La politica federale USA nella scuola durante il primo mandato del presidente Obama ha favorito moltissimo il reclutamento del personale scolastico. Quest’opzione è criticata da due noti politologhi dell’istruzione che mettono in evidenza i limiti dell’obamismo scolastico

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Politica scolastica al servizio dell’occupazione

Il reclutamento d’insegnanti è la soluzione miracolosa che permette alla classe politica che si occupa di scuola di salvare capra e cavoli, ossia di evitare da un lato il malcontento dei sindacati degli insegnanti, di una parte del corpo insegnante che segue i sindacati perché crede nei sindacati o perché i sindacati fanno comodo e dall’altro di dare l’impressione di operare per il bene della scuola perché si continua a ritenere che più insegnanti ci siano nelle scuole migliore sia l’istruzione, mentre non è la quantità degli insegnanti che conta quanto la qualità e la competenza, lo spirito di corpo, la solidarietà tra loro, l’intesa sulle opzioni pedagogiche. Probabilmente le trasformazioni culturali che modellano le società contemporanee esigono anche piccole classi, quindi un numero più elevato di insegnanti, ma per lavorare nelle piccole classi occorre essere preparati, avere competenze apposite. Non va da sé. Il reclutamento su vasta scala di insegnanti non risolve il problema della qualità dell’istruzione e nemmeno quello dell’equità di fronte all’istruzione ma calma le acque dei movimenti di protesta e l’angoscia di perdere il posto di lavoro.

I sistemi scolastici sanno difendersi, adattarsi e crescere

La riforma del sistema scolastico non solo in Italia, ma anche negli USA o in Francia o in Spagna, è un compito che si avvera impossibile. I sistemi scolastici sono onnivori : crescono a dismisura, senza controllo, con qualsiasi pretesto, pur di sopravvivere : con ogni mezzo si riproducono schemi collaudati che garantiscono i posti di lavoro esistenti o che li moltiplicano. I sistemi scolastici evolvono, si adattano ma non mutano. Il prodotto è sempre identico : una selezione di studenti eccellenti provenienti dalle classi sociali elevate ai quali sono riservati i posti di comando nella società nonché quelli più lucrativi. Nonostante le declamazioni e le buone intenzioni i sistemi scolastici sono tecniche di potere comprovate nelle società contemporanee.

I numero degli insegnanti cresce, quello degli studenti cala

La massa degli insegnanti cresce molto più rapidamente del numero degli alunni e degli studenti con gli argomenti imparabili della qualità delle piccole classi, della personalizzazione, dell’attenzione dedicata a ciascun alunno. Domina la regola secondo la quale più insegnanti ci siano, migliori siano i risultati negli apprendimenti scolastici misurati con i test. Purtroppo le prove raccolte dimostrano il contrario : il numero degli insegnanti cresce ma i risultati scolastici sembrano essere stazionari, le disuguaglianze scolastiche permangono e si riproducono. Tanti docenti in più per cosa ? Le nuove generazioni scolastiche sono talmente mutate da esigere un numero maggiore di insegnanti ? Le condizioni di lavoro modellate dalle nuove tecnologie adottate nelle scuole esigono un maggior numero d’insegnanti ? L’evoluzione della didattica e dei programmi scolastici è talmente radicale da imporre l’assunzione nelle scuole di maggior personale ? C’è ben poco da fare per opporsi o per resistere a un meccanismo che ha la capacità di stritolare qualsiasi resistenza. Se ne ha una prova con l’evoluzione del programma di riforma scolastico lanciato in pompa magna dal presidente americano Barak Obama all’inizio del suo primo mandato e dal suo ministro dell’educazione, il segretario di stato Arn Duncan, riconfermato per il secondo mandato presidenziale di Obama, strategia politica che continua con il secondo mandato.

Una prima valutazione della strategia scolastica riformista USA

Si possono ora analizzare meglio gli effetti di questa politica che strombazzava un impressionante aumento di fondi stanziati per la scuola. Ma dove sono finiti questi fondi ? A cosa sono serviti ? Due attenti osservatori della politica scolastica federale statunitense, critici nei confronti della politica scolastica federale USA, Chester E. Finn Jr., presidente del  Thomas B. Fordham Institute e Frederick M. Hess, direttore del dipartimento di studi delle politiche scolastiche all’ American Enterprise Institute, stilano un bilancio negativo della politica scolastica di Obama in un articolo pubblicato il 12 novembre 2009 sul "National Review Online" che qui riprendiamo liberamente per sommi capi [1].L’articolo seppure di tre anni fa è d’attualità, anche se nel frattempo la crisi economica è diventata più scottante. La domanda che occorre porsi è sempre la stessa : basta spendere di più per avere una buona scuola, per impartire un’istruzione eccellente a tutti, per rendere giusto il sistema scolastico, per evitare la mediocrità [2] ? I soldi contano, non c’è dubbio, ma conta anche il modo con il quale si spendono, per cosa si spendono. 

Reclutamenti massicci di insegnanti nelle scuole

Si vorrebbero reclutare molti insegnanti perché appunto si ritiene che più ce ne siano meglio è per la scuola, ma purtroppo, tranne che in Italia, eccezione degna di nota tra i sistemi scolastici "occidentali", mancano i candidati all’insegnamento. L’insegnamento non attira più. Per persone che un tempo si sarebbero dedicate all’insegnamento, l’economia contemporanea offre altri sbocchi professionali più allettanti che mobilitano le stesse competenze.

Siccome mancano i candidati all’insegnamento, Italia esclusa, per sostenere una politica scolastica imperniata sulla tesi del miglioramento della qualità dell’istruzione conseguita con l’aumento del numero degli insegnanti occorrono inventare soluzioni per attirare nella scuola nuovi candidati, per trattenere nella scuola gli insegnanti che se ne vogliono andare, per aiutare gli insegnanti incompetenti a correggere i propri difetti, per professionalizzare gli insegnanti assunti, per migliorare le prospettive di carriera degli insegnanti e i loro stipendi. Un bel programma. Il presidente Obama e lo staff che si occupa di politica scolastica negli USA segue proprio questa linea. Anche le organizzazioni internazionali , in gran parte telecomandate da Washington, vanno in questa direzione quando si occupano di politica scolastica. Vediamo in dettaglio cosa succede a Washington.

Il presidente Obama ha autorizzato nel corso del primo mandato, nonostante la crisi economica e finanziaria, uno stanziamento considerevole di risorse finanziarie supplementari per l’istruzione. La spesa federale per l’istruzione è cresciuta nel 2009 con grande soddisfazione di coloro che invocavano aiuti federali maggiori per la scuola. Il problema però risiede nel fatto che i miliardi di dollari in più stanziati dall’amministrazione di Obama non vanno direttamente alle scuole perché il governo federale non gestisce nessuna scuola, non ha competenze dirette in materia scolastica, ma vanno ai singoli stati con i quali si devono negoziare le condizioni per ricevere i sussidi federali. Queste condizioni devono essere in seguito controllate perché gli Stati sono liberi di fare quel che vogliono. I negoziati tra autorità federali e autorità statali sono spesso dibattiti defatiganti, mercanteggiamenti a non più finire. La politica scolastica USA è uno degli esempi da osservare quando si considera, come succede in Italia, di decentralizzare il sistema scolastico.

Ricapitolazione della strategia scolastica di Obama

All’inizio del suo primo mandato, nel 2009, il presidente Obama firma l’ American Recovery and Reinvestment Act  [3]. Il decreto fu firmato da Obama il 17 febbraio 2009 con l’obiettivo di uscire dalla crisi economica del 2008 lottando contro la disoccupazione e creando posti di lavoro. Il secondo obiettivo fu quello di promuovere investimenti nel settore dell’istruzione, della sanità e dell’energia verde. L’importo inizialmente stanziato per questo programma fu di 787 miliardi dollari. Una somma davvero cospicua anche per un paese immenso come gli Stati Uniti. 100 miliardi furono riservati alla politica scolastica. A quel momento non mancarono gli osanna : finalmente uno stanziamento straordinario per l’istruzione di un importo consistente. Tuttavia è a questo punto che sorsero i problemi : come usare quest’importo, con quali criteri, come definire le priorità ? La ripartizione della spesa è dettagliata nell’articolo di Wikipedia citato poc’anzi. E’ proprio su quest’aspetto che puntano gli strali di Finn e Hess i due autori dell’articolo incriminato.

A cosa sono serviti i soldi stanziati per la scuola nel primo governo Obama ? A reclutare insegnanti


Questa è la tesi difesa da Finn e Hess nel loro articolo citato in questa sede. Nulla di nuovo si potrebbe dire. Del resto è quanto succede anche in Francia con il governo di François Hollande. Uno dei provvedimenti principali del nuovo governo socialista francese uscito dalle elezioni nel giugno 2012 riguarda appunto lo stanziamento di fondi supplementari per reclutare più insegnanti soprattutto nella scuola primaria, ma il sistema scolastico francese è ancora piuttosto un sistema centralizzato come lo è quello italiano. Non conta dunque il tipo di sistema. La politica del personale è quasi identica ed è dettata da considerazioni elettorali, da ricatti sindacali, da preoccupazioni che poco hanno a che fare con l’interesse e le motivazioni degli studenti, con l’equità scolastica, il tutto condito da nobili dichiarazioni di lotta contro le discriminazioni scolastiche, di miglioramento degli apprendimenti, di sviluppo della personalità e delle competenze di ognuno.

 

Cosa sostengono Finn e Hess ?

 

La tesi degli autori, fondata su dati forniti del resto dal dipartimento federale USA dell’istruzione, dimostra che le risorse finanziate dal governo federale USA sono servite soprattutto a finanziare posti di lavoro, a creare posti lavoro " jobs, jobs, jobs" nella scuola ! Secondo il Dipartimento federale USA il programma ARRA ha permesso di creare o di mantenere circa 400 000 posti nella scuola nel 2009. L’amministrazione Obama si vanta di essere riuscita per una volta a distribuire i fondi agli Stati rapidamente il che ha permesso di evitare i buchi nei bilanci scolastici degli Stati (ossia quelle che sarebbero le Regioni in Italia) e di evitare molti licenziamenti nel servizio pubblico scolastico. Questo risultato era un obiettivo del programma ARRA che ha avuto senza dubbio un effetto benefico dal punto di vista umanitario, sostengono Finn e Hess. 

La politica scolastica non è solo politica occupazionale

Detto questo, si deve anche aggiungere che la politica scolastica non può ridursi ad un programma occupazionale [4]. Benché la crisi economica inciti sia il settore pubblico che quello privato a fare piazza pulita, a licenziare gli incompetenti , a ridurre il personale , per essere più produttivi, per risparmiare o per guadagnare di più, occorre anche dire che questo non è il modo adatto per affrontare i problemi scolastici del 21esimo secolo. Del resto sia Obama che Duncan hanno spesso affermato che non bastano maggiori risorse per creare nuovi posti di lavoro nelle scuole ma che occorrono riforme scolastiche coraggiose, che è indispensabile concepire una nuova, diversa strategia riformistica della scuola. Purtroppo tutto ciò rimane sul tappeto. Sono belle parole. Di concreto finora ci sono solo i posti di lavoro. 

Stagnazione e inerzia

Non ci sono tracce , non se ne vedono, di mutazioni radicali. Molti litigi, parecchi dissensi tra il governo federale e le regioni, ma nulla più. Solo nelle università si tenta di fare qualcosa di nuovo con le MOOCs (si svolga una ricerca con questo acronimo nel sito). Per Finn e Hess il settore scolastico pubblico è come una "fabbrica di posti" : se ne creano a iosa come si è fatto da un decina d’anni in qua. In mancanza d’altro, in mancanza di coraggio, si creano posti di lavoro e si attende che qualcosa cambi dalla base. 

Intanto si può dire con certezza una cosa : l’aumento del numero di insegnanti negli USA non ha fin qui migliorato le prestazioni delle scuole, non ha ridotto le disuguaglianze scolastiche, non ha rese le scuole più giuste.

Obama ha giustamente affermato che " i nostri figli dovranno essere competitivi sul lavoro in un’economia globale per la quale molte scuole non sono affatto preparate...anzi ci siamo dati da fare per spendere di più, per accumulare debiti, sia come individui che come governo, come mai è successo in precedenza. In altri termini abbiamo vissuto troppo spesso con la preoccupazione di guadagnare subito, di privilegiare la corta scadenza al posto della prosperità a lunga scadenza, di guardare al di là del prossimo pagamento, del prossimo trimestre, delle prossime elezioni". Tutto ciò è ben detto affermano i due autori dell’articolo citato, ma oggi come oggi il solo risultato conseguito da questa politica, da queste intenzioni, non è altro che la salvaguardia di centinaia di migliaia di posti di lavoro e non il miglioramento degli apprendimenti degli studenti a scuola oppure scuole più efficienti. Troppo poco. Una riforma scolastica coraggiosa è ancora di là da venire.





 

[1] Cliccare qui per l’articolo originale in inglese

[2] Opzione questa privilegiata nella strategia politica scolastica italiana

[3] Acronimo ARRA. Per i dettagli, in lingua inglese, si consulti l’edizione in inglese di Wikipedia

[4] Questo è più o meno il caso anche in Italia