Analisi critica della politica scolastica USA ed in particolare dell’insegnamento secondario di secondo grado.

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Vicolo cieco per la riforma scolastica di Obama

L’insegnamento secondario di massa si sta rivelando una missione impossibile. Una buona politica scolastica sarebbe quella che riesce a garantire alla totalità delle nuove generazioni una transizione riuscita verso il lavoro, senza intoppi, senza rotture, senza rischi di disoccupazione, con sbocchi professionali che corrispondono alla preparazione seguita. Questo risultato è diventato uno degli indicatori che servono per apprezzare la validità di una politica scolastica e la bontà di un sistema scolastico.

L’insegnamento secondario di massa non decolla


I sistemi scolastici del mondo occidentale da decenni condividono uno stesso obiettivo : la massificazione dell’insegnamento secondario superiore o come adesso si chiama in Italia dell’insegnamento secondario di secondo grado. Dopo la generalizzazione dell’insegnamento secondarie di primo grado, avvenuta nei primi decenni del secondo dopoguerra in Europa (tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del Ventesimo secolo) e alla vigilia del secondo conflitto mondiale negli Stati Uniti, da almeno quarant’anni la dottrina ufficiale delle organizzazioni internazionali che si occupano di scuola e gli obiettivi proclamati delle politiche scolastiche dei paesi avanzati condividono e ripetono le stessi tesi, ossia che ormai si deve mirare a realizzare un insegnamento secondario di secondo grado di massa, in grado di fare accedere all’università, ma sarebbe preferibile dire all’insegnamento terziario o all’insegnamento superiore, una proporzione crescente di giovani. Il 50%, il 60% di una fascia d’età ? Non si è fissata ancora la soglia ideale ma si tende verso queste percentuali.

Una nuova missione per l’insegnamento secondario di secondo grado ?

Il sistema scolastico ha oggigiorno la missione di fare accedere all’università una proporzione crescente di giovani (per fare che ?), di preparare le nuove generazioni ad una vita professionale gratificante, di assicurare una transizione non traumatica alla vita attiva, un compito che non aveva agli albori

È in questo contesto che si è cominciato ad occuparsi delle modalità di transizione dalla scuola al lavoro. Una buona politica scolastica sarebbe quella che riesce a garantire alla totalità delle nuove generazioni una transizione riuscita verso il lavoro, senza intoppi, senza rotture, senza rischi di disoccupazione, con sbocchi professionali che corrispondono alla preparazione seguita. Questo risultato è diventato uno degli indicatori che servono per apprezzare la validità di una politica scolastica e la bontà di un sistema scolastico.

L’espansione della scolarizzazione a valle dell’istruzione formale

In questo contesto si comprende perché da anni si presti grande attenzione al prolungamento della speranza di scolarizzazione che nell’arco di mezzo secolo è passata da una durata di 6-7 anni circa a quasi 11-13 anni. In media, nei sistemi scolastici del mondo occidentale, si inizia ad andare a scuola attorno ai 6 anni e si esce dall’apparato scolastico dopo dodici anni, verso i 17-18 anni. Negli Stati Uniti circolano già proposte per un blocco di scolarizzazione fino a 25 anni per tutti. Un’impostazione simile obbliga a ripensare integralmente tutto il curricolo, ossia il percorso scolastico, la sua organizzazione, gli orari, i diplomi.

Il fallimento della scolarizzazione secondaria di massa

Nonostante però le numerose iniziative e riforme scolastiche tendenti a trattenere a scuola il più a lungo possibile le nuove generazioni e a prepararle in modo da poter accedere dopo la maturità all’Università o proseguire gli studi superiori senza intralci, queste politiche si sono impantanate.

In circa un ventennio, i sistemi scolastici più avanzati, non sono riusciti a generalizzare l’istruzione secondaria di secondo grado. Il sogno della massificazione dell’istruzione si è dileguato, dissolto. In svariati sistemi scolastici succede perfino il contrario : la proporzione dei giovani nelle nuove generazioni che abbandonano la scuola a 17-18 anni cresce oppure è stabile. Le iniziative per far sì che la totalità di una generazione consegua un diploma dell’insegnamento secondario superiore sono in gran parte fallite.

L’esempio degli Stati Uniti

Negli Stati Uniti non si può più fare marcia indietro (forse nemmeno in molti sistemi scolastici europei) : siccome da decenni è in voga una politica che mira a generalizzare l’accesso all’insegnamento terziario, la politica scolastica dell’amministrazione federale presieduta da Barak Obama non ha potuto uscire dal seminato e non ha potuto fare altro che salvaguardare l’obiettivo della massificazione dell’insegnamento secondario superiore, promuovere le politiche scolastiche che imprimono un impulso consistente alle riforme scolastiche che si prefiggono di preparare tutti i giovani ad andare all’università o ad entrare nell’insegnamento terziario perché questa sarebbe la via per una transizione priva di traumi verso la vita professionale e per la preparazione della manodopera di domani in funzione delle domande dell’economia della cosiddetta società della conoscenza [1]

Qualcosa non va

La rappresentazione delle finalità della scuola nella maggior parte del corpo insegnante non collima però con le domande del mondo economico. Non solo questi due universi esprimono attese, valori antitetici, ma non dialogano neppure tra loro o faticano enormemente a dialogare [2]. Le riforme per articolare meglio scuola e lavoro sono raramente riuscite. Ci sono alcuni casi soddisfacenti, ma sono un’eccezione. Si può dedurre da questi casi che qualcosa è possibile per migliorare la situazione ? Difficile dirlo perché la connessione tra scuola e società dipende da molte variabili indipendenti. Come hanno recentemente dimostrato François Dubet e Marie Duru-Bellat, spesso società e scuola seguono cammini diversi [3].

L’amministrazione federale di Obama propone che tutti gli studenti siano preparati ad accedere ad una forma qualsiasi di istruzione e formazione terziaria, ossia universitaria, o a carriere professionali in un’economia competitiva come quella della società della conoscenza. In modi più o meno espliciti quest’indirizzo è perseguito anche nei sistemi scolastici europei ed in particolare in quelli che hanno fatto propri gli obiettivi del trattato di Lisbona dell’Unione Europea.

Di fronte a questa concordanza, peraltro fortemente caldeggiata dalle organizzazioni internazionali (abbiamo citato l’Unione Europea ma si potrebbe qui anche menzionare l’OCSE che produce l’insieme d’indicatori internazionali dell’istruzione e pilota l’indagine PISA sulle competenze e conoscenze dei quindicenni) ci si può chiedere e ci si deve chiedere se un obiettivo del genere possa essere conseguito con ritocchi dell’insegnamento secondario di secondo grado oppure se si debba cambiare radicalmente il modello di scolarizzazione e di quanto lo si deve mutare.


Quanto va cambiato ?

Qualcosa va cambiato, non c’è dubbio se si vuole mantenere l’obiettivo conclamato dalle politiche scolastiche : o nell’insegnamento secondario di secondo grado oppure nell’insegnamento terziario. I cambiamenti del resto dovranno essere profondi. Non si possono operare solo ritocchi superficiali. Molte riforme scolastiche in corso mirano a sviluppare competenze conoscitive e ad approntare standard di conoscenze. Nondimeno, ci si può chiedere dove sono gli strumenti per valutare se le scuole secondarie di secondo grado di ogni tipo, per sapere in che misura queste scuole riescono a sviluppare negli studenti le competenze analitiche auspicate per una transizione non traumatica verso l’insegnamento terziario oppure verso il mercato del lavoro.

Sarà interessante per tutti osservare quest’anno il test che l’Istituto nazionale di valutazione italiano per la valutazione del sistema scolastico [4] sta predisponendo per valutare gli esiti dell’insegnamento secondario di secondo grado. Nella comunità internazionale degli specialisti della valutazione è arcinoto che l’organizzazione di una valutazione su larga scala, anzi su una larghissima scala come sarà il caso in Italia perché qui si farà una valutazione censuaria, è una operazione molto complessa, a tal punto che ci sono pochissime valutazioni internazionali tra loro comparabili del profitto scolastico a 18-19 anni. 



Di questo problema ne ha parlato un articolo del quotidiano americano Christian Science Monitor del 23 marzo 2010, scritto dalla giornalista Amanda Paulson, dal quale sono state riprese alcune considerazioni esposte in questo articolo

La transizione al centro delle politiche scolastiche

L’autrice constata che molti sostenitori delle riforme scolastiche non si limitano più a rivendicare un aumento della durata della scolarizzazione, ossia della speranza di scolarizzazione, che nel dibattito italiano si traduce nei termini di un prolungamento del diritto allo studio, ma si concentrano ormai sul livello di preparazione per effettuare il prossimo passo, ossia per andare all’università oppure per continuare la formazione professionale.

Questo slittamento è operato però senza interrogarsi sui cambiamenti da adottare per consentire al sistema scolastico di raggiungere l’ obiettivo. Si potrebbe anche far notare che per anni si è insistito nelle politiche scolastiche sull’obiettivo del prolungamento del diritto allo studio o sull’aumento della speranza di scolarizzazione (principale virtù riconosciuta alle politiche scolastiche progressiste) senza riflettere sui cambiamenti da realizzare per permettere alle scuole di fornire questo risultato. Si è trattato in generale di rivendicazioni monche, zoppicanti.

Che cosa significa essere pronti per l’insegnamento terziario universitario ?

In termini generici, con questa espressione si vorrebbe indicare che gli studenti dovrebbero essere pronti per seguire i corsi universitari fino al primo diploma, ovverosia fino al bacellierato [5] e che coloro che non si inscrivono ad un istituto di formazione superiore dovrebbero essere in grado di seguire una formazione che consenta di trovare un’attività professionale, ossia un lavoro, il quale permetta un’esistenza indipendente.


Gli studenti che conseguono la maturità o un diploma alla fine dell’insegnamento secondario di secondo grado non dovrebbero per principio essere già pronti per la prossima tappa ? Se non lo sono, perché ?

Purtroppo non è più il caso, come lo confermano moltissime dichiarazioni di tanti professori universitari su quanto succede nel corso del primo anno universitario, nonché svariate esternazioni di tanti datori di lavoro ed infine dei giovani stessi.

Negli Stati Uniti, per esempio, una proporzione di studenti universitari che varia tra il 30 e il 40%, ovverosia circa un terzo delle matricole universitarie, deve seguire nel primo anno di università almeno un corso di recupero per colmare le gravi lacune di preparazione, come per esempio quella di non sapere scrivere un testo più lungo di una riga, di scrivere in modo corretto, di usare in modo appropriato le maiuscole e le minuscole, di scrivere in corsivo e non solo in stampatello, di prendere appunti, di fare un riassunto, di risolvere equazioni di secondo grado con due incognite, e via dicendo. Queste sono banalità, ma sembra giusto citarle per rendersi conto di una situazione che non è soltanto peculiare delle matricole americane. Anche in Europa le lamentele sono analoghe e i tassi di bocciatura nel corso del primo anno universitario attestano la presenza di questi problemi.

Una proporzione elevata di matricole non riesce a seguire una formazione superiore e non arriva alla fine del primo triennio di studi terziari, non consegue nessun diploma ed abbandona demoralizzata l’università senza nulla in mano. Per altro le università spendono somme considerevoli per i corsi di ricupero il cui scopo è quello di consentire a studenti impreparati di giungere a un livello di conoscenze e competenze adeguato per seguire i corsi universitari.



Esiste un accordo su quello che dovrebbero essere gli standard minimi da conseguire per poter accedere alla formazione terziaria o per entrare nel mercato del lavoro con speranze di successo ?



Non c’è chiarezza in merito anche perché sia le politiche scolastiche sia i valori difesi dalla maggioranza del corpo insegnante operante nell’insegnamento secondario di secondo grado coltivano rappresentazioni della formazione e della cultura incompatibili con la realtà del progresso scientifico e tecnologico. Gli obiettivi delle formazioni liceali di un tempo erano nobili, anzi eccellenti, ma erano validi per un’istruzione secondaria superiore riservata ad una minoranza di studenti e in un’epoca nella quale l’erudizione era un valore ammirato e attuabile, quando inoltre il progresso scientifico e tecnologico era lento : la fisica per esempio non era quella quantica, in biologia non si parlava di sequenziamento del genoma umano, l’informatica non esisteva, tanto per citare alcuni esempi.

C’è quindi un divario considerevole tra curricoli delle competenze richieste per andare oltre la formazione secondaria di secondo grado ed i curricoli scolastici che la maggioranza dei responsabili politici e gran parte del corpo insegnante continuano a coltivare. Non c’è beninteso nessun accordo tra quanto si discute, laddove si discute, a proposito dei curricoli dell’insegnamento secondario di secondo grado e le aspettative dei professori dell’insegnamento terziario, ma questo è un’altra questione.

Il punto di vista dei riformatori : curricoli nuovi. Ma chi osa cambiarli ?

I riformatori enfatizzano l’importanza delle competenze conoscitive, come per esempio l’abilità ad analizzare un testo in maniera coerente ; la capacità a scrivere chiaramente e logicamente ; la capacità di dimostrare di essere in grado di pensare in modo preciso e di svolgere un ragionamento matematico strategico oltre che beninteso, ma questo aspetto è sempre presentato come un addentellato, la padronanza delle conoscenze di base o conoscenze fondamentali.

Poi, come sempre capita quando si ha a che fare con i curricoli, la lista si allunga, l’espansione diventa incontrollabile, le richieste degli educatori combinate con quelle degli intellettuali, delle famiglie, degli imprenditori, dei responsabili sociali, sono senza limiti. Chi più ne ha più ne metta. Siccome ci si trova in un guado di cambiamenti epocali, ossia in un periodo di grande crisi dell’organizzazione del sapere poché i canoni disciplinari del passato (che derivavano dall’organizzazione medioevale del sapere in trivio e quadrivio) non reggono più, non c’è un grande accordo sugli attributi che si ritengono necessari per accedere all’università. I tradizionalisti da un lato hanno gioco facile perché possono difendere, arroccati sui loro principi. discipline del canone enciclopedico dell’età moderna, mentre i progressisti includono nella lista competenze che si dovrebbero acquisire prima di accedere all’università o all’insegnamento superiore come la competenza ad autogovernarsi, o perfino la conoscenza della cultura universitaria, che dovrebbe entrare nel novero del nuovo curricolo tratteggiato in funzione della transizione agli studi universitari o al mondo del lavoro.

Crisi curricolare

Nessuno sa bene che cosa si dovrebbe padroneggiare oggigiorno alla fine dell’insegnamento secondario di secondo grado per poter passare senza problemi agli studi superiori. Per esempio non c’è nessun accordo sul valore da attribuire alla maturità o ai diplomi di fine ciclo nell’insegnamento secondario di secondo grado. In Francia, la maturità è ancora legalmente il primo titolo universitario, ma in altri sistemi scolastici europei non è che l’ultimo diploma dell’insegnamento secondario di secondo grado. Non si è ancora giunti a considerare la maturità come certificato finale dell’obbligo scolastico, ma forse vi si arriverà. In Francia il ministro dell’educazione Chevènement aveva fissato a metà degli anni Ottanta del ventesimo secolo che una percentuale dell’ 80% di una fascia d’età avrebbe dovuto ottenere l maturità e si può dire che la politica scolastica francese, pur con mille espedienti, è riuscita in questo scopo. Dall’80% al 100% il passo è ancora grande, ma non è vietato sognarlo.

In quasi tutti i sistemi scolastici non si osa distinguere con chiarezza le competenze necessarie per accedere agli studi superiori e quelle per entrare nel mondo del lavoro. Non ci sono molte ricerche scientifiche su queste questioni ed è anche per questo che è molto arduo impostare valutazioni internazionali comparate sui livelli d’ istruzione e di competenze che si dovrebbero conseguire a 18 o 19 anni [6].

Le valutazioni per misurare la preparazione all’università o al lavoro

Ci sono pochissimi strumenti a disposizione, verificati e convalidati dalla ricerca scientifica, per misurare se un giovane è pronto per andare all’università o per entrare nella vita attiva, per cui la maggioranza delle riforme dell’insegnamento secondario di secondo grado procedono alla cieca, secondo principi che appartengono alla logica interna dei sistemi scolastici che è dominata dal principio della sopravvivenza, dell’espansione dei sistemi, della riproduzione dell’esistente, della protezione degli individui e,"dulcis in fundo", dell’interesse dei soggetti (ossia il principio di utilità).

Quasi tutti concordano sul fatto che gli strumenti di valutazione attualmente a disposizione, le cosiddette prove strutturate o i test a scelta multipla, sono inadeguati per misurare competenze analitiche complesse e modi di ragionamento che si considerano come indispensabili per accedere agli studi superiori [7]. L’amministrazione Obama ha promesso 350 milioni di dollari per aiutare gli Stati americani a sviluppare strumenti di valutazione migliori di quelli esistenti, ma allo stato attuale nessuno sa se questa somma varrà veramente stanziata e che cosa se ne farà.

Pseudo-riforme epocali, ritocchi cosmetici oppure un cambiamento reale ?


Codificare gli standard senza cambiare curricoli e il corpus disciplinare, senza ritoccare da capo a piedi la formazione dei professori, senza imporre ed adottare una gestione delle scuole ed in particolare dei licei impostata in funzione della rendicontazione, non cambierà la situazione è non farà che aggravare i difetti del sistema attuale che sono principalmente contraddistinti dall’afflusso all’università di studenti mal preparati, senza le capacità adeguate per seguire una formazione superiore, con il risultato di obbligare gli istituti superiori, di livello universitario o terziario che dir si voglia, a cambiare le proprie aspettative e quindi a prolungare la formazione terziaria. Mentre un tempo, quando agli studi terziari accedeva solo una esigua proporzione di studenti duramente selezionati (non è qui il caso di discutere se la selezione fosse giusta o ingiusta, perché questo è un altro problema) era abituale conseguire il diploma universitario finale, la laurea, in quattro anni circa. La durata degli studi universitari raramente superava il quadriennio e solo negli ordini religiosi, come per esempio tra i gesuiti e i domenicani, la formazione iniziale era un lunghissimo noviziato che si concludeva dopo i trent’anni. Non è più il caso oggigiorno. In certi sistemi scolastici, come per esempio in quelli scandinavi, gli studenti terminano gli studi universitari con un titolo o un diploma finale in media attorno ai trent’anni. Non si tratta qui né di teologi né di chierici, beninteso. Gli studi superiori sono adesso molto più lunghi di un tempo, si svolgono secondo ritmi diversi, non in modo lineare ma con molteplici interruzioni. In queste condizioni cosa significa veramente preparare agli studi superiori ? È evidente che un curricolo scolastico dell’insegnamento secondario di secondo grado strutturato sulla falsariga dei curricoli in voga nella formazione liceale dell’Ottocento non ha più senso.

 

[1] Sulle trasformazioni del mondo del lavoro si veda l’articolo di Chris Brogan cliccando qui

[2] Assolombarda ne sa qualcosa perché pilota un progetto lombardo per facilitare la cooperazione tra industrie e istituti tecnici. Se ne è parlato al seminario di formazione dei dirigenti scolastici lombardi tenutosi a Milano il 24 febbraio 2011, organizzato dall’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia

[3] Il volume "Les sociétés et leurs écoles" è stato recensito nell’articolo che si ottiene cliccando qui

[4] INVALSI

[5] Il "Bachelor" o licenza universitaria, ossia il primo diploma rilasciato nell’insegnamento terziario

[6] Ma questo non è il solo ostacolo per le valutazioni a questa età

[7] Appunto, per essere “maturi“ come si dice nel gergo studentesco