Il dibattito internazionale sul livello di preparazione degli insegnanti (supponendo che i sistemi scolastici vigenti dureranno ancora per qualche decennio)

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Il rompicapo della formazione degli insegnanti

In questi ultimi decenni la formazione iniziale degli insegnanti di scuola primaria è diventata di tipo terziario o accademico e ai futuri insegnanti di liceo e delle scuole secondarie di secondo grado si è richiesta una preparazione psico-pedagogica. Questa operazione non è del tutto riuscita, non solo per ragioni tecniche (errori di gestione) ma anche per ostacoli di natura politica (controllo del personale scolastico la cui funzione continua a essere quanto mai ambigua). La trasformazione del personale scolastico in professionisti postulata dalle correnti d’avanguardia della nuova pedagogia (non si sa bene però "professionisti" di cosa, perché ancora si dibatte se si deve essere specialisti del benessere e dell’emotività oppure specialisti dell’apprendimento e della cognizione) è fin qui irrisolta, chiusa in una specie di vicolo cieco, come lo dimostrano i contributi citati nell’articolo.

In un recente articolo della sezione educazione della BBC si deprecava il fatto che molti insegnanti non avessero un livello di cultura sufficiente nelle materie che insegnavano e che difettavano di una preparazione scientifica all’altezza dei tempi e del loro compito. Questa constatazione che si applicava soprattutto ai professori di matematica e a quelli di scienze non si limita all’Inghilterra. Il problema è universale. Quale è il livello di preparazione di milioni d’insegnanti nei settori fondamentali della loro pratica professionale ? Questa questione non può essere sottaciuta nonostante la resistenza che la maggior parte dei sindacati degli insegnanti oppone a qualsiasi discussione su questo punto. Un insegnante abilitato sarebbe di per sé, per antonomasia, un insegnante preparato ? Se è preparato, sostengono gli addetti ai lavori, è necessariamente buono e va accettato come tale.
 
Il problema è scottante non solo in Inghilterra ma ovunque, tranne forse nel caso eccezionale dell’Italia che fabbrica insegnanti e professori a tutto spiano, la cui qualità è ritenuta da quasi tutti, in Italia almeno , soddisfacente, anche se mancano le prove in merito per convalidare un simile apprezzamento.
 
Altrove la musica è diversa. In moltissimi paesi europei mancano professori di matematica e scienze per insegnare nelle scuole medie e nelle scuole secondarie superiori. Le autorità scolastiche hanno fronteggiato sin qui la crisi dando l’incarico d’insegnare la matematica e le scienze a professori che non le hanno studiate all’università come discipline principali e che non si sono laureati, si direbbe in Italia, in queste materie. Anche questa via sbocca però in un vicolo cieco perché ormai i candidati pronti a lanciarsi in avventure simili ce ne sono sempre di meno. Dopo avere reclutato professori provenienti da altri paesi, per esempio in Inghilterra dal continente indiano oppure in Francia dall’Africa sub-sahariana, in Germania dai paesi dell’Europa dell’Est e dalla Turchia, adesso si comincia a fare i conti con l’oste, ossia con la penuria, anche perché i paesi con insegnanti in esubero non sono disposti a mollare i propri insegnanti dopo averli preparati. Se vanno bene altrove, questi insegnanti dovrebbero andare bene anche nei loro paesi, dove, presto o tardi, si troveranno pure con fatica laureati pronti a insegnare. La crisi economica, per il momento, aiuta a mascherare le difficoltà ma queste non tarderanno ad apparire. C’è un problema salariale da risolvere nei paesi poveri, ma con l’aiuto delle organizzazioni internazionali le risorse affluiranno. Con qualche ricatto si riuscirà anche a ridurre la corruzione e i soldi arriveranno nelle tasche di chi si deve. La soluzione di inserire nell’insegnamento candidati con una preparazione raffazzonata o incompleta pone problemi di nuovo gener : il sostegno, l’accompagnamento, la consulenza. Forse il santo non vale la candela.
 
Un’altra ragione che concorre ad aggravare il problema del personale scolastico va attribuita alla rivendicazione promossa ovunque di una accresciuta professionalizzazione del personale scolastico. Da una formazione dilettantesca e artigianale, acquisita in gran parte sul terreno, per via di iniziazione, si è passati in alcuni decenni, a una formazione prolungata, di tipo accademico, con un’impronta teorica molto pronunciata. Questa evoluzione sottintende un profilo del personale scolastico di stampo del tutto diverso da quello vigente sin dagli albori della scuola statale. Con questo non si vuol dire che il profilo degli insegnanti non sia cambiato nel tempo, ma grosso modo si può affermare che per decenni il modello di formazione del personale scolastico è rimasto immutato per gli insegnanti di tutti gli ordini di scuola. Solo recentemente si sono avviate riforme radicali della formazione degli insegnanti che però hanno prodotto parecchio disagio perché non sono state attuate con le risorse necessarie e le procedure adeguate.
 
Riferiamo dapprima il quadro che emerge da un’indagine condotta in Inghilterra all’Università di Buckingham, che riguarda i professori dell’insegnamento secondario, poi vedremo la situazione come è percepita a New York secondo un articolo recente del New York Times e infine presenteremo un’indagine svolta negli Stati Uniti nel Texas che riguarda gli insegnanti della scuola elementare.
 
Tutti questi dati sono recenti a comprova che finora non si è riusciti a venire a capo del problema, certamente per molteplici ragioni che qui non elenchiamo. Lo smantellamento delle SSIS in Italia non è che un episodio in una storia planetaria nella quale annaspano sindacalisti, politici di ogni corrente, insegnanti, rettori magnifici, professori universitari e notabili di ogni risma. L’affare è troppo importante per essere lasciato al caso, si potrebbe dire, ma il caso si sta vendicando , perché come avviene ovunque, tranne in Italia, il numero dei candidati a svolgere la nobile missione dell’insegnamento è in calo. Le vocazioni diminuiscono, come succede nelle chiese con i preti e i monaci. Insegnare alle condizioni vigenti non è proprio allettante tranne che nei paesi con molta disoccupazione e con un sistema economico poco efficiente.
 

 Inghilterra : gli studenti più bravi non si dedicano più all’insegnamento





In Inghilterra la formazione degli insegnanti ha subito nel corso di questi ultimi vent’anni parecchie riforme che sono ben descritte in italiano nel sito dell’ADI. Il Centro di ricerca sull’educazione e l’occupazione dell’università di Buckingham (CEER) ha scoperto che esiste un legame tra il basso livello di qualifica dei candidati alla formazione di insegnanti e le difficoltà incontrate successivamente per trovare un lavoro nell’insegnamento. Le autorità locali inglesi in genere preferiscono nominare candidati qualificati e competenti, con eccellenti risultati universitari, perché ritengono che questi candidati sapranno innalzare il livello di qualità dell’insegnamento oppure mantenerlo inalterato.
Questi dati riguardano le qualifiche dei candidati all’insegnamento per l’anno scolastico 2007-2008. L’analisi ha scoperto che meno di un terzo di coloro che si iscrivono alle lauree di primo grado per l’insegnamento per diventare professori di scienze si presentano con una un diploma di maturità (usiamo qui la terminologia italiana) con una media accettabile ( due livelli di eccellenza o due livelli-A, nella terminologia inglese). Nel documento si afferma che le qualifiche dei candidati tendono a essere basse sia per coloro che si iscrivono ai corsi di laurea di primo livello che per coloro che si iscrivono ai corsi di laurea di secondo livello. Meno di tre quinti dei candidati alle lauree di primo livello per l’insegnamento posseggono due livelli A.

Nelle discipline meno popolari, come per esempio la matematica e le lingue straniere, meno della metà dei candidati si presenta con una un’ottima media. Nelle discipline più popolari invece, come per esempio la storia, le università possono selezionare candidati meglio qualificati. Il 78% di coloro che si presentano per una specializzazione di insegnamento della storia possiede per esempio un diploma con una buona media. L’attribuzione dei posti di insegnamento in Inghilterra non si svolge come in Italia sulla base di una graduatoria nazionale, ma sulla base di concorsi locali nei quali contano prevalentemente le qualifiche dei candidati.

Gli analisti dell’università di Buckingham ritengono che si stia delineando un nuovo ciclo nella preparazione del personale scolastico : da un lato, ci sono studenti competenti e qualificati che concorrono per ottenere posti di insegnamento allettanti e che sono molto richiesti dalle scuole. Dall’altro invece non si trovano candidati perché si rifiutano quelli con diplomi di scarso valore. Le politiche relativamente basse accettate per l’iscrizione alla formazione sono associate a una selezione scolastica elevata per cui, alla fin fine, gli studenti abilitati a insegnare discipline esigenti come la matematica, le scienze oppure le lingue moderne sono pochi. Questo problema sussisterà fin quando l’insegnamento sarà organizzato per discipline come lo è ora. Questo modulo potrebbe cambiare con l’adozione su vasta scala delle nuove tecnologie che rendono accessibili le conoscenze scolastiche ad ogni momento e in ogni luogo, per cui si potrebbe supporre di riuscire a fare a meno della valanga di insegnanti necessari per fare funzionare le scuole così come sono e per tenere in piedi il modello scolastico adottato fin qui nel servizio statale.




La ricerca dell’Università di Buckingham mette in evidenza un problema che potrebbe diventare scottante nei prossimi anni in diversi sistemi scolastici, ossia quello della qualità degli studenti che si iscrivono ai corsi di formazione per diventare insegnanti. In Inghilterra il fenomeno comincia a essere preoccupante per quel che riguarda talune discipline ma potrebbe estendersi ad altre. La stessa tendenza potrebbe dilagare altrove. Non ci sarebbe da meravigliarsi, considerata la concorrenza del mercato del lavoro, che altre professioni finiranno per attirare gli studenti più qualificati i quali un tempo si indirizzavano verso l’insegnamento. Non a caso l’OCSE ha svolto nel 2002 un’indagine sulle modalità attuate in vari sistemi scolastici per ritenere i buoni insegnare e per attrarre verso l’insegnamento non solo i buoni studenti ma anche professionisti qualificati [1]. D’altra parte, come molte osservazioni concordano, le scuole stanno cambiando, il comportamento degli studenti è diverso, il rispetto dell’autorità scolastica è scemato. La professione di insegnante è diventata meno allettante, non attira più i migliori studenti ma quelli deboli e i meno dotati, con un peggioramento continuo della situazione. Si ha l’impressione che si stia entrando in un circolo vizioso dal quale sarà difficile uscire. Non è inasprendo la selezione iniziale né le esigenze della formazione che si riuscirà a venire a capo di questo problema.



New York : quale formazione per gli insegnanti ?



Nel corso di un dibattito organizzato dal New York Times sul valore delle lauree nelle discipline umanistiche, un gruppo di lettori composto in gran parte di insegnanti e dirigenti scolastici ha convenuto che le lauree universitarie, benché molto costose (almeno negli Stati Uniti), sono un investimento che vale la pena di fare. Per esempio, il salario nel servizio scolastico statale è in funzione dei crediti accademici e del tipo di diploma conseguito. Detto questo però si è elevato immediatamente un coro di critiche per contestare la validità della formazione degli insegnanti praticata negli Stati Uniti. Per esempio, il direttore del dipartimento di formazione del personale scolastico alla Harvard Graduate School of Education, Katherine Merseth, ha dichiarato in una conferenza svolta nel marzo scorso che su 1300 programmi di laurea in scienze dell’educazione in vigore negli Stati Uniti per preparare gli insegnanti, soltanto 100 svolgevano un lavoro qualificato. Tutti gli altri corsi di laurea potevano essere buttati al macero e essere chiusi dall’oggi all’indomani. Queste osservazioni sono interessanti soprattutto di questi tempi perché l’amministrazione Obama sta seriamente discutendo di modificare il sistema di retribuzione degli insegnanti e di basarlo non tanto sui diplomi conseguiti quanto sui risultati degli allievi.



Il computo della retribuzione degli insegnanti in funzione dei risultati conseguiti dagli allievi è stato un tabù mai violato fino ai nostri giorni. Da un po’ di tempo in qua invece sorgono voci a favore di un’impostazione del genere, non solo negli Stati Uniti. Esperimenti di questa natura sono stati svolti nel continente che per eccellenza si presta a questo tipo di operazioni rischiose come lo è quello africano. [2].

Una maggioranza di specialisti ritiene negli Stati Uniti , ma non solo, si debba ridurre il peso sin qui accordato nel servizio scolastico statale al valore delle lauree nelle graduatorie dei concorsi e nei criteri di selezione degli insegnanti , ma questo indirizzo non è per il momento in grado di proporre un sistema di retribuzione degli insegnanti alternativo che sostituisca il sistema tradizionale finora in vigore.

Il New York Times ha intervistato nove persone che formulano a questo riguardo pareri molto interessanti. Scegliamo un po’ a caso l’intervento di Martin Kozloff , professore di educazione all’università di Wilmington, North Carolina . Secondo Kozloff una laurea specialistica in educazione, ossia una laurea di secondo livello, "per esempio in lettura-oppure nel settore che ormai si conviene chiamare "literacy"(educazione prescolastica, insegnamento nella scuola elementare, ecc.) aggiunge ben poco o quasi nulla alle conoscenze e all’esperienza pratica degli studenti. Al contrario, una laurea di secondo livello nelle scienze dell’educazione nella maggioranza dei casi non servirà ad altro che ad accentuare la confusione mentale attorno a concetti quanto mai fumosi come "progressivo", "imperniato sul bambino", "costruttivismo", "sviluppo mentale appropriato", "postmodernismo", ecc., concetti che infettano i curricoli dei corsi di laurea e che lasciano alla fine gli studenti del tutto impreparati all’insegnamento e peggio ancora incapaci a insegnare secondo sequenze coerenti e logiche.

 





Per Kozloff, gli studenti che si iscrivono nei dipartimenti delle scienze dell’educazione e che proseguono fino al conseguimento di una laurea di secondo livello sono in genere :

 

1. Incapaci di definire cosa è la conoscenza. Orbene, potete "immaginare un medico incapace di definire cosa sia una cellula" ? ;

 

2. Incapaci di identificare, definire e dimostrare esattamente come insegnare i vari tipi di conoscenze "per esempio, fatti, concetti, regole, formule" ;

 

3. incapaci di spiegare che l’apprendimento è una procedura relativamente semplice di ragionamento induttivo e non un’attività misteriosa di "scoperta" e "produzione di senso" che possono soltanto essere "facilitati" dall’insegnante il quale non sarebbe altro che un’artista e non un tecnico dell’insegnamento, un accompagnatore dell’attività di ricerca svolta dagli alunni e dagli studenti ;

 

4. incapaci di determinare se in materia di insegnamento " i manuali di apprendimento della lettura, per esempio" coprono in modo adeguato quanto si debba imparare oppure se non siano altro che una montagna di ciance, di novità "rivoluzionarie" , mascherate da una massa di illustrazioni e grafici del tutto superflui.
 
Se si interrogano gli studenti laureati che sono stati capaci di sottrarsi a questo indottrinamento perché fortunatamente dotati di una solida dose di cinismo, vi diranno che non hanno appreso nulla di nuovo. Certamente, molti insegnanti laureati sono più competenti degli insegnanti di un tempo. Però, ciò non è dovuto al fatto che abbiano conseguito una laurea. Sono giunti alla laurea perché erano intelligenti, perché possedevo già le competenze per insegnare, le avevano autoapprese, imparate da soli e perché avevano deciso per conto proprio di ritornare a scuola.

Questo è più o meno il senso degli interventi raccolti dal quotidiano newyorkese il quale non fa misteri sulla presenza tra gli insegnanti stessi di un profondo malessere riguardo alla formazione iniziale impartita nei dipartimenti delle scienze dell’educazione.
 
La preparazione degli insegnanti conta ? Se ne può fare a meno ? Serve a qualcosa ?





Queste sono le domande che sono affrontate in un articolo pubblicato nel 2005 da Linda Darling-Hammond, una delle specialiste americane più note della formazione degli insegnanti, personalità di primo piano della ricerca pedagogica negli Stati Uniti [[Linda Darling-Hammond è professore di educazione all’Università di Stanford. Indirizzo elettronico : ldh@stanford.edu).
 
Di fronte al fabbisogno crescente di insegnanti dovuto all’espansione continua dei sistemi scolastici e al prolungamento dell’obbligo scolastico, il dibattito sull’utilità della formazione degli insegnanti è inevitabile. Se ne può fare a meno ? Basta la formazione accademica , umanistica, scientifica o occorre infarcire la formazione di ore e ore di teoria psico-pedagogica e cognitiva ? Le grandi organizzazioni internazionali come l’Unesco o la Banca mondiale che finanziano l’espansione nelle scuole nei paesi più poveri si chiedono se valga la pena di formare schiere di insegnanti spendendo somme considerevoli non solo per la loro formazione ma anche in seguito per pagarli in modo adeguato e se gli stessi risultati non possono essere ottenuti con un personale meno qualificato, senza una formazione specialistica nel settore delle scienze cognitive e delle scienze umane, formato in quattro e quattr’otto in poche settimane.

Questo dibattito non concerne però soltanto i paesi in via di sviluppo ma si svolge anche nei paesi sviluppati, come per esempio negli Stati Uniti, dove c’è penuria di insegnanti. In fondo, ci si chiede, vale la pena selezionare gli insegnanti e qualificarli oppure se se ne può fare a meno perché un personale non diplomato e non qualificato è altrettanto efficace del personale certificato ? Basta una preparazione di qualche ora e il gioco è fatto. Il problema è ancora più scottante per quel che riguarda il personale insegnante nell’insegnamento secondario di secondo grado dove ancora oggi si dubita se valga la pena formare i futuri professori di liceo, per esempio, nel settore delle scienze dell’educazione o se invece si possa fare a meno di questo codicillo perché una seria formazione accademica di tipo umanista o scientifico può essere altrettanto efficace che una formazione pedagogica. In altri termini, ci si chiede ancora se sia preferibile conoscere a fondo la materia che si insegna oppure se si debba anche completare questa formazione con qualifiche di tipo psicopedagogico. Queste questioni sono trattate nell’articolo di Linda Daling-Hammond che ha svolto un’indagine approfondita su un campione molto ampio di studenti di Houston, Texas, e pilotato un’analisi meticolosa delle correlazioni esistenti tra le caratteristiche degli studenti, i risultati da loro conseguiti in una serie di prove strutturate e le caratteristiche dei loro insegnanti, la loro esperienza, i loro diplomi. L’indagine è stata svolta tra il 1995 e il 2002. L’ indagine inoltre compara inoltre l’efficacia dei candidati che provengono dal progetto "Teach For America" (TFA), che sono studenti eccellenti, reclutati in prestigiose università, ai quali vengono impartite poche settimane di formazione prima di iniziare ad insegnare. L’indagine concerne allievi del quarto è quinto anno di scuola elementare ai quali sono stati somministrati ben sei differenti test di lettura e matematica. La banca dati raccoglie le informazioni che riguardano le caratteristiche di 271.015 studenti e di 15.344 insegnanti. Tutti questi dati si possono incrociare tra loro. Si tratta di una delle indagine più rigorose svolte su questo argomento negli Stati Uniti. Gli autori ritengono di avere raccolto prove sufficienti che dimostrano la superiorità degli insegnanti diplomati rispetto agli insegnanti avventizi, formati sui due piedi. Questi risultati dimostrano ampiamente che gli insegnanti provenienti dal progetto TFA sono meno efficaci che non gli insegnanti che hanno ricevuto una formazione psicopedagogica e cognitivista. Questa ricerca contraddice i risultati di indagini simili patrocinate dalle grandi organizzazioni internazionali in taluni sistemi scolastici africani e di cui si è parlato in questo sito.





È indubbio che la formazione psicopedagogica contribuisce a migliorare e potenziare la professionalità degli insegnanti. Se nei prossimi decenni i sistemi scolastici resteranno simili a quelli che sono attualmente non si potrà fare a meno di accentuare la formazione psicopedagogica di tutti gli insegnanti, da quelli dell’educazione scolastica fino a quelli della formazione professionale o dei licei. Solo in questo modo si potrà migliorare con certezza la qualità dei risultati scolastici perché questa è la via per qualificare professionalmente il corpo insegnante e il personale scolastico. Detto questo però occorre anche aggiungere che non ci si deve accontentare di qualsiasi tipo di formazione specialistica. I corsi offerti da moltissimi dipartimenti delle scienze dell’educazione sono realmente squalllidi, confusi, privi di sostanza, senza connessioni con la ricerca empirica. 

 

[1] Per una presentazione generale del progetto si veda il sito seguente dell’OCSE nel quale si trovano pure gli studi di caso nazionali : Attracting, Developing and Retaining Effective Teachers

[2] Si vedano a questo riguardo gli articoli pubblicati in questo sito, per esempio cliccando qui. Con una ricerca approfondita svolta servendosi della parola chiave Afrique si possono reperire in questo sito altri articoli su questo tema