Presentazione di due testi riguardanti l’evoluzione dell’apprendistato o formazione in alternanza scuola-lavoro oppure formazione duale, il primo italiano di Livio Pescia e il secondo americano della fondazione "Center for American Progress".

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Formare la manodopera di domani

Tutti dottori? Tutti diplomati? Proprio no, non ne vale la pena. Allora che fare? La risposta è evidente: ristrutturare la formazione professionale, fare in modo che si apprenda a lavorare (il che non vuol dire imparare un mestiere) ma non a scuola bensì in azienda, presso un artigiano, in bottega. La scuola non può fare tutto, non può simulare tutto. A partire da quando si inizia un apprendistato? Da quando non se ne può più a scuola (la scuola odierna) oppure da quando si sono apprese le conoscenze fondamentali (leggere, scrivere, far di conto) che tra l’altro si possono anche apprendere fuori dalla scuola, con ritmi diversi da quelli imposti dai curricoli scolastici. L’apprendistato, ossia la formazione duale o la formazione in alternanza, che si svolge in parte a scuola e in parte presso un datore di lavoro abilitato a formare apprendisti, è una forma comprovata , valida, di formazione.

La situazione in Italia

 

Partiamo da alcune semplici constatazioni: lo sfacelo italico nel settore della formazione secondaria superiore e soprattutto in quello della formazione professionale. Quello italiano è un sistema di formazione professionale rigido, schiacciato dal peso attribuito ai diplomi e da disuguaglianze sociali massicce. Il fallimento della formazione professionale è ineluttabile. I giovani lo sanno e non vanno più a scuola. I pedagogisti chiamano pudicamente questo fenomeno "la dispersione scolastica". Ma perché stare a scuola se non serve ?

 

Secondo i dati ISTAT 2011, in Italia:

  • la quota di giovani 18-24enni che ha abbandonato precocemente gli studi è pari al 19,2%, una delle percentuali peggiori in Europa;
  • la quota di giovani 15-29enni fuori dal circuito sia dell’istruzione sia del lavoro, ossia che non studia e non lavora, è il 21,2%, la proporzione più alta a livello europeo.

 

Contemporaneamente secondo uno studio di Confartigianato le aziende italiane nel 2010 hanno avuto difficoltà a reperire il 35,2% di manodopera specializzata, una carenza superiore del 6% rispetto al 2009. Mancano installatori di infissi, panettieri,sarti falegnami  e tantissimi altri.

 

 

Ogni anno, in Italia, 120 000 giovani smettono qualsiasi formazione, Questo dato non è nuovo, e questo numero è costante da circa venti anni. Questo vuol dire che non si è fatto nulla per ridurlo o che quanto è stato tentato non ha corretto la situazione. Imperturbabilmente il sistema scolastico italiano perde pezzi e ogni anno una valanga di giovani si trova senza nessuna formazione. Non solo senza diploma, ma senza nulla in mano.

 

 

TuttoscuolaNews no. 476 del 21 gennaio 2011 ne parla ampiamente prendendo lo spunto dal fatto che in Austria si è deciso di abrogare le bocciature e dunque le ripetenze. Vediamo cosa riportaTuttoscuolaNews.

 

Per prima cosa cita una dichiarazione del ministro del lavoro Maurizio Sacconi (foto) che parla di "disastro educativo". Ha ragione il ministro del lavoro a preoccuparsi e a denunciare questa situazione ma la responsabilità non è del suo ministero, bensì del ministero dell’istruzione. Sarebbe meglio se ad esprimersi in questo senso fosse il ministro dell’ istruzione, ma in Italia il Ministero dell’istruzione non si occupa di questo problema, come se non lo concernesse affatto, mentre ormai da vent’anni sul piano internazionale questa questione è considerata un problema educativo ed è affrontata, nel migliore dei casi, in tandem dai ministeri dell’istruzione e del lavoro.

 

I dati di TuttoscuolaNews

 

TuttoscuolaNews fornisce dati propri che sono i seguenti:

 

"Nel 2009-10 in seconda ci sono stati 71.957 studenti in meno di quelli che c’erano in prima nell’anno precedente (2008-09); in terza ci sono stati 25.440 studenti in meno di quelli di seconda dell’anno 2008-09; in quarta 48.387 meno di quelli di terza dell’anno prima e, infine, in quinta 45.614 meno di quanti ce n’erano in quarta l’anno precedente, per un totale di 191.398 “dispersi”.

La peculiarità italiana o l’anormalità italiana è evidente nel seguente commento di TuttoscuolaNews:

"Tutti gli anni precedenti è stato più o meno così, tra i 208 mila e i 173 mila “dispersi”, e non ripetenti che comunque sarebbero arrivati prima o poi in ritardo. Proprio dispersi, almeno per la scuola statale. Di quei 190 mila che mediamente ogni anno nell’ultimo decennio scompaiono ogni anno dal percorso dell’istruzione statale, una quota non si perde del tutto, perché 60-70 mila passano alla non statale o alla formazione professionale. Ma gli altri 120 mila (altro che i 46 mila di Sacconi!) sono usciti da qualsiasi percorso scolastico o formativo."

Dove sta la stranezza del caso italiano?

Il caso italiano è specioso perché non si ritiene che la formazione professionale regionale sia nell’alveo delle responsabilità statali opubbliche che dir si voglia. E’ qualcosa di speciale, di unico, di distinto, di secondario, e questo ostracismo arriva al punto che nella costruzione del campione nazionale di studenti quindicenni dell’indagine internazionale PISA gli studenti dei centri professionaoi sono considerati un’opzione (certe regioni li computano altre no) oppure non sono presi affatto in considerazione. 

Lasciamo perdere il settore non statale che in Italia è uno spaventapasseri perché la proporzione di giovani accolta in questo settore è minima, ma nondimeno nell’insieme si tratta di 60-70 mila giovani di cui si perde qualsiasi traccia al ministero dell’istruzione. In modo pilatesco ci si lava le mani. Né visti né conosciuti. Non ci riguardano. Ma da dove provengono questi giovani, ci si potrebbe chiedere. 

Invece non dovrebbe essere così, ma da decenni, per calcoli prettamente politici, si rimbalzano le responsabilità educative da una sponda all’altra. Beninteso, un quadro simile non pregiudica nessuna valutazione di merito. La qualità dell’offerta formativa è variegata, ma non ci sono neppure valutazioni serie della qualità dell’offerta, studi comparati dell’offerta di formazione tra un settore e l’altro, valutazione dei risultati, indagini longitudinale su quello che succede dopo avere concluso gli studi. Si dispone solo di dati grezzi sulle bocciature, le ripetenze, i tassi d’iscrizione e quelli di uscita. Un po’ poco per pilotare un sistema scolastico. In mancanza di dati si grida, questa è quanto capita di solito.

 Le conferme di Eurostat

TuttoscuolaNews convalida i propri dati con quelli di Eurostat, che è l’agenzia statistica dell’Unione europea, la quale, è bene saperlo, usa i dati che riceve dall’OCSE. Dunque cosa sostiene l’Eurostat a proposito dell’Italia? Ecco il commento (TuttoNews non dà la fonte):

"Prendiamo i dati Eurostat della Commissione europea, da cui emerge che nel 2008 il 19,7% dei nostri 18-24enni in possesso al massimo della licenza media si è disperso senza percorrere altri percorsi scolastici o formativi".

Questo vuol dire che circa un quinto di ogni fascia di età giovane, in Italia, entra nella vita attiva con soltanto la licenza della scuola media che è ormai statiscamente insufficiente per condurre un’esistenza decorosa in quanto adulti nelle sociedtà avanzate contemporaneeQuesto non significa che tutti devono laurearsi ma che tutti dovrebbero potere apprendere bene almeno un mestiere il che è quanto basta per potere apprendere più tardi altre professioni qualora ciò fosse necessario oppure nuovi modi per esercitare la professione appresa e già sappiamo che ciò succederà, perché l’evoluzione tecnologica è tale da costringere ad apprendere nel corso dell’esistenza modi diversi di lavorare, di esercitare una professione. Il mondo del lavoro non è statico, non è congelato come lo è stato per secoli fino alla rivoluzione industriale. La maggioranza della popolazione non condivide i principi delle comunità Amish (foto) degli Stati Uniti che rifiutano le nuove tecnologie e vivono come si viveva quattro o cinque secoli fa, con la Bibbia in mano.

 

 

 

 

La conclusione di TuttoscuolaNews è inappellabile: "È davvero un disastro educativo, un’emergenza da allarme rosso, per il quale occorrerebbero presto riforme di strutture adeguate. Ma il nostro Paese sembra in ben altre questioni affaccendato."

 

Eppure qualcosa si potrebbe fare.

 

La soluzione ci sarebbe e per di più comprovata; l’apprendistato, o insegnamento duale o insegnamento in alternanza scuola-lavoro. Non è il rimedio perfetto ma il modello è talmente diffuso e studiato da non permettere più nessun dubbio in merito: con l’apprendistato si formano moltissimi giovani che oggigiorno scappano dalla scuola appena possono e si riduce la disoccupazione giovanile, anche per il semplice fatto che con un apprendistato ben strutturato , seguito, inquadrato, si impara a svolgere bene una professione.

L’alternanza

Ci sono molteplici modelli di formazione in alternanza o di apprendistato. Se ne possono inventare altri, ma una cosa è certa: grazie alla formazione in alternanza molti giovani ricuperano il piacere di studiare, d’imparare e riescono a farsi una bella posizione nella vita invece di essere allo sbando e di annaspare per trovare una sistemazione decente. Anzi, ci sono esempi eloquenti di giovani che dopo un apprendistato in azienda e in scuola riescono carriere professionali o scientifiche di prestigio.

Va subito precisato che l’apprendistato non è la corte dei miracoli, non è la soluzione che risolve tutti i casi umani, ma ne risolve una parte, talora una buona parte. C’è sempre purtroppo una proporzione di situazioni disperate, difficili, che non si possono risolvere soltanto con una formazione in alternanza, ma questa è la via maestra per affrontarli.

Il caso più noto di modello d’apprendistato è quello tedesco, ma il modello è diffuso non solo in Germania ma anche in Svizzera, Austria, Danimarca, Francia (in parte), con sfumature diverse. Siccome il modello tedesco o renano come è anche stato denominato, è troppo noto (ancorché si facciano molte confusioni in proposito) non lo si descriverà in questo articolo.

Qui vorremmo segnalare due documenti recenti che parlano dell’apprendistato. Dapprima un articolo di Livio Pescia (Evoluzione e Riforma dell’apprendistato in Italia ) pubblicato nel sito dell’ADI e poi uno americano (Training Tomorrow’s Workforce) del "Center for American Progress" (allegato a questo articolo nella versione originale inglese).

 

Evoluzione e riforma dell’apprendistato in Italia (Livio Pescia),

Rapporto presentato al seminario internazionale sull’apprendistato organizzato a Torino dall’agenzia dell’Unione Europea per l’istruzione e la formazione professionale nei paesi che circondano l’UE , il 5 novembre 2010

Secondo Livio Pescia in Italia si ritiene normale a proprosito dell’apprendistato dei minori

  • che l’apprendistato non faccia parte del sistema educativo;
  • che il Ministero della Pubblica Istruzione non si sia mai occupato di questo settore

Orbene, è utile ricordare che la regola in Germania, in Svizzera e in Austria, dopo la scuola media, è l’iscrizione a un apprendistao. In questi paesi pressapoco il 50% di una fascia d’età è in apprendistato , ovverosia segue una formazione duale, parte in azienda e parte a scuola (ma una minima parte a scuola).

Caratteristiche proincipali dell’apprendistato "alla tedesca"

I tratti distintivi della formazione duale per i minori sono molteplici ma i più rilevanti sono i seguenti due:

  1. La figura del maestro d’apprendistato che ha un ruolo educativo fondamentale nella formazione professionale e umana dell’apprendista il quale diventa adulto sotto la sua guida. L’importanza di questo ruolo è quasi del tutto ignorata in Italia. Nel modulo di formazione duale la posizione del tutore o maestro d’apprendistato è più rilevante di quella degli insegnanti a scuola.
  2. La libertà dell’apprendista di rompere il contratto d’apprendistato, di cambiare azienda e professione per tutta la gamma di motivi che possono concorrere a una simile decisione. In determinati moduli di formazione duale la percentuale di rotture di contratto (per esempio in certi sistemi elvetici) è particolarmente elevata, soprattutto nei primi anni di formazione. Ci vuole una normativa minima per regolare questa situazione, per evitare eccessi. Occore nel contempo rispettare la libertà degli apprendisti e frenare bizze e capricci.

L’apprendistato per i minori

Questo è il modulo che conta di più per dare una ragione di vita ai giovani che non sopportano più la sequenza di conferenze impartite da professori dei licei e degli istituti tecnici e professionali, la mancanza di laboratori, l’imposizione di una sola modalità d’apprendimento imperniata sul ragionamento ipotetico-deduttivo, sulla priorità riservata alle competenze verbali e sulla svalutazione delle attività manuali. L’insegnamento teorico tipico delle lezioni frontali è il solo modo d’apprendere.

Gli Italiani non hanno petrolio ma hanno idee

Livio Pescia descrive il solito pasticcio italiano, dove in mancanza di una formazione duale strutturata, controllata, valutata, svolta su vasta scala, si ipotizzano e si tratteggiano formule ibride, nuove di apprendistato, diverse da quelle classiche. A questo punto, parafrasando l’espressione francese, si può dire che in mancanza di petrolio, in Italia si hanno almeno molte idee.

Quali sono le soluzioni in vista in Italia?

 

Ovviamente non l’apprendistato per i minori e non quello in alternanza scuola-lavoro, ma l’apprendistato sequenziale:

 

"Mentre l’apprendistato classico è alternativo al canale scolastico full time (esempio: Francia), in Italia vi è anche la tendenza a organizzare l’apprendistato come canale complementare alla scuola. Abbiamo così l’apprendistato modello post: post qualifica, post diploma, post laurea."

 Pescia ne distingue di due tipi:

  •  Il contratto di apprendistato professionalizzante per il conseguimento di una qualificazione attraverso la formazione sul lavoro e l’apprendimento tecnico-professionale (18-29 anni) (quindi niente scuola ma tutto in azienda) soluzione che Pescia qualifica di buffa, perché lascia intendere che esiste l’apprendistato non professionalizzante. Sembra che questo modulo abbia il vento in poppa perché permette alle aziende di incassare soldi;
  • Il contratto di apprendistato per l’acquisizione di un diploma o percorsi di alta formazione (18-29 anni) che dev’essere una versione annacquata degli IFTS.

 Non è ovviamente in questo modo che si aiutano i giovani che necessitano di altre strategie di apprendimento, impostate sulla manualità, oppure che devono essere protetti contro i rischi di sfruttamento da parte di datori di lavoro poco onesti.

Un modello di apprendistato si costruisce dal basso. Dapprima occorrono le fondamenta. Non si edifica una palazzo sulla sabbia o un ponte autostradale sull’argilla!

 

Il caso USA

Anche negli USA la formazione professionale non gode di una situazione brillante proprio perché è zoppicante: è tardiva, post universitaria oppure universitaria. Milioni di giovani sono lasciati sul lastrico nel corso dell’istruzione secondaria perché non riescono a completare la scolarizzazione nell’insegnamento secondario di secondo grado. Da quando esistono gli indicatori internazionali comparati dell’istruzione prodotti dall’OCSE, ossia dal 1992, la proporzione di giovani americani che non consegue nessun titolo, nessun diploma dell’insegnamento secondario, ossia che non conclude la formazione secondaria di secondo grado, ha continuato a crescere. Molti sistemi scolastici europei e asiatici riescono a portare alla fine di una formazione secondaria superiore, ossia fino a 18-19 anni, proporzioni di giovani più elevate [1]

 

Questa situazione ha indotto la fondazione "Center for American Progress" a finanziare uno studio sull’apprendistato negli USA che è firmato da Robert I. Lerman, docuemnto allegato a quest’articolo [2]

 

Ci sono negli USA 15 milioni di lavoratori disoccupati e 9 milioni di lavoratori a tempo parziale. Il documento parte da questa constatazione e non dalla situazione dei giovani e afferma di petto che è giunta l’ora di elevare la qualità della manodopera in America. Il punto di partenza non è dunque educativo ma economico. In ballo è la competizione economica del paese, la produttività. Il ragionamento è molto utilitaristico anche se considerazioni educative ben fatte non escludono affatto aspetti utilitaristici!

L’appendistato per minori resta ignorato

Il documento ignora l’apprendistato per i minori e quello in alternanza, ossia la formazione duale per gli studenti con un’età inferiore ai vent’anni e si concentra sui programmi d’apprendistato in azienda per studenti universitari o postuniversitari ed invita a prendere sul serio queste due modalità di formazione. Lo studio della Fondazione perora presso le aziende l’importanza della formazione professionale degli studenti. In altri termini il documento propone di sviluppare e ampliare il modello (b) e (c) italiano presentato nel documento di Pescia. La lettura americana è ingenua: il pregio dell’apprendistato consisterebbe nel fatto che permette di combaciare la domanda e l’offerta di competenze . Siccome i giovani sono formati in azienda non ci dovrebbero più essere sfasature tra quel che richiede il mercato e le competenze dalle nuove generazioni che entrano nel mercato del lavoro. Quindi la disoccupazione dovrebbe calare e la produttività migliora. Si coglie un picione con due fave.

 

Nei programmi americani d’apprendistato sono registrati 470 000 apprendisti secondo il servizio di statistica del Ministero del Lavoro. Un’inezia. Si suppone che negli USA ce ne siano almeno 500 000 che frequentano programmi d’apprendistato non registrati. Il 56% degli apprendisti USA seguono corsi nel settore dell’edilizia e del commercio.

 Una pista sbagliata per combattere la dispersione scolastica

Non è con programmi di questo genere in ogni modo che negli USA si perverrà a migliorare la proporzione di studenti che concludono con successo l’insegnamento secondario superiore e a frenare l’emorragia di giovani dalla scuola secondaria, in particolare di studenti che provengono dalle minoranze etniche come gli afro-americani o i latinos. E’ a monte che risiede il problema e ci si può chiedere se negli Stati Uniti si riuscirà a fare marcia in dietro (come del resto in Italia) per indirizzare verso la formazione duale o in alternanza una proprozione consistente di giovani, soprattutto di quelli che oggi si perdono per strada e scompaiono totalmente dalle statistiche, a proposito dei quali non si sa cosa fanno e dove si trovano.

 

Ripetiamo: la formazion duale o in alternanza scuola-lavoro implica che si passi una parte del tempo a scuola per completare l’istruzione generale e seguire i corsi di formazione teorica nella professione che si è intrapresa e una parte del tempo nei luoghi di lavoro, in un’azienda, dopo avere sottoscritto un contratto di lavoro in debita forma e un contratto di apprendistato, dove si apprende un mestiere seguiti passo a passo da un operaio specializzato, che ha funzione di tutore, di maestro, e che è stato formato per questo scopo, che riceve in compenso un incentivo salariale ma che accetta anche di essere valutato sia dal suo o dai suoi apprendisti che da ispettori esterni all’azienda. Va da sé che gli apprendisti ricevono un salario perché lavorano, producono imparando, ma non sono obbligati alla fine dell’apprendistato, dopo avere superato l’esame di abilitazione professionale [3] a restare nell’azienda che li ha formati.

 

Le raccomandazioni sull’apprendistato della fondazione USA

Il documento USA si conclude con dieci raccomandazioni per migliorare la collaborazione tra aziende e università statali (i "college" pubblici, nella terminologia americana) che qui non riprendiamo ma che meritano di essere esaminati qualora in Italia prevalesse l’idea di sviluppare quello che Pescia chiama il modello B, anzi una versione di apprendistato combinato con la formazione universitaria, per esempio con l’acquisizione della laurea di primo livello. Pur con tutte le differenze che distinguono università americane e università italiane, le raccomandazioni del documento danno un’idea di quanto complessa sia anche questa soluzione e dei punti ai quali prestare attenzione. Non basta dunque decretarla per realizzarla.

E’ probabile che anche in Italia, alla luce dell’evoluzione del sistema scolastico italiano, della sua inerzia, delle forze che lo paralizzano e della potenza delle università , l’apprendistato per minori non decollerà mai mentre invece l’apprendistato postuniversitario o combinato con la formazione universitaria potrebbe essere l’opzione che s’imporrà.

[1] L’istruzione secondaria superiore non è obbligatoria da nessuna parte ma nessun sistema scolastico riesce nell’"exploit" di realizzare la massificazione dell’istruzione secondaria superiore, ossia di formare fino a 18-19 anni il 100% di una fascia d’età.

[2] "Training Tomorrow’s Workforce Community College and Apprenticeship as Collaborative Routes to Rewarding Careers"

[3] In Svizzera e in Germania, alla fine dell’apprendistato di certe professioni i tassi di bocciatura all’esame finale, dopo 4 anni, possono anche essere del 40-50%, il che è un vero e proprio scandalo, uno smacco completo per la formazione duale. Ci possono essere insufficienze sia nella parte professionale vera e propria, sia nella parte teorica, sia in quella di cultura generale

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