Adattamento di un articolo che riassume una indagine scientifica svolta negli Stati Uniti sulla struttura della scala degli stipendi degli insegnanti. Gli stipendi degli insegnanti sono pressoché ovunque stabiliti in base a due parametri: in primo luogo l’anzianità nella professione e poi i titoli, ma non tengono quasi mai conto né della bravura a insegnare né dei risultati conseguiti con le classi e gli studenti a cui si insegna. Il valore dell’insegnamento passa in secondo piano.

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Esperienza e anzianità

Esperienza nell’insegnare e anzianità non coincidono nella professione d’insegnante. Di solito si ritiene che i veterani nella professione siano migliori dei neofiti. Molteplici indagini dimostrano che questa assunzione non è valida. I migliori insegnanti , i più dinamici, i più creativi sono i giovani alle prime armi che sono anche quelli pagati di meno. Il successo degli insegnanti non è riconosciuto nella scala degli stipendi in auge nella maggioranza dei sistemi scolastici. Gli stipendi sono calcolati in base a criteri che hanno poco a che fare con la bravura nell’insegnare e nel far apprendere.

Una professione in subbuglio

 

La professione di insegnante è in pieno subbuglio ovunque. Le cause sono molteplici:

  • l’arrivo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione che modificano i comportamenti dei bambini e le modalità di apprendimento senza che per ora si conosca gran che di quel che succede;
  • le ripercussioni delle trasformazioni della formazione iniziale che modificano il profilo professionale, le aspettative, i comportamenti dei neo-docenti;
  • la successione incessante di riforme che non lasciano in pace le scuole;
  • l’uso maldestro delle valutazioni o più semplicemente l’aumento delle valutazioni di ogni tipo nella scuola;
  • i valori in auge tra allievi e studenti che non collimano più con l’insieme di valori coltivati e privilegiati nell’educazione scolastica;
  • l’aumento dell’aggressività delle famiglie nei confronti della scuola;
  • le richieste virulenti di risultato da parte delle famiglie e dei responsabili politici;
  • il concetto di merito in vigore nelle scuole che non collima con quello valorizzato nella società, e via dicendo.

 

Tutti gli insegnanti convengono nell’affermare che il mestiere è diventato duro, a momenti insopportabile, difficile. La popolazione studentesca non è più remissiva, si rivolta in sordina ed è sostenuta, protetta, dagli adulti che ne hanno la responsabilità.

Come si retribuiscono gli insegnanti?

In questo articolo ci si sofferma su un aspetto sottaciuto nelle politiche del personale insegnante, ossia sulla struttura della scala degli stipendi. Di stipendi si discute poco nelle scienze politiche dell’educazione. Se ne parla quando si propone se introdurre o meno lo stipendio in base al merito, ossia quando si vorrebbe adottare un sistema di rimunerazione che tenga conto dei meriti degli insegnanti. In questo sito ci sono svariati articoli nei quali si tratta questo tema, per esempio cliccando qui [1]. Oppure se ne discute di tanto in tanto quando si comparano gli stipendi in auge nei vari sistemi scolastici, oppure quando gli insegnanti di un sistema scolastico rivendicano aumenti di stipendio con riferimento agli stipendi di colleghi di altri sistemi d’insegnamento.

Si sfiora il problema anche quando si tocca un tasto scottante, quello della correlazione tra livelli di rimunerazione e risultati conseguiti dagli studenti o dagli allievi nelle prove strutturate ( i test) su vasta scala. Ormai è dimostrato che non c’è un rapporto di causa-effetto tra stipendi e risultati degli allievi e che gli insegnanti fanno il loro mestiere bene anche quando sono pagati poco o male. E’ illusorio supporre che basti aumentare gli stipendi per ottenere risultati migliori dagli studenti, effetto che si tende ad imputare, erroneamente, al livello di retribuzione.

Infine, la questione fa capolino quando si pone sul tavolo delle discussioni il problema della carriera degli insegnanti. In ogni modo, le informazioni a questo riguardo non sono molto precise e abbondanti. Un discreto silenzio cala sull’argomento, come se fosse mal visto parlare di soldi tra insegnanti, il che autorizza qualsiasi affermazione. In mancanza di verifiche, di dati precisi, di comparazioni solide, si può sostenere di tutto.

Il criterio dell’anzianità

In genere, il sistema di retribuzione degli insegnanti nei vari ordini di scuola è basato sul principio dell’anzianità. All’inizio di carriera (laddove si può parlare di carriera nella scuola) o nei primi anni di scuola, gli stipendi sono relativamente bassi; con il passare degli anni scattano le indennità e poco per volta lo stipendio aumenta, che si insegni bene o male poco importa. La legge aurea dell’anzianità premia la fedeltà alla scuola, la capacità di resistere nell’insegnamento, la perseveranza. Il sistema delle retribuzioni varia da un sistema all’altro. Dove è ancora in vigore il modulo classico, strenuamente difeso dai sindacati degli insegnanti, l’importo degli aumenti, la rapidità con la quale gli stipendi crescono, il divario tra stipendi iniziali e finali, può differire ma quel che conta è il premio all’anzianità (se non erro tranne che in Italia, dove fino ad alcuni anni fa il divario tra stipendi iniziali e stipendi finali dopo quarant’anni di insegnamento era tra i più bassi tra quelli registrati nei sistemi scolastici dell’OCSE).

Opposizione al cambiamento

Ovunque, le proposte di ristrutturazione degli schemi di retribuzione degli insegnanti suscitano controversie alimentate da disaccordi riguardanti soprattutto le modalità che si adottano per misurare le prestazioni di un singolo insegnante, ossia il valore di un insegnante. Le resistenze provengono anche dal fatto che molti docenti insegnano materie nelle quali i risultati non si possono misurare con i test o con altri strumenti che si ritengono producano informazioni oggettive.

La legge aurea: il rendimento di un insegnante

Lo stipendio degli insegnanti dovrebbe essere correlato più strettamente all’efficacia del lavoro che l’ insegnante svolge in classe. Questo parametro però continua ad essere alquanto trascurato. Il computo dello stipendio in funzione del "rendimento" di un insegnante dovrebbe essere il metodo da adottare per conseguire questo scopo. Purtroppo i responsabili politici che si occupano di sistemi scolastici preferiscono in genere altre opzioni. La scala retributiva costruita per calcolare gli stipendi degli insegnanti è di solito collegata all’esperienza e ai diplomi conseguiti degli insegnanti. Gli insegnanti con più anni di anzianità di servizio e gli insegnanti con diplomi universitari superiori (per esempio, un dottorato) sono quelli che beneficiano di indennità maggiori e che fruiscono quindi di stipendi più elevati.

Cosa ha scoperto la ricerca scientifica sul rendimento degli insegnanti? I diplomi non contano molto.

 
Da un punto di vista comparato vale la pena rilevare che non tutti gli schemi di retribuzione degli insegnanti sono uguali. Taluni sono migliori di altri perché sono stati costruiti tenendo conto delle indicazioni provenienti dalla ricerca scientifica sull’insegnamento che si è occupata di come gli insegnanti evolvono nella loro professione lungo l’arco di tutta la loro carriera. Orbene, la ricerca scientifica ha scoperto che gli insegnanti hanno un tasso di rendimento elevato nei primi anni di insegnamento ma che il loro rendimento cala e si stabilizza col passare degli anni, come lo si constata nella tavola seguente ripresa dall’articolo Valuing Good Teaching di Chad Aldeman (per questa ragione la terminologia nella tavola è in lingua inglese).

Le sbarre marroni rappresentano lo stipendio annuo di insegnanti con laurea di primo livello e le sbarre blu rappresentano lo stipendio medio degli insegnanti con laurea di secondo livello. Queste sbarre rappresentano una media degli stipendi versati in quattro provveditorati scolastici della zona periferica di Washington D.C. Nella tavola si constata che nei quattro provveditorati gli stipendi aumentano in modo alquanto lineare con il passare degli anni, ancorché la crescita sia più rapida dopo 14 anni di esperienza mentre è meno forte nei primi 10 anni di insegnamento. Questa progressione non è dovuta al caso. E’ il frutto di una strategia deliberata che spiegheremo in seguito. Va da sé che nei sistemi scolastici con una maggioranza di insegnanti anziani si spenda molto di più per gli stipendi degli insegnanti che non nei sistemi scolastici con una maggioranza di docenti giovani. Per questa ragione è molto tentante incoraggiare il pensionamento o le dimissioni degli insegnanti anziani quando si vuole risparmiare sulla voce stipendi agli insegnanti. I giovani insegnanti reclutati per sostituire quelli che partono costano di meno. Questa politica è stata per esempio applicata su vasta scala nel sistema scolastico di Ginevra dove si è predisposto una procedura particolare per incitare i docenti anziani a partire in pensione [2]

 

Nella tavola sono rappresentati gli stipendi che in media guadagnano gli insegnanti in quattro provveditorati dell’area della capitale Washington D.C. [3], e si compara la media degli stipendi scaglionata per periodi di varia durata con l’ efficacia dell’insegnamento stimata con i punteggi conseguiti dagli allievi nei test di matematica. I punteggi di efficacia o delle prestazioni degli insegnanti sono misure del valore aggiunto che tengono conto dell’abilità di un insegnante a mantenere o a accrescere i punteggi degli studenti nei test o nelle prove strutturate sulle conoscenze in matematica. I punteggi di ogni insegnante sono comparati alla media dei punteggi ottenuti da tutti gli insegnanti. E’ questa differenza che dà luogo alla curva in giallo nella tavola. Il metodo è descritto nel documento "Assessing the Potential of Using Value-Added Estimates of Teacher Job Performance for Making Tenure Decisions" allegato a questo articolo redatto da Dan Goldhaber e Michael Hansen , pubblicato nel dicembre 2009 nel sito del Centro sulla rinascita della scuola statale (negli USA) [4] opppure nella "Newsletter" della fondazione Education Sector del 3 febbraio 2010. Gli autori ritengono che i punteggi delle prestazioni degli insegnanti sono attendibili e sono conformi ai risultati di altre ricerche svolte sullo stesso argomento. La misura del valore aggiunto nei primi anni d’insegnamento sarebbe dunque un predittore di riuscita degli studenti o degli allievi migliore di qualsiasi altro predittore.

I diplomi non sono un indice di efficacia tra gli insegnanti

Molte indagini scientifiche sull’argomento dimostrano che non c’è legame tra efficacia o prestazioni di un insegnante da un lato e i diplomi posseduti dall’altro. Questa correlazione è debole o addirittura inesistente. Per questa ragione uno schema di rimunerazione degli insegnanti premiante i più diplomati o titolati permette di attirare o di mantenere nell’insegnamento docenti altamente qualificati ma non necessariamente brillanti e efficaci.

 

Gli stipendi fissati in base ai diplomi: una pista errata

In un periodo come quello che stiamo vivendo nel quale progressivamente tutti i sistemi scolastici elevano i diplomi richiesti agli insegnanti ) in pochi anni si è passati da una formazione degli insegnanti della scuola primaria a livello di insegnamento secondario di secondo grado a una formazione universitaria di tre, quattro o cinque anni) , le differenze tra un sistema scolastico all’altro possono essere molto forti quando si ricompensano i titoli e non la pratica o la bravura. Questo non è il caso né dell’Italia e della Francia dove gli stipendi per insegnanti sono decisi a livello nazionale, ancorché risulta difficile conoscere e integrare nelle indagini comparate le retribuzioni. Si sa infatti che le regioni o le province o i provveditorati versano sottobanco indennità e prestazioni in natura o pecuniarie di vario tipo agli insegnanti per trattenerli nelle loro scuole che non sono quasi mai dichiarate. Nell’indagine svolta da Chad Aldeman negli Stati Uniti le differenze salariali tra insegnanti che posseggono unicamente una licenza o insegnanti con il dottorato (in Italia si direbbe insegnanti con la laurea di primo livello o con la laurea di secondo livello) varia grosso modo dai $ 30.000 ai $ 50.000, con una differenza quindi di circa $ 20.000 per insegnante con 25 anni di esperienza. Si va insomma dal semplice al doppio con differenze che ammontano fino $ 50.000 l’anno.

Queste ricompense elevate che gratificano gli insegnanti con diplomi elevati come il dottorato di ricerca per esempio purtroppo non corrispondono a un rendimento migliore. Infatti, non esistono molte prove le quali dimostrino che l’apprendimento degli studenti è migliore quando l’insegnamento è impartito da docenti molto diplomati (il che non vuol dire molto qualificati). Queste differenze salariali sono assai pronunciate in fine di carriera, mentre all’inizio dell’insegnamento le disparità fra docenti con lauree di primo livello e docenti con lauree di secondo livello è in media negli Stati Uniti di soli $ 2880. Il divario però si allarga con il passare degli anni. Dopo 25 anni di insegnamento i livelli di stipendio tra le due categorie di insegnanti è quasi del triplo negli USA. Questo non è finora il caso in Italia, stando almeno alle statistiche ufficiali che sono più o meno attendibili, ma non abbiamo elementi per giudicarle. In Italia, le differenze tra stipendio iniziale e stipendio finale non sono così pronunciate come negli USA o in altri sistemi scolastici. Con il loro schema retributivo, i sistemi scolastici americani cercano da un lato di trattenere gli insegnanti della scuola , di non perdere insegnanti , di scongiurare la voglia di andarsene, di smettere perché la demoralizzazione cresce con il passare degli anni, oppure attuano dall’altro una politica di promozione della formazione in servizio o di formazione continua per gli insegnanti. Detto questo non si vuole affermare che studi prolungati non servono, che la professionalità può fare a meno di una preparazione universitaria prolungata. Ci sono sistemi scolastici come quello finlandese nei quali la formazione degli insegnanti è molto esigente, richiede cinque anni di università. Molti analisti, in questo caso, sostengono che i buoni risultati degli studenti finlandesi nelle indagini internazionali comparate come l’indagine PISA vanno attribuite a questa formazione, ma nessuno sa quale sia la proporzione nel corpo insegnante finlandese di insegnanti alle prime armi con una formazione prolungata conclusa con un diploma universitario elevato.
 
Sembra in ogni modo comprovato che i miglioramenti nel rendimento dell’insegnamento si verificano praticamente solo durante i primi due anni d’insegnamento (vedi tavola). Dopo 25 anni di insegnamento il miglioramento dell’efficacia dell’insegnamento rispetto a quella constata dopo due o tre anni di scuola è minimo e dopo 22 anni di insegnamento il livello di rendimento di un’insegnante è grosso modo simile a quello che si aveva dopo quattro anni di insegnamento. Orbene, se il senso comune e tutta la ricerca statistica indicano che un insegnante impara il 90% di quel che farà in seguito nei primissimi anni di scuola, ci si può chiedere se non sarebbe opportuno aumentare gli stipendi iniziali e pagare di più gli insegnanti giovani o per lo meno retribuirli nello stesso modo degli insegnanti anziani che ricevono un premio per la loro fedeltà e il loro attaccamento alla scuola.

Necessità di modificare lo schema di computo degli stipendi degli insegnanti

 
Un’altra importante lezione che si può trarre da questa indagine riguarda le regole che si applicano ai docenti di ruolo. Se dopo pochi anni di insegnamento si raggiunge l’apice delle prestazioni ha ancora un senso investire molte risorse per trattenere i docenti di ruolo, ossia i docenti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato, indipendentemente da quello che combinano o producono? Come comportarsi con i docenti di ruolo? Che tipi di contratto approntare con gli insegnanti?
 
Per il momento molti sistemi scolastici, tra i quali quello italiano, ricompensano soprattutto il possesso di titoli di studio. Queste politiche salariali sono a controsenso rispetto alle prove raccolte dalla ricerca scientifica secondo le quali le politiche salariali dovrebbero invece essere impostate in funzione dell’eccellenza dei risultati conseguiti nell’insegnamento. In altri termini, vale di più compensare l’anzianità oppure il buon insegnamento? La scelta dipende dalla funzione che si attribuisce alla scuola. Se la scuola ha la funzione di gestire la popolazione giovanile e quella di interiorizzare codici di comportamenti, valori collettivi come il merito, verità condivise nella collettività come il patriottismo, allora lo schema retributivo in auge si giustifica; se invece, magari ingenuamente, si ritiene che finalità della scuola sia quella di aiutare ogni studente, ogni allievo a sviluppare al meglio le proprie inclinazioni, a correggere le proprie carenze , a elevarsi nella società, a diventare colto e a apprendere quanto serve per condurre una vita decorosa in una società democratica ma ingiusta, allora questo schema salariale non è appropriato e occorrerà cambiarlo. Questo è uno dei problemi che si porranno nei prossimi anni alla politica scolastica se, e solo se l’impianto scolastico resterà quello che è ora.

[1] Basta svolgere una ricerca approfondita con la parola chiave "merit pay"

[2] La procedura in questione si chiama PLENT

[3] Montgomery e Prince George’s Counties nel Maryland, Fairfax e Prince William Counties in Virginia

[4] Center on Reinventing Public Education (CRPE)

Les documents de l'article

pdf_Teacher_Pay.pdf
pdf_wp_crpe_vamtenure_dec09_.pdf
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