Le cifre restano quasi ovunque un segreto di stato tranne che nei sistemi scolastici che soffrono di forte penuria d’insegnanti, ma si sa che un numero crescente di insegnanti getta la spugna e cambia lavoro.

Version imprimable de cet article Version imprimable

Un segreto di stato

I segnali di penuria di insegnanti si moltiplicano e tra questi ne esiste uno ben mascherato, quello degli insegnanti che smettono d’insegnare per intraprendere un altro mestiere. Nei sistemi scolastici dove esiste una politica della gestione degli insegnanti il fenomeno è seguito con attenzione, è valutato con interviste e questionari che forniscono una miniera d’informazioni su quel che succede nelle viscere del sistema scolastico, sull’evoluzione dei comportamenti degli studenti, sul morale delle truppe. In altri sistemi scolastici come per esempio quello francese o quello italiano si sa ben poco di quel che succede nelle scuole e dei comportamenti degli insegnanti. Si presume che tutti coloro che trovano un posto nella scuola siano felici e non tenteranno mai, anzi non immagineranno neppure di lasciare l’insegnamento. Ma non è affatto il caso.

Fuga dalla scuola

L’amministrazione scolastica considera sempre la mobilità del personale scolastico come uno smacco, un proprio fallimento. L’apparato scolastico ritiene che dovrebbe riuscire a trattenere nella professione tutti coloro che sono stati ammessi ad insegnare. Del resto quest’ argomento è stato il tema centrale di uno dei progetti più rilevanti dell’OCSE nel corso del primo decennio del XXI secolo conclusosi con l’indagine TALIS.

Trattenere tutti gli insegnanti nella scuola è considerato un dovere essenziale dell’amministrazione scolastica che non si raccapezza quando migliaia di insegnanti vogliono abbandonare la scuola. Il passaggio all’atto è difficile ed è intrapreso da una debole percentuale ma in certi sistemi scolastici si sa, grazie ad una serie di indagini, che molti hanno l’intenzione di smettere d’insegnare e lascerebbero la scuola se lo potessero. L’amministrazione scolastica vi si oppone e preferisce gestire un corpo insegnante statico, rinunciatario, soprattutto nei periodi di penuria d’insegnanti oppure di crisi scolastica.

L’ammnistrazione si sente tradita, colta di sorpresa, quando un insegnante osa chiedere di smettere d’insegnare. Nessuno infatti ne parla. Poche indagini affrontano questo tema. In Italia sembra perfino inimmaginabile vista la lunga lista d’attesa di coloro che aspettano per decenni un posto definitivo nella scuola.

 Insegnante a vita ?

In altri sistemi scolastici invece si ritengono del tutto normali le fluttuazioni del corpo insegnante : le partenze dopo pochi anni d’insegnamento, le uscite nel corso della carriera, i rientri in età avanzata, l’ anticipazione del pensionamento, ecc. Le amministrazioni scolastiche stentano ad adattarsi a questi fenomeni. Talune lo fanno, costruiscono banche dati specifiche per la gestione del personale della scuola, incitano perfino gli insegnanti anziani a partire, favoriscono con svariati provvedimenti i rientri. Non si è più insegnanti a vita. Una carriera professionale interamente vissuta nella scuola in taluni sistemi scolastici non è più ipotizzabile. Una situazione del genere modifica totalmente le procedure di selezione, abilitazione e certificazione all’insegnamento. Probabilmente è tale da incidere anche sulle modalità della formazione iniziale, del perfezionamento professionale, del sostegno al personale e della configurazione delle risorse stanziate globalmente per il personale scolastico come per esempio gli scatti di stipendio.

Banche dati del personale scolastico

L’assenza di banche molto elaborate di dati sul personale insegnante non è un caso. Esistono problemi tecnici per costruirle, alimentarle e gestirle ma esiste anche una volontà deliberata per sabotare l’informazione. Meno se ne sa, meglio è, si direbbe, per tutti coloro che preferiscono pescare nel torbido e intrallazzare con i posti di lavoro nella scuola. Forse esageriamo ma si incontra di tutto nell’amministrazione della scuola : dai faccendieri agli scettici, da chi sabota deliberatamente l’informazione a chi non ne vuole sapere nulla e dà ostinata prova di scetticismo, come se non si potesse fare nulla per cambiare le pratiche in corso. Rassegnazione e passività alimentano l’impotenza nelle decisioni da prendere per gestire in maniera oculata il personale della scuola. 

Nell’opacità si possono combinare svariate operazioni utili alla politica, a chi sta al potere o ha il potere in mano, ma non alla scuola. In questo modo si giunge impreparati alle crisi di penuria degli insegnanti oppure alle crisi di esubero. Cosa fare quando si sono fatte promesse mirabolanti oppure quando non si trovano più insegnanti ? In mancanza di dati rigorosi sulle fluttuazioni del corpo insegnante si improvvisa, si inventano risposte, si fa fiducia alle intuizioni o alle esperienze personali. Non è in questo modo che si gestisce il personale scolastico. Non entriamo qui nei dettagli della configurazione di una banca dati solida, utile alla politica del personale, che informi sulle competenze reali del corpo insegnante, che registri i loro profili, che ne segua gli spostamenti e che tenga conto degli impegni reali del personale scolastico.

Il caso francese

La situazione francese non è per ora paragonabile a quella italiana ma ci sono alcuni punti in comune tra Italia e Francia che inducono a sospettare la presenza di fenomeni simili nei due sistemi scolastici. L’aspetto più rilevante in entrambi i sistemi è la centralizzazione delle nomine degli insegnanti dopo l’abilitazione e la co-gestione con i sindacati di tutte le procedure relative alla nomina, ai trasferimenti e alle promozioni degli insegnanti. L’ aspetto che maggiormente separa i due sistemi scolastici risiede nella differenza dell’offerta d’insegnanti : in Italia esiste un esubero di candidati all’abilitazione e poi alla nomina ; in Francia invece, stando al ministero, ci si trova in una situazione di penuria. Mancano insegnanti. Tutto questo succede rispetto a una configurazione conservatrice che riproduce il sistema scolastico vigente così com’è, che non innova e non contempla moduli scolastici alternativi, radicalmente diversi da quelli attuali.

Un insegnante francese, Rémi Boyer, si è specializzato nell’analisi della fuga di insegnanti dalla scuola e ha recentemente pubblicato un volume a questo riguardo :

Rémi Boyer, Enseignants et mobilité professionnelle. Conseils et outils pour choisir le votre. Les savoirs inédits, 86120 Ternay, 2011

Vale la pena qui precisare che studi analoghi esistono in altri sistemi scolastici afflitti dallo stesso problema, ossia dall’insufficienza dell’offerta d’insegnanti, ma è interessante conoscere il lavoro di Boyer perché è stato condotto in un sistema che centralizza la formazione, l’abilitazione, le nomine, la carriera degli insegnanti di tutti gli ordini di scuola come in Italia. Solo recentemente la Francia ha iniziato timide sperimentazioni che consentono ai presidi di scegliere e comporre la propria équipe pedagogica.

Migliaia d’insegnanti vorrebbero abbandonare in Francia il sistema scolastico

In Francia si stima che decine di migliaia di insegnanti vorrebbero abbandonare la scuola. Delusi, insoddisfatti dalle condizioni di lavoro, demoralizzati, si accorgono che il mercato del lavoro odierno offre prospettive interessanti di carriera, di realizzazione personale al di fuori della scuola. Questi insegnanti sono allettati dalle possibilità che scoprono spesso per caso, dalla concorrenza che cerca profili professionali simili ai loro e che offre stipendi migliori. Molto insegnanti sono quindi predisposti a partire dalla scuola, a lasciare l’insegnamento. Scoprono che esiste una vita anche al di fuori dell’universo scolastico, ma non compiono il passo. Frustrati, restano nella scuola malvolentieri. La conseguenza è un calo della qualità dell’insegnamento. Boyer afferma quindi che occorre aiutare queste persone a lasciare la scuola e ad intraprendere una seconda carriera. Questo è il senso del libro.

 

Riportiamo lo stralcio di un’intervista concessa il 19 ottobre scorso al sito "L’Expresso" (versione in francese scaricabile cliccando qui).

 

Expresso : Gli insegnanti dicono spesso che non sanno fare nulla d’altro e che nessuno al di fuori del sistema scolastico li cerca. Che ne pensa ?

Quando ero insegnante ho sentito spesso questa tiritera. Sono discorsi che si sentono spesso nelle sale dei professori in concomitanza con la festa di Ognissanti, quando gli studenti cominciano a diventare difficili. Si sentono colleghi dire che ne hanno abbastanza ma che non sanno dove andare. Ciò è assai demoralizzante. Il mio parere è molto diverso. Nell’associazione di cui sono il presidente, "Aiuto agli insegnanti ", siamo stati consultati da circa 3200 insegnanti in cinque anni. Si percepisce subito che i professori sono messi con le spalle al muro dal ministero dell’istruzione publica, il quale limita al massimo la loro mobilità esterna. Per esempio, gli insegnanti non hanno il diritto di partire nel corso dell’anno scolastico il che riduce moltissimo le loro opportunità. Inoltre, l’insegnante da parte sua prova molte difficoltà ad uscire dall’alveo della sua disciplina. Ciò è particolarmente vero nella scuola media che costituisce l’anello debole del sistema scolastico, perché è nella scuola media che l’insegnante e più destabilizzato nella sua disciplina e fa più fatica ad immaginare un’alternativa altrove. Nell’insegnamento primario, l’insegnante, di solito donna, ha una formazione polivalente e un coniuge che dispone di risorse finanziarie superiori sulle quali può contare per finanziare la mobilità. Nei licei, le possibilità di carriera sono più importanti ed inoltre il mestiere sembra meno penoso perché il divario tra il sapere accademico del professore e quello degli studenti è inferiore a quello esistente nella scuola media. Per finire, tra i 3200 professori che ci hanno consultato, il 50% erano insegnanti di scuola primaria, il 40% professori di scuola media e il 9% professore di liceo. Il restante 1% era composto di dirigenti scolastici o di insegnanti del settore professionale. Non siamo mai stati consultati da un ispettore.

Expresso : Quanto tempo richiede la preparazione di una seconda carriera ?



Da sei ai 36 mesi. Sei mesi per coloro che hanno già un progetto ben costruito e che non hanno ancora quarant’anni, che si danno da fare per cercare un posto con la mobilità interna nell’ambito del sistema scolastico. 12 mesi invece se vogliono lasciare il sistema scolastico. Coloro che non hanno un progetto di vita preciso devono prevedere un periodo di transizione più lungo, dai 12 ai 36 mesi. Per esempio l’insegnante di cinquant’anni è già molto lontano dalla fine della sua formazione iniziale. Se vuole andarsene sarebbe preferibile che faccia una nuova laurea per diventare molto più interessante sul mercato del lavoro a meno che non abbia investito il suo tempo in progetti pedagogici.

Expresso : Ufficialmente lo Stato promuove la mobilità. Succede veramente ?

(A questo punto Boyer entra nei dettagli della legge francese sulla mobilità. Boyer afferma che gli aspetti seducenti della legge (per esempio la validazione delle competenze acquisite) non sono mai presi in considerazione mentre invece si presta molta attenzione a tutti gli aspetti negativi che ostacolano la mobilità. Tralasciamo questo passaggio).

Expresso : Lo Stato aiuta la formazione ?

Nel corso del mese di aprile di quest’anno la direttrice delle risorse umane del ministero dell’educazione nazionale mi aveva detto che propendeva a prestare maggiore attenzione a coloro che contemplavano di intraprendere una seconda carriera, ma purtroppo il numero di coloro che hanno beneficiato degli aiuti statali è ridicolo. In sette mesi, il ministero aveva ricevuto 435 domande e ne aveva soddisfatte 79.

Un altro esempio simile è quello dei congedi di formazione professionale. I tempi d’attesa delle risposte possono essere molto lunghi. In certi provveditorati addirittura di 18 anni.(ndr. : semplifichiamo la risposta di Boyer che allude a specifiche situazioni francesi). Per quel che riguarda il bilancio di competenze, il ministero dell’educazione nazionale afferma che gli insegnanti non possono richiederne uno dopo 10 anni di servizio. In realtà questi bilanci non sono più finanziati. Sulla carta sono previste cose fantastiche che restano però solo sulla carta perché non ci sono le risorse finanziarie necessarie per realizzarle.

Expresso : Quali sono le tappe di una mobilità professionale ?


La prima è la riflessione sulla propria carriera professionale e sulle proprie competenze. Occorre identificare nella propria carriera tutto quanto è trasferibile altrove. È preferibile dedicare due o tre mesi a questa riflessione piuttosto che gettarsi all’avventura senza idee chiare.

La seconda è la conoscenza delle prospettive esistenti e nella scelta tra mobilità interna o esterna alla funzione pubblica. Se si vuole abbandonare il settore pubblico occorre sapere se si preferisce chiedere un congedo oppure inoltrare le dimissioni. Inoltre, si devono conoscere le risorse finanziarie sul quale si può contare se si deve prevedere una formazione complementare.

In un terzo tempo occorre esplorare le possibilità e preparare un curriculum vitae evitando i modelli proposti dal ministero.

Expresso : Non è forse paradossale che siano i professori più impegnati a riuscire meglio a costruire una seconda carriera ?


I professori più impegnati sono anche coloro che evitano la routine. Acquisiscono competenze e capacità pilotando progetti pedagogici. Consiglio molto gli insegnanti di farlo proprio per questa ragione ed anche perché un’impegno di questo genere aiuta a vedere il mestiere diversamente. I professori che sono in difficoltà o che hanno seri problemi relazionali con gli studenti o d’ infantilismo imposto dalla gerarchia scolastica hanno molto più da temere. In un certo senso il sistema scolastico li ha schiacciati come un rullo compressore. Queste persone incontrano molte difficoltà a formulare un progetto di vita perché dubitano di sé stessi e il loro ambiente non ha fiducia in loro. Peraltro, l’amministrazione scolastica considera sempre la mobilità come uno smacco e il professore che chiede un trasferimento come un problema. Per la maggior parte dei siti accademici che si occupano della mobilità, la riconversione è sinonimo di cambiamento di disciplina o di istituto scolastico, talora per diventare dirigente scolastico. Mai un’altra cosa...

Expresso : Cosa si potrebbe proporre di fare immediatamente ?

In Francia sarebbe importante far saltare il catenaccio che impedisce la mobilità nel corso dell’anno scolastico. In teoria ogni funzionario potrebbe partire con un preavviso di tre mesi. Nella pratica, il ministero dell’educazione nazionale si oppone a questa clausola con il pretesto dell’interesse del servizio. L’amministrazione scolastica imprigiona i professori. Lo Stato favorisce a malapena tutto ciò che permette una seconda carriera interna. Gli insegnanti che invece vogliono fare qualche cosa d’altro all’esterno del sistema scolastico non possono fare altro che inoltrare le dimissioni. Orbene, tutto ciò è assurdo perché siamo ormai entrati in una situazione di transizione demografica anche nell’ambito del sistema scolastico. Coloro che entrano nella professione non vi restano per tutta la vita o non hanno nemmeno più l’intenzione di restarvi per tutta la vita. Il Ministero della pubblica istruzione non è pronto ad affrontare questa situazione e non anticipa evoluzioni importanti alle quali sarà sempre più confrontato nei prossimi anni.