Numero monografico della rivista USA Teachers College Records pubblicato nel 2012 (Volume 114 Number 6, 2012) , non protetto. Articoli in inglese.

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Politiche scolastiche per le buone anime

La lotta contro la povertà è sempre stata un argomento sfruttato fino all’osso per sviluppare il servizio statale d’istruzione da un secolo e mezzo a questa parte. Il servizio scolastico è cresciuto, l’espansionismo non si è arrestato, le riforme scolastiche per otturare le fessure nell’apparato scolastico si sono moltiplicate, e non sono cessate, il livello d’istruzione medio della popolazione è aumentato , ma la povertà non è scomparsa, la questione sociale non è sparita, le discriminazioni sociali non son svanite, la ricchezza rimane in poche mani, i poveri ed i disoccupati non diminuiscono anche se sono più istruiti, le forme di sfruttamento sociale sono cambiate in un mondo globalizzato. In questo numero monografico si analizza soprattutto la situazione esistente negli USA ma si potrebbe fare la stessa cosa in Europa, in Africa, in Asia, negli altri continenti. Il modello di servizio statale d’istruzione non incide sulla povertà e non fa diminuire la proporzione dei poveri nella società.

Indice del numero monografico di TCR :

Molti concetti della lotta contro la povertà mediante il servizio statale d’istruzione , per esempio quella di popolazione a rischio, di integrazione, di multiculturalismo e interculturalismo, si ritrovano anche nelle riforme scolastiche europee perché le organizzazioni internazionali come l’OCSE, l’UNESCO, la Banca Mondiale funzionano come altoparlanti diffusori mondiali della cultura scolastica. Le associazioni degli insegnanti hanno ripreso questi temi,ripetuti a iosa come fa M6 con i clips musicali e nelle università si sono formate generazioni di giovani insegnanti ai quali si sono fornite teorie confortanti per giustificare la scelta della professione e alle quali si è fatto credere che con un buon insegnamento si sarebbe sconfitta la miseria sociale. Ma ciò non è successo anche se si fa fatica ad ammetterlo. La povertà cresce, le disuguaglianze sociali pure, l’ingiustizia è palpabile nella società nonostante i congressi ed i convegni pedagogici che seminano la buona parola. La mondializzazione dell’istruzione scolastica aggrava il problema invece di ridurlo.

 

Si riprendono qui di seguito in libera traduzione italiana alcuni passaggi della presentazione del numero monografico fatta dal professor Jean Anyon, titolare della cattedra di politica dell’educazione presso la scuola di dottorato dell’Università di New York (Graduate Center, City University, New York).

La presentazione inizia con la seguente domanda : “ Cosa possono fare le scuole per eradicare la povertà ?”

Dalla metà del 19º secolo fin verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso si credeva fermamente che l’istruzione scolastica avrebbe potuto cambiare il mondo e fosse stata un fattore potente per rendere più uguale, più giusta la società. [1] ."Tra l’altro, questa convinzione nella potenza dell’istruzione è stato un fattore che ha motivato la mia personale determinazione di insegnare a metà degli anni 60 : allora si riteneva che insegnanti premurosi sarebbero stati in grado di cambiare il mondo per la minoranza dei poveri, un poco alla volta. Nel corso dei decenni successivi, questa idea si è appannata soprattutto quando ho constatato oppure quando ho preso atto che la povertà cresceva nonostante l’espansione dell’istruzione e nonostante la presenza di una popolazione molto più istruita che non un tempo".

Questi progressi e quest’evoluzione non ha però annullato il deficit teorico secondo il quale i programmi di istruzione precoci sono benefici come lo si descrive in diversi articoli di questa monografia. Queste opinioni sono molto ingegnose, e sono spesso formulate in modo implicito e raffinato e continuano quindi ad influenzare le politiche dell’istruzione che mirano a migliorare la condizione dei poveri soprattutto nelle zone urbane, nelle metropoli, nelle zone periferie e nelle borgate : si va dalle proposte che propugnano l’adozione di discipline a tolleranza zero, all’istallazione di detector di metalli alle porte delle scuole (per cui si assume che tutti gli studenti siano dei teppisti potenziali) ed infine allo sviluppo e all’all’adozione di test con un’ elevata posta in gioco come per esempio si è fatto negli Stati Uniti con la legge NCLB ("No Child Left Behind") [2], riforma secondo la quale si ritiene che una buona preparazione ai test dovrebbe bastare come curricolo per i poveri delle zone metropolitane. Inoltre, in molte riforme scolastiche si sono introdotte proposte riguardanti le pratiche di capitale sociale vigenti nella classe media sfera che gli studenti provenienti dalla classe operaia o gli studenti poveri ignorano del tutto, allo scopo di ridurre le loro debolezze di ragionamento : “discorsi come questi venivano già fatti agli albori dell’educazione compensativa agli albori degli anni Sessanta e tornano oggi di moda. Si parla sempre più di varianza nel capitale culturale il che lascia sottintendere la nozione della presenza di una deficienza culturale per esempio tra gli studenti poveri. Ciò è del tutto errato.

In molti programmi di educazione compensativa oppure nei programmi attuati nelle zone di educazione prioritaria i bambini poveri sono percepiti in maniera sospetta, sono accusati di povertà di linguaggio, di competenze, di cultura. Queste carenze sono imputate spesso alle loro famiglie. L’obiettivo dei programmi delle zone di educazione prioritaria nonché dei programmi concepiti per le famiglie dei poveri mira soprattutto ad insegnare ad esprimersi correttamente nella lingua della scuola ed in quella utilizzata dalle classi dirigenti della società. Orbene, la lingua parlata dagli studenti poveri è molto inventiva e piacevole. Questi studenti sanno scrivere poesie e storie nel loro linguaggio, apprezzano un certo tipo di musica ed hanno toni di voce piacevoli. Si può discutere con loro sulle differenze esistenti tra quanto hanno scritto ed il modo con il quale gli insegnanti parlano, poiché gli insegnanti in gran parte provengono da un’ altra cultura, da quella della classe media. Si impone quindi un esercizio di traduzione tra il loro linguaggio è quello codificato dalla scuola. Il loro linguaggio ed i loro comportamenti non sono negativi, sono soltanto diversi, non sono né buoni né cattivi. Si può spiegare a questi studenti che per riuscire in una società dominata dalle classi sociali medie occorre riuscire ad esprimersi con codici linguistici diversi, apprendere un altro linguaggio, altri codici [3] . Questo risultato si ottiene con attività peculiari e non con imposizioni, oppure con voti negativi, bocciature, ripetenze a ripetizione. Purtroppo nelle scuole, nonostante il fatto che i tempi siano cambiati, taluni atteggiamenti non lo sono affatto. Per esempio, l’insistenza sul concetto di deficit nel ragionamento modella fortemente i tipi di valutazione in voga.

 

Wayne Urban , professore di scienze dell’educazione all’università dell’Alabama , contesta la validità degli articoli presentati in questo numero monografico in un articolo intitolato "“Rethinking Compensatory Education” pubblicato nel no. 6 , 2012 della stessa rivista. L’articolo, in inglese , è pubblico. Si può consultare cliccando qui.

[1] ndr. : Lo si crede tuttora e lo si proclama spesso nei comunicati finali dei convegni internazionali dedicati alla politica scolastica

[2] ndr. : In questo sito questa legge è citata più volte e basta una ricerca su Google o su Wikipedia per coglierne la portata

[3] ndr. : il sociologo Basil Bernstein in Inghilterra aveva già lavorato su questi temi. Si veda la voce Basil Bernstein in Wikipedia , per esempio