Recensione di un documento francese del Centro nazionale di studi sull’occupazione dedicato alla professione di insegnante.

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Una professione in crisi

Il profilo dell’insegnante è cambiato. Non si ha più a che fare con una vocazione ma con un mestiere. L’amore per i bambini non basta per svolgere questa professione. Ci vuole dell’altro.

La recensione è un adattamento libero di quella pubblicata nel sito francese "L’expresso" del 15 marzo 2010. 

Il documento in questione, allegato, è stato redatto da Dominique Cau Bareille ed è stato pubblicato nel novembre 2009.

Chi affatica di più gli insegnanti ? Gli alunni oppure i ministri ?

Come resistere fino al pensionamento ? Si sa che in molti sistemi scolastici delle economie più opulenti e delle società più benestanti esiste penuria d’insegnanti, numerosi insegnanti cambiano professione o richiedono il pensionamento anticipato. Non è questione di remunerazione. Il fenomeno dilaga indipendentemente dal livello salariale. Gli insegnanti che praticano la professione scelta da giovani per quarant’anni sono ormai una rarità. Quali sono i fenomeni che determinano questa fuga massiccia dall’insegnamento ? Perché tanta stanchezza, tanta nausea tra gli insegnanti dopo alcuni decenni d’insegnamento o magari anche prima ? Come resistere ? Questa sarebbe una domanda che non si pone nella maggioranza delle professioni e che invece circola nelle sale dei docenti, in proprozioni spesso drammatiche anche laddove meno ce se lo aspetta. Perché l’usura al lavoro è talmente alta tra gli insegnanti ? Esiste un rimedio ? Il documento di Dominique Cau Bareille aiuta a rispondere a queste domande. L’indagine è stata condotta tra il corpo insegnante francese ma i risultati possono essere generalizzati in un sistema mondializzato come lo è il sistema scolastico. Le peripezie italiche (abbondanza di insegnanti, fenomeno più unico che raro, precari che aspettano il posto di lavoro nella scuola per decenni) sono casi che nascondono il problema dell’usura della prima professione intellettuale di massa.

Bareille ha analizzato il sentimento di stanchezza e i problemi di salute degli insegnanti alla fine del percorso professionale, tra insegnanti anziani, tra i più esperti. Il disagio è manifesto. Sono stati intervistati una quarantina di insegnanti di tutti gli ordini di scuola, dalla scuola per l’infanzia fino all’insegnamento secondario di secondo grado. Si tratta di un’indagine qualitativa, uno studio di caso. Non è un’indagine statistica su grande scala. La voce di quaranta persone oltre i 50 anni, che ne hanno viste di cotte e di crude, attivi in zone rurali, urbane o depresse (le famose ZEP, ossia Zone di educazione prioritaria) conta ma non può essere generalizzata.

 

Da dove nascono delusione e stanchezza degli insegnanti ?

La stanchezza, la demoralizzazione sono prodotte soprattutto dall’apparato burocratico che gestisce la scuola. Non sarebbero gli studenti che stancano di più gli insegnanti, ma su questo punto si dovrebbe indagare ulteriormente. Il rapporto francese spara sul ministero dell’ Istruzione Pubblica incolpato di quasi tutte le magagne ( Inun sistema scolastico centralizzato l’identifcazione del colpevole dei mali che affliggono la scuola è relativamente facile. Si va al vertice del sistema, da dove partono programmi, regolamenti, circolari, norme). Forse questa ipotesi è troppo facile. E’ vero che gli insegnanti sono anche funzionari, non sono solo educatori. Ma un margine di manovra lo hanno soprattutto a lievello locale anche in un regime di scarsa autonomia. Le condizioni di lavoro, le relazioni con gli studenti, con i colleghi, con le famiglie non vengono dettate dal ministero. Quando si accetta di diventare insegnante si accetta anche di essere fedeli e ubbidienti funzionari, rispettosi delle autorità scolastiche, piaccia o non piaccia, ma si coltivano anche valori educativi e culturali. Del resto gli insegnanti stessi pongono l’accento sulla funzione educativa della professione, ossia sul margine di libertà ed indipendenza di cui fruiscono.

 

La causa principale della delusione e il fattore più rilevante di stanchezza è il sentimento di essere impediti di fare correttamente il proprio mestiere nell’ambito dell’istituzione in cui si lavora, ossia di non essere pi?u liberi come lo si era sognato, auspicato, desiderato, ricercato.

 

Gli insegnanti delle scuole per l’infanzia sono nauseati dalle esigenze derivanti dal lavoro con i piccoli, dalla fatica nervosa generata dal contatto con i bambini e con i loro genitori, ma anche dall’evoluzione istituzionale del mestiere. "Invece di valorizzare la loro esperienza, i cambiamenti che riguardano la scuola per l’infanzia (per esempio a livello dei programmi, della valutazione, delle molteplici attività imposte dall’alto) sconvolgono il mestiere perché incidono profondamente sull’organizzazione e il funzionamento della scuola per l’infanzia. La scuola per l’infanzia è diventata una pre-scuola nella quale si scimmiotta la scuola primaria".

 

In questi ultimi anni gli insegnanti non trovano più punti di riferimento, hanno accumulato rancore, malumore, frustrazioni. Molti insegnanti ultracinquentenni non si ritrovano più nell’istituzione nella quale sono entrati molti anni prima. A loro si chiede di svolgere mansioni per le quali non sono preparati o che non avrebbero mai immaginato di dover svolgere.

 

Nella scuola media i professori francesi si sentono travolti dalle richieste delle autorità e delle famiglie, si lamentano di non potere fare il loro lavoro, di non essere più in grado di lottare contro la passività degli studenti. I professori interrogati ritengono che non possono più approfondire un argomento, che non possono fare altro che percorre al passo di corsa programmi straripanti, senza potere svolgere un lavoro di fondo che permetta agli studenti di acquisire metodi di lavoro e di riflessione. Ma tutti i professori hanno davvero le competenze necessarie per lavorare in questo modo, ci si potrebbe e ci si dovrebbe chiedere ? Per l’autrice del rapporto questa domanda non si pone. Va da sé che chi insegna da una trentina d’anni è un esperto dell’insegnamento. Invece ciò non è affatto vero. Il colpevole non può essere che il ministero dell’Istruzione pubblica, ossia l’apparato scolastico, le autorità politiche responsabili della scuola.

 

"Quando un insegnante si sente costantemente inefficace, non all’altezza della situazione, finisce per credere di essere un fallito, di non avere nessun potere, di essere un incapace, perde qualsiasi voglia, qualsiasi interesse per il mestiere, si ripete, manca di iniziativa, subisce lo stress". Questo è davvero un vero problema. Si dovrebbe fare in modo di non arrivare a questo punto, ma per riuscirci occorrono molte cose. Le dichiarazioni di buone intenzioni non bastano.

 

Ridare un senso all’ attività professionale

 

Ridare un senso a quel che si fa. Questa sembra essere la chiave della terapia. Per Cau Bareille, "la qualità è al centro delle decisioni che si prendono alla fine della carriera, per esempio quella di smettere precocemente di insegnare, di andarsene dalla scuola per fare altre cose. Questa conclusione non sembra sia avvalorata da altre indagini. E’ valida in molti casi ma non è la sola ragione che incita gli insegnanti a dimissionare, a cambiare mestiere o a richiedere un pensionamento anticipato. Ci sono anche ragioni finanziarie, proposte allettanti che diventano vere e proprie tentazioni quando si è maturata la consapevolezza che si è intrapresa una via sbagliata quando si era giovani, che sono state soffocate qualità, competenze, vocazioni alternative. Allora le tentazioni giungono a buon punto, al momento giusto : è l’ultima occasione offerta per cambaire strada, per fare quel che si sarebbe sempre desiderato di compiere e che le circostanze della vita non hanno concesso di intraprendere. 

 

Conclusione

 

L’autrice Cau Bareille invita in conclusione a raccogliere le esperienze degli insegnanti, ad ascoltarli, perché solo da loro possono venire le soluzioni al malessere. Non si può fare molto, ma qualcosa può anche essere fatto nel modo di gestire, di organizzare le scuole. Ma non ci si deve illudere : l’apparato scolastico, la burocrazia scolastica sono piuttosto ottusi, reagiscono in funzione di criteri e di logiche amministrative. Ascoltare gli insegnanti è difficile ; la formulazione delle lamentele, delle ragioni del disagio, pure, non va da sé. I rischi di ricatti , di incomprensione, di malintesi sono numerosi. le condizioni per intavolare dialoghi costruttivi con dirigenti, ispettori, ministri, capi-servizio, ecc. per ora sono assai rare. Le cinghie di trasmissione istituzionali non servono a gran che, non sono state concepite per questo genere di funzione.

Les documents de l'article

Ve_cu_du_travail_et_sante_des_enseignants.pdf