Dieci indicatori di base proposti dall’UNICEF per valutare le politiche intersettoriali per l’infanzia (Innocenti Working Papers, 2008-02)

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Indagine dell’UNICEF

Negli scorsi decenni si sono verificati cambiamenti sociali rilevanti suscettibili sia di migliorare considerevolmente sia di peggiorare gravemente le condizioni dell’infanzia nelle società opulente.

Secondo l’insieme di indicatori presentati nel quaderno no.8 ‘The Child Care Transition’ del Centro di ricerca Innocenti dell’ UNICEF , oggigiorno una maggioranza delle nuove generazioni nelle società economicamente progredite passa una parte preponderante del tempo durante l’infanzia in luoghi esterni al domicilio. Nei paesi Membri dell’OCSE quasi l’80% dei bambini tra i tre e i sei anni frequenta una forma o l’altra di educazione prescolastica. Questa proporzione scende al 25% per i bambini con un’età inferiore ai tre anni tranne che in taluni paesi nei quali questa proporzione è quasi la metà (il 50%) di questa fascia d’età. In quest’ultimo decennio in molti paesi è pure cresciuto notevolmente il numero di bambini di meno di un anno che passano una parte della giornata o della settimana fuori di casa. Questa situazione è del tutto nuova se si considera che quarant’anni fa negli stessi paesi l’ostilità nei confronti dei nidi d’infanzia era per esempio ancora preponderante.

Bennett, John (2008), ‘Benchmarks for Early Childhood Services in OECD Countries’,
Innocenti Working Paper 2008-02. Florence, UNICEF Innocenti Research Centre

 

Nel quaderno no. 8 del centro di ricerca dell’[UNICEF->http://www.unicef-irc.org/] che si trova a Firenze si presentano dieci indicatori che permettono di comparare l’insieme dei servizi predisposti dalle politiche intersettoriali per l’infanzia per il periodo che precede l’età d’avvio dell’obbligo scolastico. Questa iniziativa costituisce un passo avanti rilevante nell’ elaborazione di strumenti perfezionati di pianificazione e sviluppo delle politiche per l’infanzia il cui scopo dovrebbe essere quello di migliorare lo statuto e l’educazione dell’infanzia nelle società contraddistinte dalla prevalenza di centri metropolitani, dalla desertificazione delle campagne, da tassi elevati di attività extra-domestica delle donne nonché da un calo considerevole della natalità. Tutti questi fattori tra loro combinati concorrono a generare condizioni precarie e particolari d’organizzazione della vita familiare, di custodia, di cura e di educazione dei bambini piccoli.

L’insieme d’ indicatori comparabili proposto dall’UNICEF è uno strumento di lavoro che dovrebbe aiutare i responsabili politici a guidare e a orientare le politiche per l’infanzia, a valutare la qualità dell’insieme delle prestazioni offerte comparandola con quella di altri paesi aventi livelli analoghi di sviluppo economico e sociale. Per ogni indicatore l’UNICEF propone anche una soglia di eccellenza e quindi una scala di voti che consentono di formulare un giudizio globale sulle politiche per l’infanzia.

 I migliori allievi : gli Scandinavi

 

Secondo lo studio condotto dall’ UNICEF, la Svezia rispetta tutti i dieci parametri di eccellenza delle politiche per l’infanzia. La Svezia è quindi il miglior allievo della classe per quanto riguarda la cura e l’educazione dei bambini. L’Islanda segue a ruota con nove parametri buoni, e poi vengono Danimarca, Finlandia, Francia e Norvegia. Nel gruppo di testa si trovano dunque tutti i paesi scandinavi. In coda al plotone c’è l’Australia che rispetta solo due criteri di eccellenza e buon ultimi di questa classifica sono il Canada e l’Irlanda con un solo parametro accettabile.

 La classifica è stata compilata in funzione della presenza di parametri ritenuti indispensabili per salvaguardare i diritti dell’infanzia negli anni più vulnerabili della formazione. La tabella mostra quali sono i paesi che rispettano i parametri ed è un primo tentativo per valutare e comparare l’insieme delle prestazioni per l’infanzia in 25 paesi dell’OCSE nei quali si producono le informazioni necessarie per calcolare gli indicatori.

 *Il Regno Unito comprende in questa tabella solo l’Inghilterra

 La situazione dell’Italia

Da questa tabella si può inferire che la situazione dell’Italia non è brillante. L’Italia rispetta solo i parametri minimi essenziali di quattro indicatori su dieci. La Svezia li rispetta tutti e dieci. La Francia ne rispetta otto come gli altri paesi scandinavi. Germania, Giappone e Portogallo sono al livello dell’Italia, mentre la Spagna è al di sotto con solo tre parametri su dieci, in compagnia degli Stati Uniti (situazione risaputa, che non evolve da decenni), la Svizzera, l’Australia, il Canada. E’ una piccola consolazione essere meglio degli Stati Uniti e del Canada, ma non c’è molto da vantarsi ed è errato decantare la qualità dei servizi per l’infanzia esistenti in Italia. Il caso di Reggio Emilia e dei suoi splendidi nidi d’infanzia è un’eccezione. Purtroppo, come lo conferma quest’indagine dell’UNICEF, l’Italia non ha una politica dell’infanzia come invece l’ha per esempio la Francia .

 

Per quarant’anni e più, dal dopoguerra in poi, in Italia i successivi governi democristiani hanno sempre proclamato la difesa della famiglia, considerata il pilastro della società, ma non si è fatto nulla di concreto per attuare questo principio. In questi ultimi anni, il contesto sociale è radicalmente cambiato, le strutture familiari pure, l’organizzazione delle economie domestiche sono state scombussolate, ma le diverse maggioranze politiche che si sono succedute al governo del paese a partire del 1995 non hanno preso le iniziative che si imponevano per permettere alle famglie di proteggere e migliorare le condizioni di vita dei bambini. Dichiarazioni d’intenzione, proclami e annunci di varia natura a profusione, ma iniziative concrete poche, in ogni caso insufficienti per fronteggiare una situazione sociale d’emergenza.

La classifica contestata

La pubblicazione del quaderno ha provocato una forte reazione del governo inglese il quale contesta la classifica compilata dall’UNICEF che colloca l’Inghilterra dietro altri paesi [1]]. Il governo britannico ritiene che il quaderno è infarcito di errori ed è inaccurato, almeno per quanto riguarda la situazione dell’infanzia in Inghilterra. In particolare, il governo ritiene che l’Inghilterra rispetta uno dei parametri ossia quello che prevede la presenza di un piano strategico nazionale per i primi anni di vita nel quale si riserva la priorità agli interventi a favore dei bambini più poveri. Inoltre, l’Inghilterra ritiene di coprire il fabbisogno di servizi per il 25% dei bambini di meno di tre anni e per l’80% dei bambini di meno di quattro anni.

Il disaccordo con l’UNICEF è stato illustrato in modo dettagliato nell’articolo di BBC News citato in nota. Queste reazioni sono normali e succedono sovente in questo genere di esercizi. Dimostrano la suscettibilità di determinate maggioranze politiche (in questo caso dei laburisti del governo di Gordon Brown) su questioni ritenute prioritarie nel programma di governo e inoltre mettono in evidenza la complessità dei confronti, la facilità dei malintesi sulle definizioni usate per comparare i dati. La traduzione in una scala internazionale comparabile dei dati nazionali è tutt’altro che un’operazione ovvia. Questo fattore è particolarmente acuto nel campo dei servizi dell’infanzia dove la molteplicità delle definizioni e dei servizi rende complicati tutti i confronti. La contestazione dei risultati e soprattutto delle clasifiche come quella qui citata dell’Inghilterra mostra per altro l’interesse e l’importanza delle comparazioni per il miglioramento dei dati statistici nel settore sociale.

 

Trasformazioni sociali profonde

 Lo studio dell’UNICEF giustifica l’interesse riservato alle politiche intersettoriali per l’infanzia e alla costruzione di indicatori appositi per valutare le politiche condotte nel clan dei paesi opulenti dell’OCSE dal punto di vista dei fabbisogni prodotti dalle trasformazioni socio-democrafiche, dai cambiamenti culturali e economici di questi ultimi decenni i. Le condizioni di crescita e di educazione dell’infanzia sono profondamente mutate con una rapidità inaudita. La conseguenza che ne deriva è una maggiore vulnerabilità dell’infanzia nelle società opulente. Orbene, occorre essere consapevoli di questo stato di cose e intervenire con politiche appropriate. Molti bambini, tra la nascita e i sei-sette anni, vivono in situazioni precarie che esigono strutture, protezione, aiuti appositi.

 

Dopo secoli durante i quali la cura e l’educazione dei bambini piccoli sono state di esclusiva competenza delle famiglie, oggigiorno, per la prima volta, nelle società avanzate, queste attività si svolgono vieppiù fuori di casa. I bambini vengono affidati in proporzione crescente a istituzioni statali o private per una parte più o meno lunga della giornata oppure per alcune ore alla settimana. 

La cura e l’educazione dell’infanzia sono diventate in certi paesi perfino un affare che instaura o rafforza sin dai primissimi anni di vita ingiustizie e disuguaglianze tra le nuove generazioni. I bambini che nascono in questi anni nelle società occidentali, in prevalenza in quelle della zona dell’OCSE, passano dunque una gran parte del loro tempo fuori di casa e non in famiglia, curati, occupati o educati in un ventaglio ampio e diversissimo di luoghi d’accoglienza. Le soluzioni adottate possono essere di varia natura : pubbliche o private, legali o clandestine, note e registrate oppure del tutto invisibili, incontrollate e incontrollabili. La qualità di queste istituzioni è parecchio disuguale e i costi per le famiglie sono pure molto variabili.

Questo cambiamento è in corso e lo stadio di evoluzione di questa tendenza non è univoco da un paese all’altro. In ogni modo non possono sussistere più dubbi in merito. Grosso modo, l’80% dei bambini tra i tre e i sei anni nei paesi dell’OCSE frequenta a tempo pieno o parziale, tutti i giorni o solo per una parte della settimana (questo non è il problema) un centro di educazione e di custodia a loro dedicato .

 

[Tassi lordi di partecipazione all’educazione prescolastica nella fascia d’età dai 3 ai 6 anni, 2004|pdf_iwp_2008_02_final.pdf->http://www.oxydiane.net/IMG/pdf_iwp...]

[ |pdf_iwp_2008_02_final.pdf->http://www.oxydiane.net/IMG/pdf_iwp...][ |pdf_iwp_2008_02_final.pdf->http://www.oxydiane.net/IMG/pdf_iwp...]

 

Come noto da tempo (la situazione al vertice della classifica è rimasta stabile da quasi vent’anni a questa parte), Francia, Italia, Belgio e Islanda sono i paesi con i tassi di prescolarizzazione più elevati, mentre Finlandia e Svizzera sono buon ultimi [2] Nel grafico 2b dedicato ai tassi di prescolarizzazione dei bambini di quattro anni si constata che in ben 16 paesi su 24 questa percentuale supera già il 75%. Tre bambini di quattro anni su quattro frequentano la scuola per l’infanzia.

 

I dati sono meno sicuri per i bambini al di sotto dei tre anni perché per questa fascia d’età le soluzioni private o clandestine sono molto numerose per cui è difficile stimare con una buona approssimazione la percentuale dei bambini di questa età non curata in casa, in famiglia. Si ritiene però, sulla base dei dati disponibili, che circa il 25% di questa fascia d’età frequenti una forma o l’altra di custodia e educazione esterna al domicilio familiare e passa un buon numero di ore con adulti che non sono né la madre, né il padre né altri membri della famiglia. In taluni paesi questa proporzione si attesta già attorno al 50% (un bambino su due).

 

 Tasso lordo di prescolarizzazione a 4 anni, 2004

 

 

Questo fenomeno si riproduce per i bambini con un’età inferiore a un anno. Nei paesi in cui il congedo maternità è ridotto, le famiglie si arrabattano per trovare soluzioni di custodia per i neonati di pochissimi mesi, quando le madri esercitanti un’occupazione fuori casa o un’attività professionale non connessa alla vita domestica devono o vogliono riprendere il lavoro. Per esempio negli Stati Uniti più del 50% dei bambini di meno di un anno passa una parte della giornata in un’istituzione per l’infanzia (un nido d’infanzia, per esempio), tre quarti dei quali a partire dai quattro mesi, per una media di 28 ore settimanali.

 

Queste situazioni sono del tutte nuove. Venticinque anni fa si discuteva ancora animatamente tra gli esperti, i pediatri, gli psicologi sul pericolo per i bambini di meno di un anno di essere separati anche per poche ore al giorno dalla loro madre e si metteva in dubbio la bontà dei nidi d’infanzia. Questi dibattiti sono scomparsi dalla scena mentre emerge una situazione inedita di fronte alla quale le politiche di molti paesi tardano a reagire.

Tutti i dati relativi alla custodia e all’educazione dell’infanzia, in particolare quelli che riguardano i bambini di meno di tre anni, vanno presi con cautela e non sono del tutto comparabili tra loro. Per esempio, le ore settimanali che i bambini passano nei centri di accoglienza varia moltissimo da un paese all’altro : in certi casi si tratta di poche ore al giorno ; in altri dell’intera giornata lavorativa dei genitori. In ogni modo il fenomeno è chiarissimo e la tendenza è evidente ; occorre quindi prendere le disposizioni che s’impongono per proteggere l’infanzia e rispettare uno dei diritti fondamentali dei bambini : agire nel loro interesse.

 

Fattori del cambiamento

 

Per l’UNICEF i fattori che determinano questo cambiamento sono altrettanto lampanti come lo è il cambiamento in corso.

 

L’occupazione femminile

 

Nei paesi dell’OCSE più dei due terzi della popolazione femminile in età lavorativa (quella tra i 19 e i 64 anni) svolge un’attività professionale fuori casa. L’età media della prima gravidanza in molti paesi è posticipata di circa un decennio rispetto a quella della generazione precedente. Per molte donne la maternità entra in considerazione solo dopo l’avvio di una carriera professionale. Per molte altre invece la necessità di svolgere un’attività rimunerata è imposta da fattori economici e dalla necessità di un secondo salario in casa per far fronte al costo della vita nelle società contemporanee. Per molte donne l’esigenza di riprendere il lavoro fuori casa al più presto dopo una maternità (esercitando anche un’attività poco qualificata e mal retribuita) , non è un’opportunità di sviluppo personale, una scelta liberamente consentita, ma una necessità imposta dalla pressione economica. Ciò vale ovviamente soprattutto per le madri delle classi sociali più povere.

 

Le pressioni esercitate dall’economia sui governi

 

Lo sviluppo delle società del benessere e della conoscenza nelle quali il consumo e il mercato sono sovrani incita i governi a incoraggiare e promuovere la forza lavoro femminile. Più ci sono donne nel mercato del lavoro più il PIL cresce, maggiore è il cespite delle entrate per i governi, il gettito fiscale aumenta e le spese dello stato sociale diminuiscono. I governi hanno quindi tutto l’interesse ad adottare politiche che incitano queste tendenze. Occorre però non sottovalutarne le conseguenze dal punto di vista della vulnerabilità e della precarietà delle condizioni di vita dei bambini piccoli.

 

L’educazione precoce come investimento e come "business"

 

L’educazione prescolastica è diventata un investimento ritenuto, a torto o a ragione, cruciale per il futuro delle nuove generazioni e per la configurazione della vita adulta. Da questo punto di vista l’educazione prescolastica si presenta come un’assicurazione sulla vita. Una buona educazione prescolastica sarebbe di per sé favorevole ad un’esistenza riuscita (cosa ciò voglia dire non lo si sa esattamente) e la carenza o la mancanza di un’educazione prescolastica sarebbe pregiudizievole per l’avvenire di una persona. Queste correlazioni od addirittura queste concatenazioi causali sono ancora discutibili e problematiche. Troppi parametri sono mal definiti e per altro incontrollabili, almeno finora, per potere trarre certezze simili.

La generalizzazione delle scuole per l’infanzia, il successo del concetto di "scuola materna", sono però un indice eloquente della trasformazione delle mentalità. Non si parla ormai più di giardini d’infanzia. Questo sintagma è diventato obsoleto. I governi sono convinti che per ottenere buoni risultati scolastici si deve iniziare presto la scolarizzazione e molti genitori, specialmente nella classe media, ritengono che una buona educazione prescolastica sia un investimento per il futuro, una garanzia del successo scolastico il quale, a sua volta, aprirebbe le porte del mercato del lavoro e a carriere professionali redditizie. [3]

 

Conciliare lavoro e vita familiare

 

In un periodo di forte calo della natalità, l’educazione prescolastica è percepita come un puntello indispensabile per aiutare le famiglie a conciliare vita domestica e obblighi derivanti dall’educazione dei figli con vita professionale e lavoro. Lo sviluppo dei servizi prescolastici, la generalizzazione di questi servizi e la loro qualità diventano uno strumento per contrastare il declino della natalità e stimolare la crescita demografica. Le politiche familiari e segnatamente l’incremento dell’offerta di un ampio ventaglio di servizi di custodia e educazione dell’infanzia si presentano quindi come uno strumento che consente di armonizzare esigenze contrastanti. Più l’offerta di servizi cresce, maggiore è la domanda e per riflesso il trasferrimento a istituzioni specializzate di una parte delle responsabilità dei genitori in materia di educazione, custodia e crescita dei figli.

 

Per tutte queste ragioni, ovunque si discutono strategie d’intervento politico a favore delle famiglie e dell’infanzia e nei casi migliori, come è il caso della Svezia, si giunge a impostare politiche intersettoriali efficaci per la custodia e l’educazione dell’infanzia. Indubbiamente è in corso una mutazione profonda dei rapporti tra bambini e adulti e quindi delle forme di educazione iniziale. La scala del cambiamento è tale da non consentire mezze misure. Il problema in un contesto come questo risiede però in un punto ben preciso fin qui parecchio trascurato ma espressamente formulato nella convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia [4] : queste politiche e queste strategie sono concepite nel rispetto nell’ interesse dell’infanzia oppure in funzione di altri criteri meno nobili, più subdoli ? I diritti dell’infanzia sono rispettati o violati ogniqualvolta si intraprendono provvedimenti per l’infanzia ? Quali sono gli effetti a lunga scadenza di queste trasformazioni ? Il rapporto dell’UNICEF cerca di rispondere a queste domande.

I dieci indicatori

 

  1. Congedo parentale pagato : come minimo un genitore deve potere fruire di un congedo di un anno (nel computo si include il congedo maternità) retribuito al 50% del salario.
  2. Esistenza di una strategia nazionale di sviluppo dell’educazione prescolastica con priorità chiaramente definite per la popolazione a rischio.
  3. Sviluppo di un insieme articolato d’ istituzioni di custodia e educazione per i bambini d’età inferiore ai tre anni. Almeno il 25% di questa fascia d’età deve potere accedere a questi servizi. 
  4. Partecipazione generalizzata all’ educazione prescolastica per la fascia d’età dei quattro anni. Almeno l’80% dei bambini di questa età deve potere accedere a un’istituzione statale o paritaria di educazione prescolastica per 15 ore alla settimana.
  5. Un livello minimo di formazione per tutti i tipi di personale che lavora con i bambini o che si occupa dell’infanzia. Almeno l’80% del personale deve essere formato e essere stipendiato.
  6. Una proporzione minima di personale con una formazione specialistica di livello universitario, pari alla laurea di primo livello. Nei servizi statali questa proporzione dev’essere almeno del 50%.
  7. Una proporzione educatori-bambini nelle scuole per l’infanzia (bambini di quattro e cinque anni) che non sia superiore a 15 (15 bambini per ogni educatore specializzato con formazione apposita). Il numero di bambini nei gruppi di questa fascia di età non deve essere superiore a 24.
  8. Un livello di finanziamento statale minimo. Almeno l’1% del PIB dev’essere consacrato all’educazione prescolastica (dai 0 ai 6 anni).
  9. Bassa proporzione di bambini in condizioni precarie. La soglia tollerata dev’essere del 10%.  [5]
  10. Prestazioni universali :

Si propongono tre criteri :

  • tasso di mortaiità infantile inferiore al 4 per mille ;
  • proporzione di neonati sottopeso alla nascita (ossia meno di 2500 gr) inferiore al 6% ;
  • tasso di vaccinati contro le principali malattie infettive (difterite, poliomielite, morbillo) nella fascia d’età tra i 12 e i 23 mesi superiore al 95%.

 

 

 

 

 

 

[1] si veda la notizia pubblicata dal servizio informazione della BBC l’11 dicembre 2008 ["Unicef child study disputed by UK"->http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk_news/...

[2] Il che non impedisce alla Finlandia di avere i quindicenni più competenti in lettura, conoscenze matematiche e scientifiche, a comprova che l’educazione prescolastica non è affatto determinante per gli apprendimenti e lo sviluppo delle competenze conoscitive, mentre in Svizzera si è preso lo spunto dai risultati non brillanti dei quindicenni nell’indagine PISA per abbassare l’età dell’obbligo scolastico e generalizzare l’educazione prescolastica.

[3] I vantaggi dell’educazione prescolastica sono decantati spesso sulla base di indagini scientifiche discutibili. Per esempio la ricerca di Bengt-Erik Andersson in Svezia svolta agli inizi degli anni 90 in 128 famiglie della classe media e dei ceti poveri di due città secondo la quale ci sarebbe una correlazione tra l’educazione prescolastica e il miglioramento dei risultati scolastici a 13 anni ; oppure il celeberrimo [Perry Preschool Project della High/Scope Foundation ->http://www.highscope.org/Research/P...]a Ypsilanti nel Michigan che è stato mondialmente pubblicizzato e che ha servito come punto di riferimento per l’indagine dell’IEA sull’educazione prescolastica. In questo progetto, nel corso degli anni 60 si sono comparati due gruppi di 64 bambini di tre e quattro anni di origine afroamericana, provenienti dal sottoproletariato urbano, le cui caratteristiche ne facevano una popolazione a rischio di insuccesso scolastico e sociale. I bambini di un gruppo ebbero l’opportunità di frequentare una scuola per l’infanzia durante un intero anno tutte le mattine per due ore e mezzo e di essere seguiti nel pomeriggio anche a casa da educatori e psicologi. Quelli dell’altro gruppo, del tutto simile al primo, non hanno beneficiato di questo programma. Il progetto ha seguito i due gruppi per quasi quarant’anni ed ha confrontato la loro evoluzione intellettuale, i risultati scolastici, la condotta sociale, la carriera professionale ed ha constatato che i bambini del primo gruppo hanno avuto risultati migliori da tutti i punti di vista. Da qui si è tratta la conclusione che questo esito era imputabile ai benefici derivanti dall’educazione prescolastica.

[4] La Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia è una convenzione delle [Nazioni Unite|Organizzazione delle Nazioni Unite->http://it.wikipedia.org/wiki/Organi...] approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il [20 novembre|20 novembre->http://it.wikipedia.org/wiki/20_novembre] [1989|1989->http://it.wikipedia.org/wiki/1989]

[5] Bambini poveri , secondo la definizione dell’OCSE, sono considerati quelli che crescono in famiglie con un reddito inferiore al 50% del reddito medio, tenuto conto della dimensione della famiglia.

Les documents de l'article

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