Recension critica del bollettino dell’Istituto Francese di Educazione uscito nel marzo 2015 e dedicato allo sviluppo dei progetti interdisciplinari.

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La transdisciplinarietà dei programmi d’insegnamento

I progetti interdisciplinari sono una occasione per non porsi domande sulle competenze e sui curricoli e sono anche un invito a nozze che liberano l’immaginazione sempre fertile di molti insegnanti che genuinamente credono di promuove con questi progetti che lanciano nelle scuole di operare per lo sviluppo di competenze utili alla vita nel XXI secolo e per l’educazione del cittadino nella società complessa di domani. Pullulano ovunque progetti interdisciplinari di educazione all’ambiente, di educazione alla cittadinanza, di educazione alla salute. Il bollettino illustra gli autori che nel mondo accademico forniscono il quadro teorico che giustifica questi progetti. L’autrice cita in abbondanza autori francesi, ma ignora quelli italiani e spagnoli, oppure quelli tedeschi,belgi o canadesi . Questa carrellata permette di ricostruire la geografia dei pedagogisti francesi che militano per i progetti interdisciplinari. Pone pero’ anche un problema di fondo, purtroppo non trattato, che e’ quello dello sviluppo delle competenze in un quadro scolastico ancora profondamente ancorato alle discipline tradizionali.

Nel mese di marzo di quest’anno l’Istituto francese dell’educazione che si trova a Lione ospitato dalla Scuola Normale (l’equivalente di quella di PISA in Italia) ha pubblicato un carteggio sull’interdisciplinarità che fornisce un’informazione documentata su questa questione. Il carteggio è stato curato da Catherine Reverdy e puo’ essere scaricato cliccando qui. E’ allegato a questo articolo. 

Il carteggio corrisponde alla nota No.100 del Bollettino dell’ Istituto Francese dell’educazione pubblicato nel marzo 2015.

 

La recensione fornisce una traduzione italiana libera e parziale del bollettino. I sottotitoli sono della redazione e non sono dell’autrice della nota.

Interdisciplinarità o transdisciplinarietà?

 Qui si preferirebbe usare il concetto di transdisciplinarietà al posto di interdisciplinarità. Il concetto è stato inventato da Piaget nel 1970 . Il dibattito semantico su questi concetti è aperto ed è in parte descritto nell’enciclopedia wikipedia alla voce transdisciplinarietà.

Il concetto ha a che fare con le competenze scolastiche ed è per questa ragione che se ne parla. In generale si ammette che i curricoli scolastici impostati sulle materie non sono più adeguati per trattare temi complessi ma non esiste tuttora una classificazione o un inventario di questi temi che dovrebbero essere scolarizzati e men che meno un accordo sulle competenze necessarie per trattarli. Si sa soltanto che l’approccio disciplinare che si tenta di salvaguardare è zoppicante e che non si ottiene uno sviluppo adeguato delle competenze necessarie per trattare la complessità del mondo contemporaneo impostando un dialogo di per sé non facile tra varie discipline scolastiche. Logicamente si teme un salto nel vuoto impostando i curricoli secondo un criterio non disciplinare la cui origine è medioevale ed è stata analizzata assai bene dal sociologo britannico Basil Bernstein [1]

 

Esiste una pressione sociale sulla scuola per affrontare temi complessi che sono difficilmente abbordabili in una sola disciplina e che sono suscettibili di invogliare i discenti a impegnarsi con cognizione di causa nelle cause sociali della società odierna e a maggior ragione in quella che verrà. Ci si puo’ chiedere se esiste un modo efficace per integrare l’approccio interdisciplinare o transdisciplinare nei programmi scolastici, nei curricoli. In ogni modo questo e’ l’obiettivo dell’educazione interdisciplinare: fare in modo che i discenti non siano più gregari ma che diventino attivi nella vita sociale. Un caso emblematico risiede nell’educazione ecologica che ha suscitato numerose vocazioni nel mondo scolastico. L’inventivita’ delle scuole palpabile nelle molteplici iniziative esistenti a questo riguardo e’ davvero impressionante.

 

Il bollettino ha un difetto principale e un pregio. Il difetto è quello di essere impostato come un saggio scientifico che enumera diligentemente i vari autori, per cui la critica potrebbe per esempio essere condotta segnalando autori rilevanti di cui il saggio non parla, il pregio è invece quello di essere come un articolo di enciclopedia che fornisce una dotta referenza bibliografica di autori che hanno trattato questo tema. 

 

Cosa sono le discipline scolastiche?

 

Le discipline scolastiche sono una costruzione sociale che organizza un insieme di contenuti, di procedure, di strumenti, di modi operativi. Le spiegazioni di Reverdy non sono convincenti e peccano di profondità. Descrivono ma non aiutano a capire. Mobilitano autori disparati, in genere francesi o francofoni recenti, che operano nel campo accademico e che si collocano a un livello medio, non certo al vertice della riflessione su questa questione. La prova ne è l’assenza di riferimenti a un autore come Piaget oppure a Morin. Si cita invece Dewey che è indubbiamente un autore rilevante in questo settore, un filosofo che ha prodotto pagine di alto livello su questo tema e che in generale si considera come una delle figure di riferimento della pedagogia progressista contemporanea soprattutto negli USA. L’epistemologia di Dewey fa parte dei punti differimento di Reverdy ma non quella di Piaget.

 

Gli autori francesi contemporanei ( Astolfi, Audigier per citare i più noti) ritengono che svariate evoluzioni delle discipline scolastiche sono possibili:

 

  • Possono adottare un nuovo ruolo , quello di « poli organizzativi ». In questo caso non scompariranno ma il loro posto e la loro funzione dei curricoli cambia;
  • Possono subire una ricomposizione disciplinare per prendere in considerazione la pluralità dei saperi da mobilitare quando si ha a che fare con la complessità.

 

 

Definizione dell’interdisciplinarietà

 

Secondo gli autori francesi « l’interdisciplinarietà e’ la messa in relazione di due o più materie scolastiche sia sul piano curriculare che didattico e pedagogico il che dovrebbe sfociare nello stabilimento di collegamenti complementari o di cooperazione, d’ interpenetrazioni o di azioni reciproche tra loro per favorire l’integrazione degli apprendimenti e dei saperi da parte dei discenti » Questa definizione è assai ridicola e non mette in discussione la preminenza delle discipline, secondo un approccio tipico della cultura scolastica francese la quale ritiene che le discipline consacrate dall’Enciclopedia siano perenni.

 

Una scappatoia nei curricoli: i progetti interdisciplinari

 

Per superare le resistenze o le prassi molto esclusive nell’insegnamento secondario degli insegnanti delle discipline si propongono riforme scolastiche che adottino uno spazio-tempo dedicato ai progetti interdisciplinari. Questa proposta è fallita ma continua ad allettare i responsabili scolastici al vertice. L’articolo esplica i ragionamenti che stanno alla radice di questa proposta, ragionamenti piuttosto alambiccati.

Si ricade qui nel solito dibattito sulle finalità del servizio scolastico statale. Si sottolinea che la scuola deve educare e non solo informare o formare. I progetti interdisciplinari si prestano molto bene ad operazionalizzare questo genere di obiettivo, questa estensione delle finalità scolastiche.

I progetti sull’educazione all’ambiente sono ovviamente al centro dell’interesse, come pure i progetti di educazione alla cittadinanza o quelli sulla sanita’. Chi più ne ha più ne metta. E’ una fiera delle idee.

Ci si mette anche Eurydice il programma dell’Unione Europea molto orientato in questa direzione. L’unzione dell’Unione Europea è molto apprezzata nel mondo scolastico perché la si capisce, perché riecheggia tentativi molteplici da parte del mondo scolastico di adottare un indirizzo progressista e di liberarsi dal giogo delle discipline.

L’autrice cita anche gli sforzi dell’Irlanda del Nord per lottare con l’educazione scolastica contro la violenza della guerra civile . Il caso dell’Irlanda del Nord è assai complesso e le iniziative scolastiche per ridurre le tensioni civili e generare comprensione e rispetto reciproco fra i contendenti sono propagandate nel mondo pedagogico europeo come esemplari da vari enti tra i quali per l’appunto l’Unione Europea. Nell’articolo non si prende nessuna distanza da queste proposte e non si riferiscono valutazioni empiriche di queste forme di educazione interdisciplinare. Anche l’Ufficio Internazionale dell’educazione (BIE) dell’UNESCO a Ginevra sostiene alquanto questo genere di iniziative che nascono laddove i conflitti sociali, le guerre civili e no , generano violenza, rifiuto dell’altro, del diverso.Per esempio il BIE aveva a suo tempo promosso iniziative anche encomiabili in Albania o nel Kossovo. 

 

Nell’articolo si dà ampio spazio all’interdisciplinarità utilizzata per trattare a scuola questioni sociali scottanti.Questo è davvero un invito a nozze per molti insegnanti e per molti esperti di scienze dell’educazione. Si inventano iniziative a iosa che coinvolgono gli studenti, ma non si valutano i risultati di queste iniziative. L’autrice cita questi tentativi ma non fornisce nessun giudizio, non formula nessuna considerazione critica. Davvero non aiuta a capire. Avrebbe per lo meno dovuto citare le rare valutazioni che sono state svolte.

 

Il curricolo

 

A partire dalla pagina 11 si parla di curricolo nel quale si dovrebbero inserire le questioni vive che attraversano il corpo sociale. Orbene, non si tratta di includere in un curricolo pre-esistente nuove prospettive ma di ribaltare il curricolo. Ci sono esperienze scolastiche in questo senso ma non sono citate. Lo si può fare? E’ giunto il momento per farlo? I tempi sono maturi? Se ne può dubitare. In ogni modo i curricoli sono morti, sono stati svuotati della loro funzione con l’aggiunta continua di nuovi mandati, di nuovi insegnamenti. Gli autori citati si interrogano sulla forma che i curricoli dovrebbero avere per includere contenuti interdisciplinari. Anche questo è un campo aperto che attira gli accademici.

 

Purtroppo l’autrice non cita le categorie dei vari curricoli rilevate dalle indagini internazionali. Le informazioni che provengono da queste indagini che tra l’altro rivelano come i curricoli reali siano molto diversi dai curricoli legali o come i curricoli valutati hanno poco a che vedere con i curricoli reali, avrebbero potuto offrire indicazioni chiarificanti. Siccome nel mondo scolastico francese queste indagini sono mal viste, e in parte sono osteggiate anche tra gli accademici, in genere non sono note. Non è quindi sorprendente che non si citino.

 

Il coinvolgimento dei discenti

 

Gli autori francesi scoprono il concetto USA di « empowerment » ma lo privano di significato. I progetti interdisciplinari comportano la volontà di sviluppare nei discenti il potere di agire, una presa di coscienza insomma connessa alla consapevolezza che possono cambiare il mondo e il modo di stare nel mondo. Non più gregari ma attivi. Cio’ si vede assai bene nei progetti di educazione alla cittadinanza che sboccano in progetti di partecipazione dei discenti alla vita dell’istituto scolastico. Il concetto di autonomia e crescita personale e’ quindi allettante e molti progetti interdisciplinari sono un invito a nozze per promuovere questi atteggiamenti.

 

Le pressioni dell’Unione Europea

 

Nel testo ( pagina 14) si parla anche delle pressioni dell’Unione Europea connesse alla propaganda effettuata per promuovere le competenze e in modo specifico le competenze per riuscire nella vita del XXI secolo. Molte riforme scolastiche sono al traino di proposte dell’UE che tra l’altro non ha nessuna competenza in materia scolastica e sono il riflesso di lavori di pedagogisti sparsi in vari paesi europei. Quindi ben venga nel settore dell’interdisciplinarieta lil ruolo trainante dell’Unione Europea che ha sostenuto e incoraggiato i militanti dei progetti sociali interdisciplinari. Questo e’ ormai un vanto dell’UE o almeno della sua Direzione generale dell’istruzione che offre la possibilità agli innovatori di farsi un nome e di contagiare con le proprie idee i colleghi europei. L’UE applica una strategia di politica scolastica contraddistinta dal contagio e dalla diffusione a macchia di leopardo, ma la redattrice del bollettino non capisce questa funzione e si limita a convocare autori che vi sono immersi fino al collo.

 

Assenza della valutazione

 

Eurydice nel 2012 ha condotto un’indagine dell’educazione alla cittadinanza. Solo due paesi su 31 valutavano l’educazione alla cittadinanza. Nella quasi totalità dei casi ci si accontentava di una valutazione interna. In ogni modo l’agenzia europea ammette che la valutazione delle competenze sociali e civiche è difficile da realizzare ( Eurydice (dir.) (2012). L’éducation à la citoyenneté en Europe . Bruxelles : Eurydice)

 

Conclusione

 

Il bollettino termina con l’annotazione abituale riservata alla formazione degli insegnanti che non sono preparati a trattare questioni complesse, a lavorare in gruppo. Solo in Austria e nel Regno Unito gli insegnanti per esempio sono formati specificatamente all’educazione alla cittadinanza . Dunque la via finora seguita per impostare un insegnamento interdisciplinare non ha avuto successo. Ci sono esperienze interessanti locali ma tutto sommato assai marginali e ci sono moltissimi testi di accademici su questo tema che descrivono un insegnamento di altro tipo per aiutare i discenti a situarsi di fronte a questioni brucianti, a temi sociali scottanti. In genere pero`finora non si è fatto altro che riflettere sulle modalità d’inclusione di questo indirizzo in un quadro scolastico rigido, prestabilito. La redattrice del bollettino privilegia questa corrente.

 

Nella conclusione si ribadisce la necessità di sostenere progetti che emanano dalle comunità educative. L’autrice non cita Andy Hargreaves che ha caldeggiato moltissimo questa apertura ma menziona la neozelandese Amanda Hargreaves che si è occupata di un’altra forma di educazione complessa, quella della salute (l’educazione alla salute).

 

Tutto si gioca a livello di istituto e dunque in un contesto pedagogico contraddistinto da un’ampia autonomia che è proprio quanto fa difetto al sistema scolastico francese e che invece domina nell’Europa Nordica o nei test di Andy Hargreaves [2] . Nessun riferimento all’autonomia scolastica nel bollettino, come se la questione dell’insegnamento interdisciplinare potesse essere risolta di forza nel quadro scolastico vigente.

 

 

Si resta un poco delusi da questo bollettino che fornisce un inventario parziale delle riflessioni accademiche sulle forme di insegnamento interdisciplinare odierne. Molti invocano l’urgenza di promuovere questo insegnamento ma si resta piuttosto delusi dal quadro fornito dal bollettino nel quale sono enumerate esperienze e opinioni che considerano in gran parte immutabile le modalità di organizzazione e di funzionamento del servizio scolastico vigente.

[1] Si veda per esempio Bernstein, B. (2000). Pedagogy, Symbolic Control, and Identity. Rowman & Littlefield Publishers, Inc. 

[2] Si veda per esempio il suo intervento al seminario internazionale dell’ADI nel 2013 "il tallone di Achille" che si può consultare cliccando qui

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Interdisciplinarita.pdf