Ci sono professioni redditizie e indispensabili per una società che non richiedono affatto una formazione universitaria. Una buona formazione professionale basta. Dati USA.

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Un mito da sfatare:tutti all’università

Per riuscire nella vita e guadagnare bene non è indispensabile avere una laurea. Di cosa c’è bisogno per riuscire in una società? Quale è la chiave del successo? La laurea? Esperti americani contestano la pertinenza di questa ipotesi.

L’afflusso verso gli studi universitari

 

Gli esperti di politiche scolastiche, le organizzazioni internazionali come l’OCSE, i macro economisti che si occupano di scuola, da decenni concordano sul fatto che la proporzione di una fascia d’età che si laurea è un fattore determinante della crescita economica . Tutti spingono dunque per aumentare la proporzione dei giovani che si laureano. Questo è uno degli indicatori con i quali si compar la qualità delle politiche scolastiche, ovverosia le politiche che riescono a portare all’università una proporzione rilevante e crescente di una fascia di età e a far sì che la percentuale di studenti che conclude con successo gli studi universitari con una laurea oppure con un dottorato sia sempre più alta. Questa è la via della massificazione degli studi superiori. Poco importa poi se questi laureati fanno fatica a trovare un posto di lavoro. In taluni paesi è più facile che trovi un posto di lavoro un diplomato dell’istruzione e formazione professionale che non un laureato. Questa situazione, non è la regola, ma è ormai assai comune e dovrebbe indurre a riflettere sugli indirizzi espansionisti delle politiche scolastiche.

Il buon senso popolare: gli studi universitari sono una sinecura

Il buonsenso popolare la pensa diversamente e ritiene che una laurea in generale sia garanzia di un lavoro migliore e di guadagni maggiori nella vita. Un diploma universitario è considerato come un fattore che assicura una vita più felice. Ci si deve però chiedere se l’iscrizione a un’università e la frequenza a corsi universitari siano la sola via per ottenere questi obiettivi, per essere più felici nella vita, per stare meglio, e "dulcis in fundo" per garantire la crescita economica di un paese.
 

A cosa servono gli studi universitari?

DAVID LEONHARDT  [1]in un articolo pubblicato sul "New York Times" Il 17 maggio scorso intitolato "Il valore degli studi universitari" contesta l’opinione di coloro che ritengono che gli studi universitari sarebbero sopravalutati. Per esempio, è vero che oggigiorno occorrono molti più nano-chirurghi che non 10 o 15 anni fa ma il loro numero resta relativamente esiguo comparato al fabbisogno di infermiere e infermieri. Per funzionare il sistema della sanità necessita di migliaia di personale infermieristico nel prossimo decennio e non di migliaia di nano-chirurghi. Orbene, non è necessario andare all’università per diventare infermieri o infermiere. Questa formazione la si può impartire anche al di fuori dell’università. Un ragionamento analogo si può applicare per molte altre professioni.

Questo argomento certamente pertinente mette in evidenza un punto debole alla formazione universitaria, ovverosia l’alto tasso di mortalità universitaria esistente in molti sistemi scolastici. Molte università falliscono la missione di laureare i loro studenti [2]. Il risultato di questo disastro sono costi elevati per l’ente pubblico nonché delusioni per molti studenti che passano anni all’università senza ottenere nessun titolo. Quale lezione si deve trarre si chiede il New York Times da questa situazione? Dobbiamo persuadere molti studenti che non vale la pena andare all’università oppure dobbiamo mettere in atto i provvedimenti necessari che permettano di elevare la percentuale di laureati e dei dottorati, generalizzando la frequenza dell’università e tentando di ottenere a livello universitario quanto il sistema scolastico non riesce ad ottenere prima, ossia la riuscita di tutti gli iscritti?

La laurea è garanzia di guadagni migliori

Per rispondere a queste domande il giornalista del New York Times ricorre a dati molto semplice e molto eloquenti: quelli riguardanti gli stipendi di un laureato rispetto a qualsiasi altro diplomato. Immaginiamo per un minuto che il divario tra la paga di un laureato e quella di qualsiasi altro sia andato calando negli anni recenti. In questo caso coloro che contestano l’opportunità dell’espansione degli studi universitari avrebbero ragione e potrebbero dimostrare, prove alla mano, che la laurea e il dottorato hanno perso di valore. Purtroppo però coloro che contestano la pertinenza di un’espansione degli studi universitari raramente tirano in ballo questo argomento perché altrimenti si troverebbero in difficoltà. È infatti appurato che la laurea o il dottorato garantiscono salari elevati e quindi una vita in linea di massima migliore, come dimostra la tavola seguente che riguarda l’evoluzione del guadagno medio settimanale di un laureato americano dal 1979 in poi.

 

Evoluzione del guadagno settimanale dei vari diplomati negli USA dal 1979


Fonte: articolo di DAVID LEONHARDT

Come si può vedere molto bene dalla tavola, fa osservare Leonhardt, la paga reale dei laureati (in modo grossolano si considera in questo articolo il lessico "guadagno" analogo a quello di "paga") nel corso di questi ultimi 25 anni è aumentata mentre la paga reale di tutti gli altri gruppi di diplomati è diminuita. Il New York Times pubblica anche un’altra tavola che rende questo confronto ancora molto più eloquente (vedi tavola seguente).

Guadagni settimanali in percentuale dei guadagni settimanali dei laureati.

Fonte:articolo di DAVID LEONHARDT

Nei confronti di qualsiasi altro gruppo, negli Stati Uniti, i laureati non hanno mai guadagnato così bene come ora sottolinea Leonahardt. In termini assoluti, ovviamente, anche loro sono stati penalizzati dalla profonda recessione iniziata alla fine del 2007. Però i laureati hanno sofferto molto meno, in media, di tutti gli altri lavoratori con un livello di istruzione inferiore. Inoltre, hanno corso minori rischi di perdere posti di lavoro e il loro livello di rimunerazione è resistito molto meglio di quello degli altri. Si veda la tavola seguente pubblicata dall’Ufficio federale americano di statistiche del lavoro [3].

L’istruzione rende



In modo del tutto teorico, si può supporre che queste tendenze non abbiano nulla a che fare con i livelli d’istruzione che gli studenti universitari ricevono, afferma Leonhardt. Forse, il guadagno dei laureati ha poco o nulla che fare con l’università e rispetto a quanto gli studenti sapevano conosceva prima di frequentarla, ma l’economia è cambiata e favorisce attualmente le persone che hanno frequentato l’università e che hanno conseguito una laurea.

 

Il beneficio degli studi universitari

Il beneficio che gli studi universitari generano è un problema difficile da risolvere e che va studiato attentamente. In ogni modo, non ci possono essere dubbi in proposito. Gli studi universitari procurano un vantaggio innegabile dal punto di vista salariale e dell’occupazione. Per dirla in altro modo, se voi foste uno studente di 19 anni che deve decidere se andare o meno all’università, sareste disposti a scommettere il vostro futuro sull’idea che le tavole qui presentate, riguardanti gli Stati Uniti, ma che in effetti possono essere applicate anche ad altri paesi, siano una pura coincidenza? Questa la domanda che pone l’autore dell’articolo del New York Times.

Studi universitari o superiori non sono sempre necessari

Secondo l’Ufficio federale americano di statistiche del lavoro che è un poco l’equivalente dell’ISFOL italiano, soltanto sette delle 30 categorie professionali che crescono molto rapidamente esigeranno nel prossimo decennio il possesso di una laurea; tra le 10 categorie in testa solamente due pongono questa condizione. In molte professioni gli studenti farebbero meglio a investire il loro tempo e i loro soldi iscrivendosi a corsi professionali piuttosto che andare all’università. Quest’argomento è difeso da pochi economisti i quali denunciano le pressioni politiche per avere molti più studenti all’università. Questa è una soluzione tra molte altre che meriterebbero di essere studiate in maniera più accurata. Ci sono risposte molteplici che meritano di essere prese in considerazione dal punto di vista della crescita economica. In altri termini ci vuole coraggio oggigiorno per sostenere che l’università non è per tutti, come lo dimostrano per esempio le statistiche sull’esito degli studi universitari. La mortalità universitaria in Italia per esempio è del 50%. Negli Stati Uniti soltanto il 30% della popolazione ha un diploma universitario. Si può pertanto chiedere se questo sia il problema scolastico più pressante è più urgente.


Negli Stati Uniti , ma anche in Francia, in Germania, in Inghilterra, per non citare che alcuni paesi, un numero crescente di studenti si orientano dopo la maturità o dopo il diploma verso una formazione tecnica superiore a livello universitario e non si indirizzano più verso studi universitari tradizionali che sono molto costosi e molto più lunghi. L’idea secondo la quale cinque anni di università per conseguire un master siano essenziali per riuscire nella vita è contestata da un numero crescente di economisti, di politologi, di universitari e di responsabili politici. Sempre più si leggono articoli nei quali si afferma che altre opzioni meritano di essere prese in considerazione come per esempio quelle offerte dalle scuole universitarie professionali, questione alla quale, in Italia, la fondazione TRELLLE ha dedicato un seminario internazionale e un quaderno [4].


La transizione dalla formazione alla vita attiva

La transizione dalla formazione alla vita attiva è cambiata in questi ultimi decenni anche per i laureati i quali ovunque incontrano difficoltà crescenti per trovare un posto di lavoro che corrisponda alla loro formazione, ai sacrifici effettuati per laurearsi dopo anni di studio esigenti. Il numero dei laureati e dei dottorati che sono disoccupati resta elevato nonostante le considerazioni riguardanti i benefici che la laurea o il dottorato possono procurare nel corso dell’attività professionale. Un numero crescente di laureati e diplomati è costretto a svolgere professioni che nulla hanno a che fare con una formazione e i diplomi conseguiti come per esempio barista, conducente di torpedoni, camionisti, impiegati d’ufficio con contratti di durata determinata, camerieri, pizzaioli, eccetera. Questi studenti si consolano pensando che questa sia una tappa inevitabile, un trampolino, sulla via del successo. Nel frattempo, questi laureati preparano e spediscono decine di curriculum vitae sperando di ricevere una risposta positiva. Purtroppo, per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, ossia dopo sessant’anni circa, nessuna generazione ha conosciuto difficoltà analoghe per trovare un posto di lavoro. Gli studi universitari non rappresentano più una promozione né funzionano come un ascensore sociale perché le prospettive di carriera sulle quali sfociano sono pessime.

Secondo l’articolo pubblicato dal Wall Street Journal il 15 maggio scorso a cura di By JOE QUEENAN i laureati di oggi sono confrontati a tre ostacoli formidabili.

Il primo è rappresentato dalla recessione economica. Il numero dei posti di lavoro è drammaticamente diminuito . Non ci sono più posti di lavoro e quelli che esistono non corrispondono al tipo di formazione al quale l’Università o gli istituti universitari professionali preparano e neppure a quanto hanno in mente i laureati che hanno speso anni ed anni di studio per diplomarsi.

In secondo luogo, i figli della classe media non sono stati mai educati emozionalmente alla transizione dalla formazione alla vita attiva e ad entrare nel mondo del lavoro con tutte le sue leggi e la sua durezza.

In terzo luogo, laddove gli studi universitari sono a pagamento, i debiti che il giovane ha dovuto assumere per completare gli universitari peseranno per decenni sulle loro spalle. Indubbiamente la situazione diventa drammatica. Non ci si deve neppure illudere: anche un’economia molto flessibile come quella americana dove è relativamente facile che non è in Italia costruire un’azienda o un’impresa, ricevere fondi e aiuti da una banca o da una fondazione, essere riconosciuti per l’originalità delle idee e delle proposte, queste competenze non sono affatto diffuse, non appartengono a tutti. In ogni modo questa una soluzione è del tutto particolare. Il problema immediato è soprattutto psicologico: la sconvolgente scoperta che il lavoro disponibile all’inizio del 21º secolo sarà piuttosto un inferno che non un paradiso. I giovani laureati avranno a che fare sul posto di lavoro con capi meno competenti e meno preparati di lavoro, che non esiteranno a umiliarli, che non prenderanno affatto in considerazione le loro qualità o i loro interessi. Occorrerà ingoiare molti rospi, accettare le umiliazioni.

 

 

 

[1] Economista presso il New York Times

[2] Si vedano i dati USA cliccando qui

[3] Bureau of Labour Statistics

[4] Quaderno 8

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