Resoconto del dibattito organizzato dall’ "Osservatorio delle disuguaglianze" a Parigi il 28 gennaio 2010

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L’uguaglianza delle opportunità non equa

Esiste una scuola giusta? Cosa significa una scuola giusta? C’è un sistema scolastico più giusto di un altro? Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma le disuguaglianze continuano ad accentuarsi. La scuola può fare ben poco per combattere questa tendenza. Anzi, forse l’accompagna in sordina. Per salvare la faccia si invoca il merito, che sembra essere la sola soluzione per sembrare giusti ed efficaci e negare nel contempo l’ ingiustizia sociale di fronte all’istruzione.

Premiare i meritevoli: la soluzione è giusta?

 

Marie Duru-Bellat Il merito è conciliabile con la scuola? Nel corso della serata organizzata il 28 gennaio 2010 a Parigi dall’ "Osservatorio delle disuguaglianze", la sociologa Marie Duru-Bellat, professore all’Istituto di scienze politiche di Parigi nonché all’Università di Borgogna a Digione, ha sferrato un violento attacco contro il concetto di meritocrazia nella scuola e contro il principio dell’ uguaglianza delle opportunità. Marie Duru-Bellat ha pubblicato alcuni mesi or sono un volumetto, "Le mérite contre la justice", che analizza il posto del merito nel discorso e nella pratica pedagogici. "Psicologicamente si ha bisogno del "merito", per riconciliare il principio di uguaglianza e la realtà della disuguaglianza" afferma Duru-Bellat. Siamo immersi in una marea di disuguaglianze. Siamo tutti disuguali. Per questo abbiamo bisogno del "merito", ci serviamo di questo concetto. Il concetto di "merito" ha una funzione ideologica, è in sé e per sé molto seducente, perché aiuta a giustificare la presenza delle disuguaglianze e a scordarle, forse anche a dimenticarle. È per questa ragione che il merito attecchisce molto bene nel discorso pedagogico; serve a mascherare le enormi disuguaglianze esistenti all’interno del sistema scolastico, a giustificarle, a dare loro una veste nobile, mentre la scuola, ovverosia i principali attori che operano all’interno del sistema scolastico (i pedagogisti, gli insegnanti, i militanti sindacali, i dirigenti, talora i responsabili scolastici) tentano in mille maniere di lottare nella pratica contro le disuguaglianze sociali nell’istruzione. Poiché il fallimento è non solo garantito ma documentato da decenni di insuccessi, di riforme sterili, occorre trovare un modo per fare i conti con la disuguaglianza di fondo annidata nel cuore del sistema scolastico, la si deve giustificare in un modo o in un altro per compensare le frustrazioni e lo smacco generati dalle sconfitte collezionate nella lotta contro la disuguaglianza scolastica.

Purtroppo, nella scuola, esiste un legame molto forte tra l’origine sociale e il successo scolastico. Purtroppo, queste disuguaglianze si accentuano col passare degli anni, aumentano man mano durante la scuola primaria, nel passaggio della scuola primaria alla scuola media, durante la scuola media, al momento della transizione dalla scuola media all’inserimento secondaria di secondo grado, e via dicendo. La scuola si rivela incapace di ricuperare il deficit iniziale, di lottare contro disuguaglianze, di ridurle. Malauguratamente, succede proprio il contrario. Le carenze, il divario tra i buoni allievi e quelli deboli invece di diminuire cresce. Al massimo è stabile, come lo si vede negli USA. Il divario nei punteggi nei test del NAEP degli studenti bianchi e di quelli afroamericani sull’arco di trent’anni non muta.

Una delle ultime trovate per lottare contro le disuguaglianze è la discriminazione positiva. Dobbiamo quindi chiederci : la discriminazione positiva corrisponde all’esigenza di giustizia scolastica? In altri termini, dobbiamo verificare se la discriminazione positiva contribuisce a migliorare l’uguaglianza delle opportunità oppure se questa politica, benintenzionata, resta sterile e impotente di fronte alle disuguaglianze sociali. Per Marie Duru-Bellat la discriminazione positiva si basa su un postulato iniziale errato, ossia è fondata sull’idea che tutti gli allievi siano ugualmente capaci e desiderosi di riuscire a scuola. Orbene, questo postulato è del tutto inverosimile. "Tutti gli allievi non sono ugualmente capaci: l’ambiente sociale dal quale provengono è molto disuguale e non tutti desiderano la stessa cosa, non hanno gli stessi obiettivi, non tutti si prefiggono di ottenere voti eccellenti a scuola, di essere promossi brillantemente per essere ammessi in filiere prestigiose". Le vere ingiustizie si situano in partenza, sono presenti già alla nascita, nella culla. I programmi di discriminazione positiva "sono simpatici ma non intaccano che marginalmente la scuola", non cambiano la sostanza delle cose, non modificano le regole del giuoco, non cambiano il destino.

"Un regime di puro merito sarebbe ipotizzabile, realistico?" si chiede Duru-Bellat. La risposta è inequivocabile: "Senza nessun dubbio, assolutamente no". Una scuola impostata in base al merito tradirebbe le missioni stesse del sistema scolastico, almeno di come lo intende una gran parte del corpo insegnante. Un sistema scolastico impostato in funzione del merito diventerebbe un sistema iperselettivo a scapito di tutte le funzioni educative.

"Si può allora fare a meno del merito?" Anche in questo caso la risposta della ricercatrice è netta: "Non lo so, non si può dire. Forse sì, forse no". Il merito non si può rimuoverlo, bisogna fare i conti con lui, ovverossia fargli perdere il carattere egemonico che ha nel discorso pedagogico e nel discorso politico sulla scuola. Il concetto di scuola giusta non è socialmente neutro. Tutte le indagini svolte sul sentimento di giustizia degli studenti dimostrano che i migliori studenti, i più bravi, sono favorevoli al merito, mentre invece i più deboli lo contestano e sono piuttosto favorevoli all’idea di uno zoccolo comune di conoscenze. [1]

Si deve quindi concludere che il consenso vigente attorno al concetto di uguaglianza delle opportunità è un concetto conservatore. "E’ persino pericoloso: perché interra, fa sparire, la questione delle disuguaglianze". Se mettiamo tutto in atto per realizzare l’uguaglianza delle opportunità, se questo è l’obiettivo delle politiche scolastiche progressiste, si finisce per battere la testa contro il muro, per favorire i privilegiati, che diventano i meritevoli. Le disuguaglianze ci sono, non si possono accantonare. Non basta creare un’uguaglianza delle opportunità e premiare poi i migliori perché sarebbero meritevoli mentre i perdenti non lo sarebbero. Non lo sono perché non sono stati capaci di approfittare dell’ "opportunità" loro offerta. Questa è proprio una politica conservatrice, per nulla progressista.
 

[1] Si veda a questo riguardo il volume "Les sentiments de justice à et sur l’école" a cura di Marie Duru-Bellat e Denis Meuret, Ed. De Boeck, Bruxelles, 2009