenti provenienti dal mondo dell’emigrazione o di studenti che non parlano la lingua dell’insegnamento quando sono a casa non è strettamente correlato con una prestazione scolastica scadente.

Il caso italiano

Non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno : anche in questo caso il sistema scolastico italiano è mal piazzato. Risulta terz’ultimo, battuto dal Lussemburgo e dalla Germania in una graduatoria nella quale i sistemi scolastici sono classificati in funzione della correlazione esistente tra i punteggi conseguiti dai quindicenni nel test di comprensione della lettura e la concentrazione di studenti in ogni istituto scolastico la cui madre ha un bassissimo livello d’istruzione. Ci sono sistemi scolastici con una concentrazione di studenti provenienti dall’immigrazione molto più elevata che non in Italia e con una concentrazione molto densa in una scuola di studenti che parlano a casa una lingua diversa da quella dell’insegnamento a scuola ma che ottengono con gli studenti dell’immigrazione risultati migliori che non in Italia. In Italia, dove la proporzione di quindicenni immigrati non è altissima ancorché sia inegualmente distribuita sul territorio nazionale, con zone in cui questa popolazione è concentrata ed altre in cui non è affatto presente, e dove questa popolazione, sulla base delle dichiarazioni dei quindicenni parla soprattutto l’italiano anche fuori dalla scuola, si ottengono punteggi alquanto bassi nel test di comprensione della lettura mentre altri sistemi scolastici, con una concentrazione nelle singole scuole più elevata di quindicenni provenienti dal mondo dell’immigrazione, la comprensione della lettura di testi scritti nella lingua dell’insegnamento è molto migliore. C’è dunque qualcosa che non va in Italia. Uno dei fattori chiave evidenti dell’insuccesso è il livello d’istruzione della madre, ma questo non basta per fornire una spiegazione completa del ritardo di questi studenti, taluni dei quali sono nati in Italia e sono stati scolarizzati soltanto in Italia, per almeno nove anni se non di più , qualora si tenesse conto degli anni durante i quali si è frequentata la scuola per l’infanzia. La concentrazione in una scuola di quindicenni provenienti dal mondo dell’immigrazione ma con una madre poco istruita o per nulla scolarizzata (ossia analfabeta) è una variabile molto rilevante e sembrerebbe che sia praticata in Italia. Varrebbe la pena procedere ad una verifica. Si suppone che questi quindicenni costituiscono una popolazione scolastica difficile, che la concentrazione in una scuola di quindicenni con questo profilo sia nefasta per gli esiti della scolarizzazione ma mancano informazioni più precise per trarre conclusioni di portata generale (per esempio quale è la soglia della concentrazione oltre la quale il pericolo per una buona scolarizzazione diventa tangibile) mentre il bollettino dell’OCSE non esita a compiere questo passo e a denunciare la creazione di classi omogenee nelle quali si trovano solo studenti in difficoltà.