Un terzo degli insegnanti di scuola primaria del Senegal non hanno mai sentito parlare degli obiettivi del piano internazionale di scolarizzazione universale e quasi tutti sottovalutano la gravità dello stato della scuola nel loro paese.

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Un colossale fallimento

Molti programmi internazionali, più o meno coordinati tra loro, si prefiggono di generalizzare l’alfabetizzazione della popolazione africana e di scolarizzare tutte le giovani generazioni. Purtroppo la buona volontà, le buone intenzioni, non bastano per riuscire nell’intento. Il fallimento è patente. Presto o tardi, più tardi che presto, anche in Africa si giungerà a scolarizzare la totalità delle fasce d’età, ma l’impresa è improba non perché la popolazione africana è ottusa ma perché i modelli di scolarizzazione proposti sono sfasati, tengono poco conto dei contesti, delle culture locali, sono spesso brutte copie di realizzazioni sviluppate altrove. Ci sono però iniziative splendide, scuole alternative stupende, ma questi casi sono rari e purtroppo non la spunteranno di fronte alle corazzate messe in campo dalle grandi potenze internazionali.

Un caso unico

La scolarizzazione generale nel continente africano e soprattutto nella zona subsahariana e tropicale è un enorme problema, affascinante per gli analisti dell’educazione comparata e per i politologi dell’educazione.

La resistenza dell’Africa al progetto di mondializzazione della scolarizzazione è un esempio di crisi del modello culturale imperialista veicolato dalle potenze visibili e occulte che governano il cosiddetto mondo occidentale [1]

"Rien ne va plus" nella scuola di molti Stati africani

In questi ultimi sessant’anni si sono spesi milioni di dollari per costruire sistemi scolastici pubblici simili a quelli del Nord senza riuscirci. Si continua per altro pervicacemente su questa via, si ribadiscono gli stessi intenti, ci si intestardisce a mantenere in vita gli stessi programmi pur di riuscire il progetto di alfabetizzazione universale. Nondimeno, si è ancora ben distanti dal conseguire gli obiettivi dei programmi proclamati dall’UNESCO e dalla Banca Mondiale, ossia la realizzazione entro il 2020 dell’istruzione primaria universale [2]. Si spinge al massimo per arrivarci, si preme sui governi africani per obbligarli a investire nella scuola, si reclutano insegnanti a tappe forzate, con formazioni precarie, e nemmeno ci si chiede cosa possa succedere dopo. Nulla infatti è stato finora predisposto per quando si arriverà alla scolarizzazione universale. Cosa fare quando la maggioranza dei bambini saprà leggere e scrivere a 11 o 12 anni in una lingua che spesso non è la lingua parlata? Ancora non si sa. Implicitamente si suppone che giunti a questo punto i paesi africani faranno automaticamente un salto di qualità nel progresso economico, usciranno dalla miseria nella quale sono caduti con la colonizzazione e la decolonizzazione e la corruzione imperante ovunque sarà debellata. L’istruzione primaria universale è la medicina che trascinerà l’Africa verso la convalescenza socio-economica e forse anche politica, con governi democratici stabili al posto di dittature tremende [3]. L’esempio da seguire è quello dell’allievo modello [4], ossia l’Africa del Sud. Non tutto è perfetto nell’Africa del Sud ma il paese sarebbe sulla buona via. Se la scolarizzazione universale riesce lì allora potrebbe riuscire anche in Uganda, in Etiopia, nel Kenya, in Congo, in Angola, nella Costa d’Avorio e via dicendo.

 

Nugoli di esperti sono all’erta per dare un colpo di mano ai governi, per misurare e valutare i progressi della scolarizzazione come per esempio il programma SACMEQ [5] e il programma PASEC [6] della CONFEMEN [7]. Numerosi dottorandi si fanno la mano con consulenze malamente finanziate e sovente ancor peggio definite per formare specialisti locali (ispettori, amministratori, dirigenti). I dipartimenti della cooperazione tecnica di diversi governi del Nord (per esempio Germania, Canada, Inghilterra) finanziano programmi di ogni genere per la creazione di scuole , la formazione degli insegnanti, la distribuzione di materiale pedagogico. Per esempio per anni si sono investiti capitali immensi per lo sviluppo della formazione professionale nello Zimbabwe e solo dopo il fallimento generale del paese si è abbandonato o quasi il progetto. Recentemente importanti fondazioni private si sono lanciate in operazioni di sostegno della scolarizzazione. Per esempio la Fondazione Bill e Melinda Gates nel Ghana (foto).

In generale è impossibile contestare o criticare questi progetti inventati per risanare l’Africa, per aiutare l’infanzia africana, per combattere contro la miseria, la povertà, lo sfruttamento, la malvagità, la violenza. Farlo, si passa per presuntuosi, malvagi, cinici, perversi. I discorsi critici non passano, sono rifiutati, denunciati come perversi dai responsabili politici, dai ricercatori sul campo, dai consulenti internazionali che vivono grazie ai programmi di aiuto allo sviluppo, di lotta contro la malnutrizione, contro l’AIDS, ecc.Contro i credenti i liberi pensatori non la spuntano.

 

Moralismo imperante

 

Il rifiuto della contestazione prende lo spunto da un argomento imparabile: la scuola è meglio della merda. Purtroppo la scuola africana non è quella di Don Milani a Barbiana dove si è coniata l’espressione. In Africa ci sono scuole primarie e secondarie dove convergono 500 , 1000 bambini, privi di bagni. Tutti, compresi gli insegnanti, urinano e defecano nella foresta circostante, tutti i giorni. Talora, è prevista una sola eccezione per le bambine dei primi anni della scuola primaria. Queste scuole sono letteralmente nella merda, tranne che per i consulenti delle organizzazioni internazionali che non ci mettono mai i piedi. Non si sta meglio nelle scuole prefabbricate donate dai paesi ricchi. che sono scatoloni metallici, gelidi d’inverno, fornaci d’estate, con insegnanti integristi che indottrinano ragazzi e ragazze, senza libri, senza quaderni, senza matite. Si deve pagare questo prezzo per imparare a leggere e a scrivere nonché ad esprimersi sommariamente in una delle lingue delle ex-potenze coloniali? In certe comunità i padri o le madri preferiscono tenersi a casa i figli, maschi o femmine.

In questa scuola ci sono classi (per forza, altrimenti che scuola sarebbe senza classi?) di 50, 60, e più bambini, di diverse età, tenuti a bacchetta, costretti a restare seduti nei banchi, senza nessuna possibilità di movimento.

Questi luoghi che si chiamano scuole entrano nelle statistiche internazionali e nazionali. Ci sono bambini che fanno 10 km a piedi ogni giorno per frequentarla. Per fortuna a gruppi, in banda. Ripetono le lezioni cammin facendo. La litania dei pericoli nei quali incorrono prima di arrivare al recinto chiamato scuola, è infinita.

E’ meglio frequentare questi luoghi che pomposamente si chiamano scuole oppure non andarci del tutto? Quali sono le alternative per coloro che restano in strada o a casa? Bambini sfruttati, violentati, picchiati oppure bambini che diventano grandi in fretta, che apprendono la vita, che fanno i conti con la violenza, la povertà, la fame. Il quadro non è roseo. Cosa fare? Le alternative ci sono, sono altri tipi di scuola, pilotati e gestiti da enti privati, da associazioni di volontari, dalle comunità locali. I moduli alternativi che sono stati distrutti dalla scolarizzazione governativa nel corso di un secolo e mezzo di battaglie e di sconfitte, potrebbero rivenire a galla nel contesto africano. Sarebbe una bella rivincita.

Gli apparati scolatici di stato in Africa ignorano i piani delle organizzazioni internazionali. Pur di convogliare la totalità delle giovani generazioni a scuola, basta una scuola qualsiasi, purché abbia la parvenza di una scuola, che si possa enumerare nelle statistiche che devono essere presentate ai donatori che versano fondi per l’alfabetizzazione. Le organizzazioni internazionali che coronano i consorzi di donatori forgiano progetti e acronimi a ripetizione che mettono sul mercato e propongono ai governi africani : ETS (Scolarizzazione per tutti) [8] ; SPU (Scolarizzazione primaria universale).La sarabanda dei progetti è consolante: molta gente si occupa della scuola in Africa.

 

Dialogo di sordi

E’ un dialogo di sordi: da un lato ci sono le organizzazioni internazionali e i loro accoliti, tra i quali possiamo includere svariati istituti di ricerca delle università europee, moltissimi dirigenti scolastici, inclusi i ministri dei paesi africani, che ripetono la stessa litania da anni e dall’altro c’è la scuola di base in Africa e taluni istituti di ricerca sul posto che descrivono senza veli la realtà. Tra questi si può includere il  Polo di Dakar, che è un istituto dell’UNESCO con sede a Dakar il quale pubblica bollettini d’informazione e documenti che non mascherano la realtà.

 

Nel numero 16, agosto 2010, sono presentati i risultati di un’ indagine svolta tra gli insegnanti del Senegal per accertare cosa ne sanno del progetto dell’UNESCO "Un’educazione per tutti" [9] Orbene, si scopre che i diretti interessati, coloro che dovrebbero assumersi l’onere di alfabetizzare tutti i bambini e scolarizzare l’Africa, ossia gli insegnanti, in questo caso gli insegnanti del Senegal, non ne sanno gran che.

 

"Nessuna attività specifica d’informazione diretta degli insegnanti (ndr.: in Senegal, ma ciò vale probabilmente anche per gli altri paesi africani) è stata impostata dal 2000 in poi" [10], afferma Jean-Pierre Jarousse, il coordinatore del Polo di Dakar.

 

L’indagine condotta nell’aprile 2009 su un campione rappresentativo di 1044 insegnanti della scuola primaria del Senegal ha rivelato che un terzo degli insegnanti della scuola primaria del Senegal non ha mai sentito parlare degli obiettivi del programma EPT (EFA in inglese). Il risultato in sé non è sorprendente. Lo si poteva supporre. Quelli che ne hanno sentito parlare, conoscono assai male gli obiettivi del programma. L’informazione degli insegnanti sullo stato della scolarizzazione nel Senegal è molto imprecisa. In generale gli insegnanti si sbagliano sui tassi di scolarizzazione, sopravvalutano l’estensione della scolarizzazione nel Paese, sottovalutano la proporzione dei bambini scolarizzati.

 

Di fronte a una situazione del genere, cosa fare? I ricercatori di Dakar non propongono nulla. Il modello al quale aderiscono non fornisce loro nessuna via d’uscita. Sono in trappola. Sono lucidi sulla situazione ma drammaticamente non sanno uscirne.

 

 A conferma di quanto descritto in questo articolo, aggiungiamo il riassunto dell’intervento di Charles Leadbeater (esperto nel settore delle politiche scolastiche e ex consigliere per l’educazione di Tony Blair) alla riunione dei ministri dell’educazione dei Paesi dell’OCSE svoltasi a Parigi dal 4 al 5 novembre. Gli appunti sono stati redatti da Claudio Gentili della Confindustria che ringraziamo per averci trasmesso questa sintesi.

Per sapere cosa ci riserva il futuro nell’education tutti direbbero che
bisogna guardare alla Finlandia.

E’ raro pero’ che l’innovazione parta dal centro.

E’ piu’ frequente che parta dalla periferia.
Gli innovatori di solito hanno poche risorse.

Per guardare dove le innovazioni si realizzeranno bisogna guardare alle
favelas del Brasile.

Rodriguo e’ un brasiliano che viveva in una favela e ha abbandonato
l’istruzione a 14 anni perche’ era troppo nozionistica. E si e’ dato al
commercio della droga.

A 16 anni aveva 200 persone che lavoravano per lui. E era molto ricco. La
scuola non gli mancava.

A 18 anni e’ stato fortunato. E’ stato arrestato. In cella ha trovato un
pc. Ha capito che senza istruzione non si e’ una persona. E, uscito dalla
prigione, si e’ occupato dei ragazzi che rischiavano di fare la sua stessa
fine, in mano a chi gestisce il commercio della droga. E ora dirige un
sistema che si occupa dell’istruzione on line di 20mila ragazzi delle
favelas.

In Kenia non funziona l’istruzione pubblica. Ma funzionano i cellulari. E
con i cellulari ci si istruisce.

In una baraccopoli di Delhi alcune ragazze hanno imparato col pc senza
andare a scuola. Perche’ era divertente.

Non si tratta di capire cosa si fa di meglio e diffonderlo. Ma capire quali
sono le esigenze.

Tutti hanno fiducia nell’istruzione. E’ come una religione mondiale. Nelle
baraccopoli africane chiedevo ai ragazzi: in cosa hai fiducia? E mi
rispondevano: "nell’istruzione e nella tecnologia. Cosi avremo le
competenze per uscire di qui."

L’istruzione e’ oggi astratta. Fondata su procedure sclerotizzate. Non fa
quello che fa il privato: vedere quale e’ l’offerta e prendere il meglio.

Ci sono due tipi di innovazione: quella di sostenimento (che sostiene le
cose nuove) e quella di rottura (che trova un modo nuovo di fare cose
nuove).

Il sistema educativo del Regno Unito e’ scadente.

C’e’ sicuramente posisbilita’ di migliorare produttivita’ e efficacia.

Ci vogliono buoni insegnanti, motivati e competenti.

Ma questo richiede molto tempo. E in molte zone del mondo non ci sono
questi insegnanati.

Per diffondre nei paesi poveri il sistema di istruzione tradizionale ci
vogliono 50 anni.

Oppure si puo’ reinventare la scuola (gli edifici, la pedagogia).

Si deve incoraggiare l’apprendimento interattivo, piuttosto che
l’insegnamento trasmissivo.

Si deve fare in modo che il bambimo impari in modo partecipativo, in spazi
che non sono aule, divertendosi.

L’educazione e’ fondata sui rapporti umani. Gli insegnanti devono essere
dei coach, degli allenatori.

Molte scuole si sono reinventae quando hanno accolto una filosofia
diversa. Non ci si chiede piu’ come avere un bel voto ma che cosa si puo’
imparare.

Molte cose devono essere fatte fuori dalla scuola.

Ed ecco la terza strategia: di cosa abbiamo bisogno?

In primis occorre puntare sulla collaborazione scuola - famiglia.

A Pratan in India e’ stata creata nel 1984 una scuola materna in cui i
bambini vedono come funzione una comunita’ educativa attraverso imprese
sociali.

Oppure un programma che combina la scuola con un intervento sul territorio
per alleviare alcune piaghe sociali.

Vi sono requisiti emotivi, sociali.

E arrivo all’ultima strategia.

Come fare a insegnare quando non ci sono le risorse classiche (scuole,
insegnanti e libri di testo)?

Come attirare la gente fuori dalle gang dalla strada?

C’e’ bisogno di rendere l’istruzione competitiva.

Imparare attraverso la danza, il calcio, la cucina, il pc. Senza
dimenticare ovviamente le discipline.

C’e’ una scuola in Venezuela in cui si usa la musica classica per attrarre
gli studenti.

Insomma bisogna far si che l’insegnamento non sia una cosa astratta.

E occorre sfidare il sistema tradizionale a fare qualcosa di diverso.

I SISTEMI DI ISTRUZIONE SONO MOLTO SENSIBILI AL CAMBIAMENTO.

Il rischio e’ di creare versioni nuove dei sistemi tradizionali in cui i
ragazzi continuano a recitare la lezione.

Bisogna veramante sostenere le soluzioni nuove.

 

[1] Sull’alfabetizzazione in Africa si veda l’articolo "Africa Addio" in questo sito

[2] Questo significa 100% dei tassi netti di scolarizzazione nella fascia di età corrsipondente a quella degli anni di scuola primaria

[3] Si legga per esempio il libro di Howard Franck, giornalista del New York Times, "Continent for the Taking", Vintage Books, New York, 2005

[4] C’è sempre un allievo modello, altrimenti la strategia non funziona. L’allievo modello serve per dimostrare che la strategia è corretta

[5] Southern and Eastern Africa Consortium for Monitoring Educational Quality

[6] Programme d’analyse des systèmes d’enseignement de la CONFEMEN

[7] La Conferenza dei ministri dell’educazione dei paesi francofoni

[8] ETS= Education pour Tous;EFA=Education for All

[9] Acronimo EPT: Education pour tous

[10] Ossia dieci anni dopo il Forum mondiale dell’educazione di Dakar

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