I dati della ricerca sui giovani appena diplomati condotta da AlmaLaurea

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Un sistema in "panne"

Selezione precoce a 14 anni; Disorientamento scolastico e professionale; Stigmatizzazione dell’insuccesso scolastico; Svalutazione dei diplomi: questo è il quadro di una formazione che non conta per la vita, di un sistema scolastico non credibile, ingiusto, che emerge dai dati raccolti da AlmaLaurea presso 6800 studenti diplomati nel 2007 dall’insegnamento secondario superiore.

L’indagine minuziosa di AlmaLaurea comprova in modo dettagliato e quindi impietoso quanto rivelato negli anni scorsi dagli indicatori internazionali dell’istruzione:

la transizione scolastica , all’interno del sistema scuola , e poi dalla scuola al lavoro, in Italia non funziona ed è anomala. Stando così le cose in Italia non conviene studiare. Basta cercare un lavoro qualsiasi, anche mal pagato ma sicuro. In questo modo il paese si inoltra sempre più nella via della recessione. Le conseguenze di questo stato di cose saranno apparenti tra un decennio, ma già sin d’ ora si possono anticipare prospettive poco rosee per la crescita economica e per l’equità, di per sé già malmessa, della società italiana.

Quali sono per sommi capi le caratteristiche di questo sistema?

- Una selezione precoce a 14 anni che costringe a scegliere tra indirizzi formativi diversi ad un’età poco confacente. Tutti i tentativi per prolungare la scuola media unificata sono fin qui falliti, come quello operato dieci anni fa , nel 1997, dal ministro della pubblica istruzione Luigi Berlinguer. Dal momento della sua creazione, nel 1965 la scula media unica non è cambiata. E’ cambiato solo il nome, diventando scuola secondaria di primo grado nella riforma Moratti nel 2003;

- la degradazione continua della scuola media unificata che è priva di un apparato d’orientamento scolastico e professionale operante, efficace, in grado di aiutare gli studenti ad elaborare progetti di vita credibili e motivanti;

- la rigidità del sistema composto in pratica di due canali tra loro non comunicanti: da un lato il sistema dei licei e degli istituti tecnici che rilasciano diplomi abilitanti all’accesso all’università; dall’altro l’indirizzo professionalizzante (istituti professionali e scuole professionali) che rilasciano qualifiche poco spendibili sul mercato del lavoro;

- la perdita di credibilità del sistema scolastico che non apre prospettive professionali valide;

- la rassegnazione sofferta che induce ad accettare un lavoro qualsiasi, poco qualificante o poco qualificato indipendentemente dalla formazione seguita;

- la rinuncia a collegare livello d’istruzione alle occupazioni;

- la stigmatizzazione degli indirizzi professionalizzanti che sono la sede verso la quale sono orientati " gli studenti deboli", coloro che non riescono, quelli che sono demotivati, coloro che non sanno cosa fare, quelli che non vogliono fare nulla. Questi studenti sono posteggiati in istituti di varia qualità, trattati come un magma eterogeneo di persone rassegnate ad un destino poco roseo;

- l’assenza di alternative una volta imbroccata un via di formazione (quindi ancora rigidità del sistema);

- la mancanza di sbocchi allettanti e motivanti per chi si avvia verso gli indirizzi professionalizzanti;

- la dispersione elevata nel corso del periodo che va dai 15 ai 19 anni;

- un sistema scolastico mediocre, che non tira verso l’alto e che si accontenta di prestazioni minime (si veda per esempio la proporzione di promozioni con debiti o carenze gravi di istruzione).

Questo quadro piuttosto desolante è stato descritto più volte nelle ricerche di Daniele Checchi. Questi dati si ritrovano per esempio nell’analisi da lui recentemente pubblicata dei risultati dell’indagine internazionale PISA 2003.

Un elemento di soddisfazione potrebbe essere il grado di compiacimento degli studenti per la qualità dei loro insegnanti rivelata dall’indagine di AlmaLaurea. Il voto dato dagli studenti agli insegnanti è apprezzabile, ma occorre essere cauti in questo campo perché è relativamente facile ottenere il consenso degli studenti soprattutto se si fanno concessioni importanti sul piano delle esigenze, delle aspettative, della valutazione. E’ possibile che nella scuola italiana ci sia in generale una buona relazione tra insegnanti e studenti. Sarebbe una buona cosa e ciò sarebbe altamente auspicabile. Forse i docenti italiani sono molto motivati, si dedicano totalmente ai loro studenti, li ascoltano, li accompagnano, li sostengono e li motivano. Prima di trarre una conclusione simile che però non sembra risultare dai dati dell’indagine PISA la quale tuttavia riguarda una popolazione diversa di quella dei diplomati 2007 interrogati da AlmaLaurea, occorre disporre di dati precisi che forse si trovano nella banca dati e che per il momento non abbiamo potuto consultare.

Riportiamo qui di seguito l’articolo di Tullia Fabbiani pubblicato sul quotidiano "La Repubblica" del 6 dicembre 2007, nel quale si anticipano i risultati di un’indagine svolta sui diplomati del 2007 dell’insegnamento secondario superiore.

Appena fuori dalla scuola mille paure e un solo obiettivo: il lavoro stabile

di TULLIA FABIANI, La Repubblica, 6 dicembre 2007

Liceo o istituto tecnico? E poi: università? A quattordici anni la scelta, a diciannove il ripensamento col senno del poi e un diploma da mettere a frutto, comunque. La maturità dimostra anche questo: che ci si può accorgere di aver preso una strada sbagliata e che un buon orientamento nella scelta della scuola superiore e in quella della facoltà universitaria può fare la differenza. Si tirano un po’ le somme. E si preparano nuovi investimenti. Così se da una parte la maggior parte dei diplomati italiani promuove il lavoro degli insegnanti e il percorso di apprendimento svolto, dall’altra lamenta la poca attenzione ricevuta al passaggio dalla scuola media e superiore e guarda con timore al futuro: l’università e soprattutto il lavoro, poco importa se legato agli studi fatti, importante è che sia stabile. Un posto fisso.

A raccogliere le impressioni e le speranze dei ragazzi italiani freschi di maturità è un lavoro del consorzio interuniversitario Almalaurea e dell’associazione Almadiploma: 55 gli istituti scolastici interessati in tutta Italia e 6.786 i diplomati, tutti nel 2007. "Il nostro progetto, cui aderiscono 122 scuole superiori, - come spiega Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea - è diffondere nelle scuole la cultura della valutazione, per aiutare i ragazzi nella scelta del percorso dopo l’esame di Stato e per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con una banca dati online. C’è una legge del governo infatti che prevede, entro gennaio 2008, specifici percorsi di orientamento scolastico e noi crediamo di poter affrontare questa esigenza e dare delle risposte efficaci al riguardo". Una risposta, ad esempio, arriva già dal profilo particolareggiato dei diplomati, che sarà presentato martedì 11 dicembre a Milano, durante il convegno "Quale futuro per i diplomati? Strumenti per il governo della scuola e per l’orientamento in uscita dei diplomati". Repubblica.it lo presenta in anteprima.

Il giudizio sulla scuola.

Insegnanti promossi: i ragazzi si dimostrano soddisfatti della propria esperienza scolastica (80 diplomati su 100). E i giudizi sui prof sono molto favorevoli: il 78 per cento dei diplomati è soddisfatto della loro competenza, il 70 per cento della chiarezza espositiva, il 72 della disponibilità al dialogo e il 61 della loro capacità di valutazione. E questo si riflette probabilmente sui voti: il voto medio di diploma è 75,7/100. Chi ottiene i risultati migliori (da 81 a 100 su 100) rappresenta il 31,7 per cento dei ragazzi. Il voto medio nei licei è di 79 (su cento), 74,9 negli indirizzi tecnici e 72,8 nei professionali. Mentre le studentesse, in tutte e tre le tipologie di indirizzi, tendono ad avere migliori risultati in termini di voto e di regolarità negli studi. Meno compiacimenti invece per i ragazzi sul piano strutturale: criticano i laboratori (60 per cento), l’adeguatezza delle aule (53 per cento) e l’organizzazione scolastica (48 per cento).

Il problema della scelta.

Nonostante la soddisfazione per l’esperienza scolastica, diverse sono le perplessità sulla decisione presa a quattordici anni. Al momento dell’esame di Stato, 51 diplomati su cento confermano la propria scelta, mentre il 48 per cento degli studenti dice che se tornasse indietro cambierebbe la scelta della scuola. E l’uno per cento non si esprime. Inoltre, tra i "pentiti" 10 su cento ripeterebbero il corso, ma in un’altro istituto, altrettanti sceglierebbero un diverso corso o indirizzo della propria scuola e il 28 per cento sceglierebbe sia un’altra scuola che un altro indirizzo di studi. "Un dato preoccupante - nota Cammelli - che conferma un fenomeno già riscontrato e che chiama in causa l’azione di orientamento da parte del sistema di istruzione. La scelta è fatta soprattutto dalle famiglie e dagli insegnanti. Non c’è un intervento diretto dei ragazzi. Certo - aggiunge - c’è anche un problema di contesto culturale e di messaggi che arrivano loro. Occorre tenere presente, inoltre, che probabilmente i diplomati hanno preso in considerazione non tanto il vissuto a scuola ma le prospettive formative e professionali future".

Il futuro: studio o lavoro?

Sulle prospettive i neodiplomati si dividono in tre categorie: gli studenti che vogliono iscriversi all’università, il 60 per cento; coloro che non proseguono gli studi e cercano lavoro (32 per cento) e i diplomati a caccia di corsi di specializzazione al di fuori dell’università (6 per cento). Naturalmente nella maggior parte dei casi le scelte sono influenzate dal corso di studi: il 93 per cento dei diplomati liceali, nel 2006, ha intenzione di iscriversi a un corso di laurea. Negli indirizzi tecnici, invece, l’iscrizione all’università è decisa dal 52 per cento dei ragazzi. Altro scenario quello degli indirizzi professionali, dove i diplomati che andranno all’università sono il 30 per cento. Gli altri pronti per il mercato del lavoro. "Quanto incidono, su questi risultati, le strategie personali di vita, la propensione allo studio?"si chiedono i ricercatori. "Sicuramente i laureati hanno più chance dal punto di vista occupazionale e questa evidenza viene filtrata anche dalla percezione che il diplomato ha del futuro proprio lavorativo in Italia e in Europa - spiegano da Almadiploma - I diplomati che intendono iscriversi all’università hanno, nell’ordine, tre obiettivi: completare la formazione per svolgere la professione a cui sono interessati; poter trovare in futuro un lavoro ben retribuito. Approfondire i propri interessi culturali".

Il lavoro: marketing e posto fisso.

E se il mercato del lavoro tende a chiedere flessibilità, e i giovani vengono sollecitati a diventare "imprenditori di se stessi", i diplomati sembrano non gradire granché l’invito e la tendenza. I ragazzi cercano stabilità del lavoro, acquisizione di professionalità e indicano il contratto a tempo indeterminato come modello di riferimento, più di qualsiasi altra tipologia contrattuale. Con la speranza di lavorare magari per un’area aziendale di marketing, comunicazione, pubbliche relazioni, area vendite e area organizzazione, pianificazione: i settori preferiti. In tal caso, a sorpresa, non importa la maturità liceale o quella tecnico-professionale. Non fa niente se la professione non è coerente con gli studi e con i propri interessi culturali. C’è flessibilità, ma per i diplomati italiani vale solo in questo caso. Per trovare un lavoro, qualunque.