Articolo di Michael Fullan uno degli specialisti delle strategie di riforma scolastica pubblicato nel 2000 nel primo numero della rivista creata da Andy Hargreaves " Journal of Educational Change".

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Lezioni di strategia riformista

Fullan, autore prestigioso, collega di Andy Hargraeves, attira l’attenzione sul rilancio delle riforme scolastiche su vasta scala che sembravano tramontate. L ’epoca del cacciavite come Fioroni l’aveva propagandata diversi anni dopo è terminata da tempo, ben prima del ministro Fioroni. La riforma italiana oggigiorno in discussione, detta " La Buona Scuola", e’ un tipo di riforma scolastica su vasta scala che non rispetta pero`i principi che ne garantiscono anche un seppur parziale o minimo successo. Per riuscire riforme ambiziose che erano state abbandonate dopo gli anni Settanta occorre rispettare secondo Fullan otto fattori.

 Nel 2000 Michael Fullan, allora decano (si diceva cosi’) all’OISE [1] ha pubblicato un articolo molto stimolante sui tipi di riforme scolastiche e lo intitolava "Il rilancio delle riforme scolastiche su vasta scala".

L’articolo di Fullan, in inglese, si trova qui: Journal of Educational Change, I, 5-28, 2000. La rivista era pubblicata da Kluwer , editore olandese. Or è invece è l’editore tedesco Springer che se ne occupa. il fondatore fu Andy Hargreaves. Clicca qui per maggiori informazioni. Il testo che segue riprende alcune idee di Fullan ma non e’ la traduzione dell’articolo integrale.

Presentazione

 

Nella seconda parte del XX secolo Fullan identifica la presenza di due ondate di riforma su vasta scala. Nell’articolo Fullan si limita alla prima ondata e fornisce una interpretazione delle ragioni del fallimento parziale di queste riforme.

 

La prima ondata di riforme su vasta scala avvenne nel corso degli anni Sessanta. Questa fu contraddistinta da intenzioni progressiviste come quelle dedotte dalle ricerche della psicologia dell’apprendimento, della psicologia genetica e di quella dell’intelligenza o dalle teorie costruttiviste. Due grandi nomi hanno marcato questa epoca: Dewey e Piaget. Fullan cita Dewey. L’apice di questa epoca fu il 68.

Agli inizi degli anni Settanta del XX secolo si è iniziato a capire che i risultati erano magri e che le sbandate pedagogiche erano impressionanti e talora pericolose, magari avventate.Negli USA un autore che ha attirato l’attenzione su queste tendenze fu Goodlad con due libri celebri: "Behind the Classroom Door," del 1971 e "The Culture of the School and the Problem of Change" del 1971 e soprattutto "A place called School" del 1983.Goodlad è uno dei pochi autori che ha analizzato quanto succedeva al livello del singolo istituto scolastico.

Nella seconda metà`degli anni Settanta divenne chiaro il fallimento massiccio di qualsiasi riforma scolastica a causa dell’assenza di interesse verso le procedure complesse che governano le decisioni curricolari. La rivendicazione di un rinnovamento profondo non bastava più. Il rinnovamento scolastico fu allora solo superficiale perché le scuole non erano per nulla attrezzate per realizzarlo in profondità, in maniera duratura. La seconda ondata di riforme apparve negli anni Ottanta e il leitmotive fu l’accountability, ossia la rendicontazione. Al centro di questa seconda ondata sta un documento cruciale del 1983 sulla qualità dell’istruzione, il celebre documento USA "A Nation at Risk". Finalmente, poco per volta si prende coscienza dell’urgenza di una riforma scolastica di grande ampiezza. La società e`diventata più complessa; le nuove tecnologie hanno rivoluzionato i comportamenti. In un certo senso il mondo è cambiato rapidamente ed i sistemi scolastici non potevano più tergiversare o procrastinare una vasta riforma. Si è parlato di società della conoscenza, di economia della conoscenza. I posti di lavoro sono calati e la nuova economia non è riuscita a produrne a sufficienza dei nuovi. I sistemi scolastici concepiti all’epoca del trionfo dell’industrializzazione dovevano cambiare, devono cambiare pena la loro fine. 

 

Le riforme su vasta scala

 

Cosa sono? Come definirla? Per Fulham si tratta di riforme che riguardano l’intero sistema scolastico oppure di riforme che riguardano almeno 50 scuola e grosso modo 200 000 studenti. Queste riforme concernano sia le province o i distretti o i provveditorati scolastici oppure l’insieme di un sistema.

Le riforme ragionali o locali

Fullan cita due casi di riforme che noi potremmo chiamare locali anche se riguardano un intero distretto o provveditorato: quella di New York e quella di Chicago, che era e che è tuttora un sistema scolastico complesso che comprende 550 scuola. Il sistema fu decentralizzato di colpo, da un giorno all’altro, nel 1988 e le scuole divennero autonome.Dal 1988 al 1994 il sistema scolastico di Chicago funziono`come un sistema totalmente decentralizzato. Tony Bryk , oggigiorno alla Ford Foundation, ha analizzato in dettaglio questa riforma, i risultati e le modifiche attuate per correggere il tiro. Bryk e consoci hanno identificato quattro funzioni chiave di natura extrascolastica indispensabili per fare funzionare una riforma su vasta scala:

  • Il sostegno politico alla decentralizzazione;
  • La promozione delle capacità locali di rinnovamento;
  • L’esigenza di una rendicontazione rigorosa;
  • La stimolazione dell’innovazione.

 Questi principi valgono anche a livello nazionale e sono ben lungi dall’essere presenti nella riforma "La Buona Scuola" in Italia. Questi nuovi modelli strategici sono caratterizzati da un contributo concettuale molto profondo riguardante la teoria della complessità e la natura delle riforme. Non si può impostare una riforma su vasta scala priva di questa riflessione che manca quasi completamente nella riforma scolastica italiana sulla Buona Scuola. L’ importanza di questa dimensione è comprovata inoltre da dati empirici . Fullan cita di straforo l’esperienza del distretto scolastico di Durham nell’Ontario in Canada che comprende 114 scuole che nel 1988 costituivano un distretto scolastico stagnante, senza gloria né infamia e che è diventato in seguito un sistema scolastico florido, all’avanguardia; Il cambiamento dimostra perfettamente i vantaggi che ne possono derivare da una riforma scolastica ben concepita. Un altro caso interessante citato da Gullan è il celebre progetto LAAMP a Los Angeles [2].

il progetto di Los Angeles ha messo in evidenza l’importanza di sette principi:

  1. Creare comunità d’apprendimento stabili nelle quali gli studenti conoscono gli adulti operanti nella scuola e sono conosciuti da questi adulti perché vi si pratica un insegnamento e un apprendimento personalizzati;
  2. Creare opportunità eque per ogni studente al quale si deve offrire la possibilità di impegnarsi in un curricolo che sia una sfida intellettuale , una fonte di motivazione;
  3. Sviluppare un’attenzione profonda per i problemi di equità e di inclusione sia tra le famiglie che tra gli operatori scolastici;
  4. Decentralizzare il controllo delle risorse e le procedure decisionali;
  5. Connettere la formazione professionale alla creazione di comunitaà d’apprendimento stabili;
  6. Riorganizzare il calendario scolastico e gli orari di lavoro, quelli delle famiglie incluse;
  7. Creare, usare e pubblicare valutazioni efficaci degli studenti e dei risultati di ogni singola scuola.

 

Nel progetto LAAMP che per finire ha messo a punto un proprio insieme di indicatori scolastici erano coinvolte 28 insiemi di scuole [3] per un totale di 247 scuole e di circa 200 000 studenti.

Fullan cita pure il caso della riforma scolastica nel comprensorio di San Francisco nota con l’acronimo BASRC [4] che ha coinvolto 86 scuole pilota ripartite in 38 distretti scolastici, 132 scuole e circa il 23% degli studenti delle scuole pubbliche di San Francisco.

I punti comuni tra il caso di Chicago, quello di Los Angeles e quello di San Francisco sono i seguenti:

  1. Pensare sistemi di scuole;
  2. Mirare a modificare la prassi scolastica e dell’insegnamento per migliorare i risultati degli studenti;
  3. Mobilitare un partenariato muli-livello;
  4. Connettere ogni singola scuola di base con il livello distrettuale o il livello amministrativo superiore. Le singole scuole non sono isolate;
  5. Sviluppare una infrastruttura per il sostegno che eserciti pure una pressione sulle singole scuole;
  6. Sviluppare le capacità d’apprendimento e le comunità d’apprendimento sia per gli studenti che per gli insegnanti, le famiglie e gli altri operatori scolastici;
  7. Costruire una banca dati che consenta di guidare le scuole e di impostare un modulo di valutazione locale dei risultati degli studenti e delle scuole;
  8. Preoccuparsi dell’equità e della rendicontazione. 

Nel seguito dell’articolo Fullan descrive casi di riforme nazionali tra i quali prende come esempio la riforma inglese NLS/NNS [5] e casi di riforme globali come quella di Slavin negli USA nota come progetto " Success for All".

I due casi sono proposti perché si tratta di esempi riusciti di riforme. Inoltre si segnalano casi di riforme locali, di taglia media che in futuro potrebbero essere fatte dalle regioni italiane se e quando il sistema scolastico italiano adotterà il modulo federale e sarà decentralizzato. E’ bene non avere illusioni. Le regioni italiane, come la Calabria, la Campania, la Lombardia o il Piemonte dovranno procedere in questo caso a riforme scolastiche complesse e quelle attuate negli USA offrono parecchi spunti di riflessione. Non si deve quindi guardare alla Finlandia o ai paesi asiatici che riescono in maniera spettacolare nelle indagini comparate sugli apprendimenti scolastici e non scolastici dei quindicenni. Non si deve restare accecati da queste prestazioni. Piuttosto vale la pena riflettere sulle modalità strategiche che convengono a un sistema scolastico peculiare come quello italiano prendendo lo spunto dai casi USA dove i sistemi scolastici sono altrettanto anchilosati come quello italiano.

Raccomandazioni finali 

Le conclusioni alle quali giunge Fullan sono eloquenti ed assai distanti dalle caratteristiche della riforma progettata attualmente in Italia che sembra priva di una qualsiasi riflessione sul modo operativo.

E’ indubbio in primo luogo che le grandi riforme scolastiche sono ridiventate di moda ma Fullan non esita a parlare di dilemmi e di errori da evitare. In ogni modo, in conclusione del suo articolo, Fullan non esita a tratteggiare alcune aspetti cruciali che contraddistinguono le riforme in corso. Ne elenca otto e precisa che non sono né isolate l’una dall’altra né esclusive:

  1. Tenere conto del sistema complessivo;
  2. Preoccuparsi della coerenza d’assieme del servizio d’istruzione e quindi degli apprendimenti degli studenti;
  3. Stabilire moltissimi collegamenti inter-strutturali;
  4. Ridurre gli investimenti, ossia gli sprechi, e aumentare l’identità, il senso di appartenenza a un servizio;
  5. Investire nella qualità dei materiali ( d’istruzione e di formazione del personale);
  6. Integrare pressione e sostegno ( sviluppare la capacità di definire degli obiettivi);
  7. Smettere di appaltare a terzi la realizzazione del programma di riforma;
  8. Tenere conto nel caso di riforme locali dei sistemi più vasti nei quali sono inseriti;

Conclusione

I casi presentati da Fullan poco hanno a che vedere con quello finlandese perché riguardano una realtà sociale, politica, economica e culturale ben diversa da quella finlandese ma dimostrano una cosa: le riforme scolastiche di grandi ambizioni si possono fare e possono riuscire a migliorare i risultati scolastici, il clima scolastico e a risanare sistemi scolastici malsani ma a una condizione ossia che si rispettino criteri, principi di gestione adeguati alla realtà di partenza, alle norme che regolano le decisioni. Tutto ciò sembra purtroppo assai carente nelle proposte italiche in corso di riforma del sistema scolastico.

 

[1] Acronimo per Ontario Institute for Studies in Education, a Toronto

[2] "The Los Angeles Annenberg Metropolitan Project"

[3] Ossia raggruppamenti di scuole dell’insegnamento secondario di secondo grado, di scuole medie e di scuole elementari

[4] "San Francisco Bay Area School Reform Collaborative

[5] " Literacy Strategy and National Numeracy Strategy" del 1999, governo Blair