La qualità dell’insegnamento è in causa: non ci sono scuse. Le difficoltà scolastiche di docenti e discenti sono causate da pratiche pedagogiche errate, da soluzioni di comodo, da principi didattici sballati. E’ un circolo vizioso che innesta meccanismi di autodifesa da una parte e dall’altra rendendo impossibile un rinnovamento della scuola e il miglioramento dei livelli di apprendimento. Marcia sul posto, regressione, stasi sono connessi a riflessi di autodifesa che impediscono qualsiasi cambio di rotta specialmente nelle scuole trasandate e trascurate dei centri urbani e delle periferie.Ne vanno di mezzo gli studenti dei ceti poveri.

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Insegnare e apprendere

Un saggio storico di Martin Haberman, professore emerito dell’Università Wisconsin-Milwaukee pubblicato per la prima volta nel 1991 dalla rivista Phi Delta Kappan (Phi Delta Kappan 73, No. 4 (December 1991): 290-294. (Out of print.)), ripubblicato ora. Vi si denuncia il degrado dell’insegnamento dopo avere intervistato in 55 anni di ricerca scientifica 5000 insegnanti.

Credenze pervicaci
Miseria pedagogica e qualità dell’insegnamento
Un contrasto insanabile

 

 

 

Un saggio storico di Martin Haberman, professore emerito dell’Università Wisconsin-Milwaukee pubblicato per la prima volta nel 1991 dalla rivista Phi Delta Kappan (Phi Delta Kappan 73, No. 4 (December 1991): 290-294. (Out of print.) allegato), ripubblicato ora. Vi si denuncia il degrado dell’insegnamento sulla base di 55 anni di ricerca scientifica e di 5000 interviste di insegnanti.

Purtroppo ben poco è cambiato nel tempo. La qualità della pedagogia va a ramengo e la qualità dell’insegnamento pure. Il binomio (pessima pedagogia-pessimo insegnamento) tiene e il risultato è catastrofico specialmente nelle scuole dei quartieri meno abbienti e delle zone urbane povere, delle periferie e delle borgate. Gli insegnanti hanno a che fare con studenti difficili, diffidenti, riottosi, ribelli. Come prenderli ? 

Per Haberman non c’è speranza di salvezza per i poveri, fin quando non si migliora la pedagogia e quest’ultima non migliorerà fin quando la maggioranza degli insegnanti, dei dirigenti, delle famiglie, continuerà a credere a miti o a soluzioni funamboliche, grossolane, semplici, autoritarie, facili da applicare.

Riprendiamo in libera traduzione spunti di questo celeberrimo atto di accusa.

Purtroppo fa notare Haberman, " i comportamenti degli insegnanti che ho descritto vent’anni fa continuano a sopravvivere. Ce n’è uno solo che aggiungerei ai 14 descritti allora: "assegna domande alle quali rispondere utilizzando Google oppure un qualsiasi altro motore di ricerca".

La differenza che intercorre tra oggi e la situazione di vent’anni fa è che non c’è più nessun dibattito su quello che si ritiene debba essere l’insegnamento. Il pubblico, gli insegnanti, gli amministratori della scuola, i responsabili scolastici, i formatori degli insegnanti, e perfino, per concludere, gli studenti stessi sono tutti d’accordo sulle componenti dell’atto di insegnare. Per me, è sconfortante constatare senza nessun dubbio che i comportamenti apertamente direttivi, mondani, ossessivi, insensati, anti-intellettuali che costituiscono l’insegnamento non solo continuano a riprodursi ma rimangono il punto di riferimento del sistema scolastico e ne sono diventati perfino lo standard.

Ci sono almeno 11 conseguenze che si possono trarre da questi comportamenti che concorrono a definire l’insegnamento. Queste conseguenze consentono di predire le tendenze future dell’insegnamento nella scuola.

1. Continuerà a non esserci nessuna differenza tra quel che fanno gli insegnanti quando insegnano a studenti poveri o a studenti dei ceti benestanti. Si continuerà a insegnare nello steso modo agli uni e agli altri, come si è sempre fatto in passato.

2. Continuerà a non esistere nessuna connessione tra quanto gli insegnanti fanno a scuola e qualsiasi teoria dell’apprendimento.

3. La diffusione di questi comportamenti non calerà nonostante l’aumento considerevole delle ricerche scientifiche sulle forme efficaci d’apprendimento.

4. Insegnanti esperti, anziani e insegnanti novizi alle prime armi continueranno a riprodurre gli stessi riti, gli stessi comportamenti (ciò spiega perché si possono incaricare persone non preparate a insegnare. Anche coloro che non hanno ricevuto nessuna formazione o pochissima formazione o una formazione accelerata sul campo insegnano allo stesso modo di quelli che hanno seguito una formazione per diventare insegnanti e ottengono gli stessi risultati).

5. I comportamenti degli insegnanti, il loro modo di insegnare non cambia con classi numerose o con classi piccole. La riduzione del numero di allievi per classe non cambia gran che nell’insegnamento. Gli insegnanti non adattano il loro modo di insegnare alla dimensioni delle classi. La disciplina in classe, il rumore in classe ne beneficiano un poco, ma non l’apprendimento.

6. Gli insegnanti non cambiano stile d’insegnamento passando da una disciplina all’altra.

7.Gli insegnanti continueranno a insegnare le competenze, i concetti e a valutare gli apprendimenti usando le stesse pratiche che si sono fin qui dimostrate inefficaci.

8. L’età dei discenti o le loro competenze o i loro interessi non avranno nessuna influenza o nessuna interferenza sui comportamenti degli insegnanti.

9. Non ci potrà essere nessun miglioramento della qualità degli insegnanti finché questi comportamenti sussisteranno. Per questa ragione lo sviluppo professionale, i corsi di formazione degli insegnanti in servizio non avranno nessuna incidenza sull’istruzione, perché non cambiano le pratiche.

10. Gli insegnanti ripetutamente affermano che i problemi più grossi ai quali sono confrontati sono problemi di disciplina nonché l’assenza tra gli studenti di motivazione a imparare. Orbene, siccome sono le pratiche degli insegnanti a generare e a esasperare i problemi degli studenti, gli insegnanti continueranno nel prossimo futuro ad avere problemi disciplinari in classe e a essere confrontati con studenti poco motivati o per nulla motivati o attratti da quel che si fa a scuola.

11. I comportamenti e le pratiche ritualistiche degli insegnanti sono talmente incrostate che l’opinione pubblica, i genitori, gli studenti e gli insegnanti stessi bloccheranno qualsiasi tentativo di ridefinire o trasformare l’insegnamento.

Una professione si basa su un patrimonio comune di conoscenze derivate da un corpo teorico e di ricerche che non sono conosciute dal pubblico in generale. Orbene, l’insegnamento non è una professione, perché i comportamenti e le pratiche dell’insegnante che si ritrovano nella povertà pedagogica imperante non hanno nessun fondamento né teoretico né scientifico e sono ben noti da tutti coloro che sono andati a scuola".

Les documents de l'article

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