Introduzione generale al tema della valutazione degli insegnanti.

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Una svolta nella professione

Un tabù sindacale sta per essere violato quello che prevede un uguale stipendio per tutti coloro che svolgono lo stesso lavoro. Ormai ovunque si ammette che gli insegnanti non sono uguali, che ce ne sono di bravi e meritevoli , ma anche di incompetenti e poco motivati. Le famiglie che sono al corrente di questo stato di cose tentano, talora, con mille sotterfugi, di evitare gli insegnanti incompetenti per i loro figli. Le altre subiscono rassegnate o con fatalità la buona o cattiva sorte, che per principio è cieca (la dea bendata). Una politica seria del personale scolastico deve aprire gli occhi di fronte a queste disparità e predisporre interventi appositi di supporto che permettano di aiutare gli insegnanti in difficoltà, i colleghi depressi o poco motivati, per equiparare nella misura del possibile la qualità del corpo insegnante. Questo è un sogno perseguito da secoli dai pionieri della sistema scolastico e dai riformatori. La valutazione degli insegnanti è il primo passo per impostare una politica dinamica del personale scolastico. Il ventaglio retributivo ne è una conseguenza. Sul piano politico si parla volentieri di incentivi per i meritevoli, di premi per gli insegnanti di chiara fama. Sul piano scientifico si parla di misura del valore aggiunto.

Premessa: gli insegnanti non sono tutti uguali e non fanno tutti lo stesso lavoro anche se sono colleghi nelle stesse scuole o se svolgono programmi analoghi.

 

Ci sono insegnanti buoni e altri deboli, persone attive nell’insegnamento impegnatisssime, appassionate ed altre invece che fanno solo il minimo necessario oppure che considerano la professione che svolgono come una "corvée", un peso. Ci sono insegnanti competenti nella disciplina che insegnano ed altri che non lo sono, insegnanti capaci di comunicare, bravissimi dal punto di vista didattico ed altri invece che sono impacciati, ce ne sono di quelli dotati di grande sensibilità psicologica ed altri insensibili, preoccupati soltanto di proteggere la propria immagine, con una identità personale fragile, ci sono insegnanti con un grande dono di comunicazione e di interazione con il prossimo ed altri invece sprovveduti, un poco paranoici, che sfuggono i confronti, il dialogo e si rifugiano in se stessi.

Non tutti possono svolgere questa professione

Purtroppo da anni si sa che non ci sono strumenti per selezionare le persone che saranno buoni insegnanti, anche perché è dificile concordare su una gamma di qualità e competenze che si ritrovano necessariamente in tutti coloro che si dedicano all’insegnamento. Occorre la prova del fuoco per capire se uno è fatto per questo mestiere per cui si è costretti ad intervenire con ritardo a meno che la formazione iniziale sia calibrata in modo da identificare a tempo chi ha la "vocazione" o "l’inclinazione" per essere insegnante e chi non l’ha. Questa è una delle ragioni per le quali si discute molto di formazione iniziale. Non la sola ragione, per altro.

Fabbisogni considerevoli d’insegnanti richiesti dal modello di scuola in auge

Tutti convengono che sarebbe ideale inserire nella scuola solo persone competenti, all’altezza, colte, con le qualifiche giuste, ma occorre fare i conti con l’oste. Il fabbisogno di insegnanti è talmente elevato che non si può pretendere che tutti coloro che insegnano siano all’altezza del compito. Le vicende della vita sono poi una variabile che può modificare profondamente le premesse: persone competenti, serene, predisposte all’insegnamento, possono trovarsi da un giorno all’altro in grave disagio per questioni private od anche professionali. Non si vive solo di scuola o solo nella scuola. La scuola non è neppure un monastero come lo si pensava che dovesse essere all’inizio dell’Ottocento o ancora ai primi del Novecento quando si proibiva alle maestre di sposarsi, di avere una vita sentimentale, di fare figli.

Buona o cattiva sorte: una questione di giustizia

Basta prendere lo spunto da queste semplici osservazioni per capire che non tutti gli allievi possono essere fortunati ed avere eccellenti insegnanti. Le biografie personali di ognuno di noi sono zeppe di ricordi di insegnanti buoni e cattivi. C’è chi cade bene e chi cade male. Purtroppo talora i danni sono irrimediabili.

La diversità tra insegnanti è un fattore di disuguaglianza e di ingiustizia nell’istruzione, soprattutto per allievi e studenti deboli, che non beneficiano di aiuti domestici, che avrebbero bisogno di essere aiutati e sostenuti e che invece sono trascurati, puniti o perfino perseguitati da insegnanti incompetenti. Ci si può rassegnare di fronte a questo stato di cose e ritenerlo inevitabile, oppure ribellarsi sia propugnando la trasformazione radicale del sistema scolastico oppure dandosi da fare per inventare correttivi adeguati. La valutazione degli insegnanti è oggigiorno ritenuta una premessa per questa terza via: serve a realizzare una mappatura della situazione che può servire per reperire le competenze degli insegnanti, per equilibrare le équipes pedagogiche, per predisporre interventi mirati, per adeguare la formazione in servizio, per impostare un supporto agli insegnanti e alle scuole su misura. Non si deve però essere ingenui: la mappatura delle competenze può servire anche per altro, per scopi punitivi per esempio, ragione per la quale deve essere co-gestita con i diretti interessati, ossia con gli insegnanti.

Lo stipendio in base al merito

La questione degli stipendi, ossia quella dell’adeguazione dell’importo dello stipendio al merito e ai risultati è un’altra faccenda, è un modo d’ uso della valutazione degli insegnanti. Alla base di questa soluzione molto in voga di questi tempi si ritrova un assioma che va dimostrato, ossia che il rendimento di un insegnante è migliore se lo stipendio è stabilito in funzione dei risultati dei suoi allievi, e dall’altro un principio etico, ossia che è errato stipendiare allo stesso modo prestazioni di qualità disuguale.Occorre in altri termini premiare i meritevoli sperando che così facendo i non meritevoli poco per volta cambino atteggiamento oppure che lascino l’insegnamento, oppure, meglio ancora, che adulti competenti si lascino attrarre dalle prospettive di ricevere un riconoscimento, un premio, nella scuola e cercano un posto di lavoro nell’insegnamento. Come si vede qui si ragiona con argomenti assai precari, con ipotesi non confermate. Potrebbe succedere di tutto.

Il principio etico non si basa su nessun dato empirico, è un principio relativo a una concezione della giustizia, che si accetta o si rifiuta a priori, mentre il primo può essere valutato, ma in questo articolo non si presenteranno gli argomenti più o meno mitici che suffragano l’ipotesi del miglioramento con l’incremento degli stipendi.

 

Un grattacapo mondiale

 

Poiché si afferma con bella unanimità che gli insegnanti sono la chiave di volta del sistema scolastico e che senza buoni insegnanti non si ottengono buoni risultati, è inevitabile che si ponga il problema della verifica della qualità degli insegnanti. Il mito dell’insegnante colto, dedito al bene degli allievi e della comunità, è crollato. Questa specie di insegnanti è quasi del tutto scomparsa come si è fatto raro il tonno rosso nel Mediterraneo.

Per altro, l’espansione del sistema scolastico ha moltiplicato il numero degli insegnanti. Il sistema scolastico è un fantastico bacino d’impiego che permette a molte persone di credere di fare il bene dell’umanità con l’educazione e l’istruzione, e ciò facendo di gratificare la propria coscienza. In ogni modo, la moltiplicazione del personale scolastico da un lato e la riduzione o la stagnazione (che significa riduzione, in termini relativi) degli insegnanti colti che non si risparmiano né nella preparazione dei corsi né nello studio personale, ha provocato una crisi della qualità degli insegnanti. Oggigiorno non è più prestigioso insegnare a leggere e a scrivere. Non lo è nemmeno ad essere professori di scuola media tanto più quando si subisce la concorrenza degli insegnanti della scuola primaria travasati nella scuola media.

Il prestigio della professione

L’opinione pubblica non si illude più di fronte a un laureato che insegna e i dirigenti politici conoscono molto bene con chi hanno a che fare quando devono occuparsi di politica del personale scolastico. La sola variabile che li preoccupa è il vociferio dei sindacati degli insegnanti che hanno il potere di indire scioperi e di spostare voti da un candidato all’altro. La massa degli insegnanti è stata fin qui un bacino elettorale ragguardevole, da curare con attenzione. Molte carriere politiche sono state costruite o disfatte con il voto degli insegnanti e dei loro parenti.

Per calmare le acque, ossia per neutralizzare il malcontento delle famiglie, il disagio degli insegnanti che sgobbano rispetto a quelli che se la filano liscia, il disorientamento dei dirigenti politici che non sanno su quali piedi danzare per mantenere le promesse fatte agli insegnanti e alle loro associazioni senza sbilanciare le casse dello stato e senza scontentare i genitori-elettori che protestano contro la qualità delle scuole, non c’è altra soluzione che quella della valutazione del personale insegnante.

 Cercansi candidati qualificati e dotati

In questi ultime tempi negli Stati Uniti si è scoperto che i migliori studenti non vanno più ad insegnare [1]. Non è una grande scoperta! Ciò succede da anni e non solo negli Stati Uniti. L’OCSE ha condotto nel corso del primo decennio del XXI secolo uno studio tematico sulle soluzioni efficaci per attirare nella scuola i candidati colti, capaci, motivati e per non lasciarli andar via dalla scuola. Non si cura però un male profondo, strutturale, con un cerotto o con una tisana. Il male resta intatto: nonostante le campagne pubblicitarie e gli sforzi delle Direzioni delle relazioni umane (le direzioni del personale) dei Ministeri dell’istruzione pubblica, le carenze strutturali rimangono. Il servizio scolastico, in special modo quello statale, non è allettante, non attira più, non convince le persone qualificate. Non è una questione di stipendi. La penuria esiste anche nei sistemi scolastici dove gli stipendi degli insegnanti sono stati rivalutati o sono sempre stati elevati, come per esempio in Svizzera o in Germania. Ci sono eccezioni, ovvio, ma in genere le condizioni di lavoro nella scuola sono dissuasive e i vantaggi connessi alla professione di insegnante non sono tali da compensare gli svantaggi. Il mestiere è difficile perché non lascia spazio alla privacy, si è costantemente in scena, controllati in ogni momento non solo dai capi o dagli ispettori ma dagli allievi e dalle famiglie che sono giudici inflessibili. La funzione da svolgere è imprecisa (basti pensare qui alle disquisizioni su educazione o istruzione, ma non è solo questo il problema), il bastone dei voti non è più efficace per tenere la disciplina o per essere rispettati, la scuola in generale è mal gestita, la formazione professionale non è all’altezza dei problemi da affrontare, gli allievi e gli studenti sono un gruppo sociale molto difficile.Spesso l’insegnamento in una scuola è una galera. Fortunatamente talora è anche un piacere, ma i momenti deliziosi si fanno rari, come i riconoscimenti e le gratificazioni.

Le modalità di valutazione

Esistono centinaia di studi, di esperimenti documentati, di prove empiriche sulle modalità di valutazione degli insegnanti, anche su una questione tuttora controversa come quella del peso della formazione didattica e della formazione disciplinare nella fase di formazione. Si soppesa ormai l’incidenza di questa duplice competenza che non è affatto esclusiva, se ne misurano gli effetti con indagini che tengono conto sia di come si insegna in classe (si filmano lezioni intere che si analizzano con elaborati protocolli di osservazione) , sia delle relazioni che gli insegnanti stabiliscono con gli studenti e con i colleghi della stessa disciplina e di altre, delle interazioni con le famiglie e dei risultati degli studenti alla fine dell’anno valutati non a naso ma con test , ossia con prove strutturali, i cui items sono stati validati statisticamente.

Indagini di questo tipo sono indispensabili ma sono costose e complesse. Uno in corso è

La misura del valore aggiunto, ossia l’effetto della personalità e della bravura di un insegnante , azzerando tutto il resto

In genere oggigiorno nel campo della ricerca scientifica che si occupa di valutazione degli insegnanti si punta molto sulla misura del valore aggiunto: date le caratteristiche della popolazione scolastica con la quale un insegnante ha a che fare, si possono stimare statisticamente quali potrebbero essere i risultati che si potrebbero ottenere dagli studenti alla fine di un anno scolastico, si misurano poi i risultati realmente conseguiti con i punteggi nei test all’inizio ed alla fine dell’anno scolastico, si comparano questi risultati con quelli che statisticamente si potrebbero sperare dalla stessa popolazione (i risultati attesi) e si costruisce un indice di efficacia dell’insegnamento o dell’apprendimento nel corso di otto o nove mesi. E’ facile da dire, molto più difficile da fare. Le variabili che intervengono in questa operazione sono molteplici, pur neutralizzando il passato, il lavoro degli altri insegnanti, la storia scolastica di ogni studente, ossia tutta una serie di fattori di cui il singolo insegnante oggetto di valutazione non è responsabile.

Queste operazioni hanno il pregio di fare luce su quanto acquisiscono gli allievi durante un anno di scuola, e quindi forniscono agli insegnanti un bagaglio di informazioni utili sul piano professionale che dovrebbe consentire loro di migliorarsi, di analizzare il proprio operato, ma i risultati sono anche molto dipendenti dalla buona o cattiva volontà degli studenti i quali possono rispondere ai test come piace loro, con più o meno buona volontà e impegno, tanto a loro poco importano i risultati se non vengono computati nella media dei voti considerata per la promozione. La metodologia del calcolo del valore aggiunto di un insegnante per quanto allettante possa essere non è ancora del tutto a punto.

 

La valutazione degli insegnanti a una svolta

 

Gli insegnanti, bene o male, sono sempre stati valutati e controllati. Quindi si tratta di ritrovare il bandolo della matassa e di impostare moduli di valutazione aggiornati degli insegnanti di ogni ordine di scuola rispetto alle funzioni della scuola e alla missione attribuita agli insegnanti.

Adesso cambiano i metodi di valutazione, anche perché è mutata la funzione della scuola nella società nonché il ventaglio delle tecniche di potere di cui dispone il potere politico e burocratico per governare la società e la popolazione e per educare il pubblico. Da un sistema di valutazione imperniato su osservatori esterni ritenuti competenti per valutare gli insegnanti e le scuole si sta passando a un sistema impostato sui test e sui punteggi degli studenti nelle prove strutturate.

Per decenni gli ispettori oppure i presidi o i direttori didattici (ogni sistema scolastico aveva le sue peculiarità) hanno visitato le classi degli insegnanti da valutare, hanno ascoltato le loro lezioni, controllato i diari di scuola, letti i quaderni o gli appunti degli allievi, preso appunti di quanto ascoltavano e redatto un rapporto sull’insegnante, talora discutendolo con lui, talora ignorandolo. Questa procedura ha funzionato più o meno bene ed è servita ad omogeneizzare l’insegnamento, a punire le pecore nere tra gli insegnanti ( soprattutto gli insegnanti ribelli non quelli incompetenti), a garantire l’uniformità dei curricoli applicati nelle scuole, a tarpare sovente le novità.

 

Premiare gli insegnanti meritevoli

 

Il problema di fronte al quale si trovano coloro che hanno optato per la premialità come strategia per migliorare gli apprendimenti degli studenti e rendere meno ingiusto il sistema scolastico è quello dell’identificazione dei docenti meritevoli. Come fare? Quali criteri adottare?

Quando si parla di risultati della scuola si intendono solo gli apprendimenti nelle conoscenze di base (leggere, scrivere e aritmetica) oppure si pensa a qualcosa d’altro come per esempio l’abilità a motivare gli studenti , a ottenere da loro il meglio, a renderli più sicuri di se stessi, a registrare i progressi di ciascuno, a gestire i gruppi di lavoro.

 

I modelli di misura del valore aggiunto in circolazione sono nella stragrande maggioranza di tipo statistico e si basano sull’evoluzione dei punteggi degli studenti nelle prove strutturate anno dopo anno . Questi metodi sono tutti contestabili. Non sono perfetti. Non ce ne sono di soddisfacenti, che fanno l’unanimità nel mondo scientifico. Orbene, le analisi del valore aggiunto si chiedono: "Che cosa ha prodotto il risultato?" , "Quali sono gli ingredienti che hanno concorso ai risultati che si constatano?". Ci si può chiedere , e ci sono chi se lo chiede, se è possibile rispondere a domande del genere. A questa domanda si può ribattere con chiarezza: sì, si può. Non solo si può, ma si deve. Questo è il passo da compiere per fare progredire il servizio scolastico pubblico, per renderlo equo. La valutazione del valore aggiunto è senza dubbio esposta ad errori, non è priva di rischi, ma non per questo la si deve escludere o accantonare. Va sperimentata e verificata.

Sperimentazioni su vasta scala nei sistemi scolastici americani

Taluni stati americani (Tennessee, Pennsylvania e Ohio) hanno adottata come strumento di valutazione degli insegnanti il metodo del valore aggiunto. Un nugolo di ricercatori segue i valutatori e spulcia i risultati. Forse non è piacevole essere un insegnante in uno di questi stati in questo momento. Si ha l’impressione di essere delle cavie che pagano sulla propria pelle sperimentazioni che non sono del tutto azzardate ma che non sono neppure sicure dal punto di vista delle conseguenze professionali. In ogni modo queste applicazioni su vasta scala permetteranno di farsi un’idea migliore dei rischi, degli errori da evitare, degli antidoti da prevedere, delle procedure da impostare.

A Dallas, nel Texas, la valutazione degli insegnanti del sistema scolastico urbano sulla base del valore aggiunto è in corso da dieci anni. Le autorità scolastiche classificano gli insegnanti in funzione dei punteggi conseguiti nella valutazione del valore aggiunto. Nel 2008 a Dallas si è fatto quanto si prefigge di fare il Ministro italiano dell’istruzione, ossia si sono versati premi individuali, incentivi finanziari "ad personam", ai migliori insegnanti, ossia a quelli che hanno conseguito i punteggi più elevati del valore aggiunto. Il disagio nel corpo insegnante di Dallas è elevato perché le autorità non rivelano la formula di calcolo. I risultati però non sono resi pubblici. Un giudice ha proibito di farlo. Nessuno però conosce come sono stabilite le graduatorie degli insegnanti. Tutto resta segreto.

 

Su questo tema si avrà modo di ritornare perché se ne discute molto nelle politiche scolastiche. In molti sistemi si cerca la pietra filosofale per disaggregare gli stipendi, per ricompensare chi lavora bene, e molti istituti di ricerca scientifica sono coinvolti nelle sperimentazioni e nelle verifiche. Siccome anche in Italia se ne discute a quanto sembra seriamente a livello di autorità scolastiche benché non ci sia un dibattito scientifico su questo punto poiché la comunità scientifica specializzata in questi lavori è in Italia embrionale, sarà opportuno approfondire ulteriormente una questione che si colloca all’interfaccia tra politica e ricerca scientifica sulla scuola.

 

 

[1] Solo il 23% degli insegnanti negli USA proviene dal terzo di laureati con i punteggi più elevati, secondo un’indagine pubblicata recentemente, realizzata dalla ditta McKinsey & Co. In Finlandia, nella Corea del Sud e a Singapore il 100% degli insegnanti invece proviene dalle fila dei migliori laureati. Documento allegato.

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