Recensione del volume dell’OCSE dedicato agli studenti deboli che si trovano nell’indagine PISA 2012 la quale era imperniata sulla matematica , poiché la cultura matematica era il tema principale dell’indagine.

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Gli studenti più deboli

Cosa è successo in un decennio nell’insegnamento della matematica? L’OCSE compara i risultati dell’indagine del 2003 che fu pure imperniata sulla cultura matematica con quelli dell’ indagine 2012. Non son proprio dieci anni, ma quasi. La comparazione è possibile perché un gran numero di item del test sulla cultura matematica è rimasto segreto per cui l’OCSE ha potuto utilizzare gli stessi item a 9 anni di distanza. Il confronto tra le due indagini è utilissimo. Ovviamente gli studenti non sono gli stessi e nemmeno i professori o i dirigenti, ma qualcosa tra le due indagini non è cambiato. In questa ultima analisi dei risultati dell’indagine PISA 2012 si analizza la cultura matematica dei quindicenni deboli alla fine dell’obbligo scolastico. Non c’è da essere particolarmente soddisfatti. Le scuole non fanno il mestiere che proclamano di svolgere ossia di insegnare a tutti a far di conto e a capire la potenza del pensiero matematico nella cultura scientifica odierna e non aiutano gli studenti dei ceti meno favoriti socialmente e professionalmente a conseguire un livello statisticamente accettabile di padronanza della cultura matematica. Per il settore privato l’istruzione scolastica dopo nove anni fallisce una delle sue missioni principali, ossia quella di sviluppare una cultura matematica di base in tutti. Il mondo privato aspetta studenti formati, il mondo scolastico non tiene le sue promesse.

L’ultimo documento di analisi dei risultati raccolti con l’indagine PISA 2012 che era imperniata sulla cultura matematica è stato pubblicato in questi giorni dall’OCSE. In autunno di quest’anno si pubblicheranno i primi risultati dell’indagine PISA 2015 che era imperniata sulla cultura scientifica. Poi seguirà la serie di analisi tematiche svolte con il materiale raccolto nella miniera di PISA 2015.

L’indagine PISA-2015 ha concluso il primo ciclo decennale di indagini PISA ripetute e l’OCSE potrà sbizzarrii nell’esame delle tendenze internazionali del rendimento scolastico su un periodo di dieci anni. Sarà una manna: l’OCSE potrà tirare i capelli ai sistemi scolastici che progrediscono poco oppure al contrario complimentare quelli che hanno realizzato i progressi più pronunciati e esaminare in dettaglio quali sono state le politiche che hanno contribuito a migliorare sensibilmente i punteggi degli studenti quindicenni, sia la media generale di tutti i quindicenni che la media di gruppi particolari come per esempio le ragazze dell’immigrazione. Inoltre l’OCSE potrà dedicarsi al suo sport preferito ossia quello della proiezione a lunga scadenza dei guadagni economici prima di tutto collettivi poi anche singoli prodotti da un miglioramento dei punteggi nei test scolastici. Occorre però aggiungere subito che queste tentazioni sono già presenti nel volume testé pubblicato intitolato:  "Les élèves en difficoltà : Pourquoi décrochent-ils et comment les aider à réussir ?"  [1]

Stagnazione scolastica

L’OCSE indica per prima cosa che i sistemi scolastici in un decennio non sono molto cambiati per quel che riguarda l’aiuto dato agli studenti più deboli affinché migliorino i loro risultati scolastici nella comprensione di testi scritti, in matematica e nelle scienze.La proporzione di questi studenti non è cambiata anche se i deboli del 2012 non son quelli del 2003. Il titolo della tavola posta nella presentazione del volume non è per nulla ambiguo: Progresso debole (Letteralmente : "Poco progresso...").

Ecco la prima tavola ,qui in inglese, pubblicata nella presentazione del libro nel sito dell’OCSE:

 

Questa è una constatazione importante che va ben oltre i cambiamenti che si rilevano nelle medie dei punteggi conseguiti da un sistema scolastico. In un decennio la proporzione dei deboli nei sistemi scolastici è rimasta suppergiù identica. Non ci sono state riduzioni significative. I sistemi scolastici trascurano i deboli, li perdono per strada,li abbandonano cammin facendo e i meno forti non ricuperano più. Sono irrimediabilmente staccati. Alcuni diventano ripetenti , altri , per "vecchiaia" se ne vanno dalla scuola, molti arrivano alla fine senza aver appreso nulla. Le scuole li trascurano e li trascinano fino alla fine. Sono sopportati e poi quando si arriva alla fine dell’età legale della scolarizzazione i sistemi scolastici se ne disfano con un gran sollievo. C’è qualche eccezione che fa ben sperare perché permette di dire che se si fa qualcosa per coloro ai quali la cultura scolastica è indigesta, ossia se si tenta di rendere digeribile il sapere scolastico si possono ottenere migliori risultati nell’arco di tempo di un decennio. Dunque la stagnazione non è irrevocabile anche nei sistemi scolastici odierni. Con un minimo impegno da parte dei dirigenti scolastici e degli insegnanti si possono conseguire prestazioni scolastiche superiori alla soglia sotto la quale si è in difficoltà con la lettura, i calcoli, la comprensione scientifica del mondo. L’OCSE aggiunge che questo sforzo vale proprio la pena di essere compiuto perché le ricadute economiche e sociali per le società e i singoli sono portentose. I calcoli dei consulenti dell’OCSE nel settore delle ricadute economiche dell’istruzione scolastica non lasciano dubbi in merito. Tutte le proiezioni attestano che basta un leggero miglioramento dei risultati nei test per avere una ripercussione significativa del PIL a livello nazionale. Per l’OCSE basterebbe che nel 2030 non ci siano più nei paesi con le economie più avanzate quindicenni al di sotto della soglia minima di conoscenze ritenuta necessaria dall’OCSE-PISA per inserirsi senza problemi nella vita quotidiana delle società contemporanee, ossia basterebbe che non ci siano più studenti al livello 1 della scala PISA per avere un guadagno sostanziale del PIL che crescerebbe di una volta e mezzo rispetto al PIL odierno. La crescita è alle porte, non è che una funzione dipendente dell’espansione scolastica. Perché dunque si esita ancora a investire nella scuola, a finanziare programmi speciali di supporto all’istruzione, a promuovere iniziative per i meno dotati dal punto di vista scolastico? Questi programmi produrrebbero un beneficio per tutti, genererebbero un vantaggio generale. Perché dunque tentennare e aspettare? Questo è il messaggio principale che lancia l’OCSE con questa pubblicazione. Si capisce che il mondo scolastico non possa fare altro che accogliere con sollievo e gratitudine questo messaggio. Ma ci si può anche chiedere come mai dopo nove anni di scuola (i dati analizzati dall’OCSE provengono dai punteggi conseguiti in test appositi dai quindicenni) si sia giunti a questo punto, come mai dopo tanta scolarizzazione ci siano frange importanti di studenti che non hanno appreso i rudimenti della cultura scolastica, che non sanno né leggere né far di conto a quindici anni. Si può dunque anche supporre che la massa di studenti che invece se la cava più o meno bene , che sa leggere , che capisce quello che legge, che riesce a fare calcoli semplici o a effettuare ragionamenti complessi per risolvere problemi inusuali abbia appreso queste nozioni e queste competenze nonostante la scuola, al di fuori dalla scuola, ossia che l’istruzione scolastica non sia che una variabile poco influente. 

In ogni modo troppi giovani smettono di istruirsi e di formarsi [2] perché arrivano alla fine della scolarità senza nessun diploma in mano e peggio ancora senza un bagaglio sufficiente di conoscenze scolastiche che consenta loro di cavarsela nella vita quotidiana delle società complesse di mercato. Questa idea è ripetuta sovente. L’assioma deriva dalla convinzione che ci sia una connessione tra livello d’istruzione - benessere economico- progresso delle società democratiche - vigore del mercato, della competizione e dunque dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica. Dulcis in fundo, ma non si dice, delle università. 

Secondo Andreas Schleicher, Capo della direzione dell’educazione all’OCSE," i guadagni sociali-economici derivanti dalla riduzione della proporzione di studenti deboli supera qualsiasi costo concepibile del miglioramento… le politiche scolastiche e la pratica possono aiutare a risolvere questo problema. Basta che il problema diventi una priorità e che vengano stanziate le risorse necessarie per fare in modo che ogni studente riesca a scuola". Questa affermazione è un balsamo per gli insegnanti e per tutti gli operatori scolastici e riflette anche il credo dell’OCSE dal punto di vista delle politiche scolastiche. Cii si può però chiedere se sia proprio tanto facile conseguire questo obiettivo nei sistemi scolastici vigenti. L’OCSE lo crede e sostiene questo punto di vista con le prove che trae dalle statistiche. Non conduce però nessuna indagine sulle barriere, sugli ostacoli che frenano o impediscono queste politiche. i potrebbe qui segnalare e ricordare all’OCSE che ci sono numerosissimi studi sulle esperienze di rinnovamento della scuola , sulle innovazioni scolastiche e che da anni questo filone di indagine e questa strategia sono tramontati perché ci si è resi conto che non è proprio tanto semplice modificare un sistema scolastico anchilosato come lo sono quelli dei paesi membri dell’OCSE e quelli delle economie e delle società che fanno occhiolino all’OCSE. Per altro ci si può chiedere se il vantaggio sociale che si sbandiera sia il solo obiettivo scolastico. Molti operatori scolastici e molte persone di scuola ne dubitano.

Potenza della comunicazione OCSE

Il materiale sfruttato dall’OCSE ha prodotto il bollettino No.60 di PISA in Focus , una serie di analisi per paesi tra le quali anche una apposita per l’Italia . Puntuale è uscito un post sulla pubblicazione nel blog dell’OCSE sull’educazione a cura di uno dei compilatori del volume, Daniel Salinas, intitolato "Are we failing our failing students?" ( cliccare qui per accedere alla pagina del sito ).

La capacità di riproduzione e diffusione di notizie e informazioni da parte dell’OCSE è impressionate. La comunicazione dell’OCSE non ha nulla a che vedere con quella dell’IEA. Ormai la macchina OCSE è ben oliata da questo punto di vista. 

La dottrina di politica scolastica dell’OCSE

lI ritornello delle spiegazioni si ripete: se si migliora anche di poco la media dei punteggi nei test degli studenti di un sistema scolastico, il PIL nazionale a lunga scadenza ne risentirà in bene, il benessere sociale crescerà con soddisfazione di tutti e quindi la perennità del regime capitalista sarà assicurata. L’economia di mercato è la migliore che ci sia, inutile ipotizzare un mondo diverso, una società diversa nonostante le carenze , i difetti delle società imperniate sulla concorrenza, la competizione, la libertà di iniziativa. Ma non è stato sempre così. Non è proprio così ovunque. L’economia capitalista non è un’invenzione occidentale o europea, questo è appurato, ma non si è imposta ovunque alla stessa velocità e allo stesso modo. La brutalità degli assiomi difesi dall’OCSE è attenuata con ragionamenti e calcoli raffinati. Le argomentazioni pedagogiche sono più o meno paludate. Gli analisti dell’OCSE e coloro che lavorano per l’OCSE vedono determinati aspetti dei sistemi scolastici ma non hanno una visione a lunga scadenza della vita sociale e culturale e dei legami tra sistemi d’istruzione e vita culturale . Operano per il presente. Il loro orizzonte è immediato. Giustificano i rapporti di forza vigenti e non si sognano di modificarli. Al massimo propendano per qualche ritocco. In altri termini si può dire che le analisi dell’OCSE vanno bene per i sistemi scolastici che non vogliono cambiare , che sognano solo la perfezione del modello di base, che intendono operare per un certo tipo di società; quella fondata sul mercato, sulla concorrenza.

La società scolarizzat è l’obiettivo dell’OCSE. Aiutare gli studenti deboli diventa quindi un compito essenziale per le politiche scolastiche ed è il modo per riconoscere il contributo dell’educazione scolastica all’evoluzione economica. Si potrebbe andare oltre e parlare di contributo al progresso delle società capitaliste. Purtroppo non tutto fila liscio da questo punto di vista, anche negli Stati convinti della bontà del capitalismo, ma forse non è più di moda in questo momento trattare questioni simili. L’OCSE in ogni modo avrà molto da fare per denunciare le pietre d’inciampo e le cause dei ritardi nella scolarizzazione , i fallimenti scolastici. 

Chi sono gli studenti deboli?

Nell’indagine PISA gli studenti deboli sono i quindicenni che nei test di matematica, di comprensione dei testi scritti, ovverosia di lettura, di cultura scientifica, conseguono un punteggio inferiore al livello due nella scala utilizzata dall’indagine [3]. Il livello due è considerato come il livello di base per prestazioni accettabili socialmente, il livello minimo di conoscenze scolastiche necessarie per partecipare pienamente alla vita delle società contemporanee. Gli studenti con un punteggio a livello uno sanno rispondere a domande semplici che richiedono una sola fonte di informazione e sanno effettuare semplici connessioni, ma non possono impegnarsi in ragionamenti complessi e neppure risolvere problemi inediti. Però le prestazioni insufficienti , quelle inferiori al livello 1, non sono causate da un solo rischio, per esempio da un insegnamento carente della matematica ma sono sovente il frutto della combinazione di una ao più variabili , ovverosia dell’accumulazione di molteplici barriere e svantaggi che gli studenti hanno incontrato nel corso della loro vita.

 

Le analisi svolte finora dimostrano dunque che ci vuole una combinazione e una accumulazione di molteplici fattori per prevedere la probabilità di pessimi risultati di una frangia di studenti a scuola. Il fattore rischio più importante e forse anche più ovvio è costituito dalle famiglie svantaggiate da un punto di vista socioeconomico. Anche gli studenti provenienti dal mondo dell’immigrazione (ndr. : Non si specifica in quale gruppo e l’autore del post dell’OCSE usa il termine immigrazione in senso generico. In particolare gli studenti più svantaggiati sono quelli recentemente immigrati, che sono nati all’estero e che hanno iniziato la scolarizzazione nel paese di origine in una lingua diversa da quella dell’insegnamento praticato nel paese in cui si è giunti), oppure gli studenti che a casa parlano una lingua differente da quella che si parla a scuola quando si insegna, gli studenti delle zone rurali, nonché gli studenti che vivono nelle famiglie monoparentali, gli studenti che non hanno avuto l’occasione di frequentare le scuole per l’infanzia, gli studenti che hanno già ripetuto un anno di scuola e gli studenti iscritti nei livelli di scuola media di tipo pre-professionale o nei programmi scolastici di preparazione alla vita professionale ( In inglese si parla di "pre-vocational programmes").Tutte queste categorie di studenti sono a rischio e in molti sistemi scolastici sono presenti in maggioranza nel gruppo degli studenti deboli. Le categorie indicate poc’anzi sono di ordine statistico e risultano dalla frequenza delle caratteristiche osservate nella popolazione che ha partecipato all’indagine PISA e alla quale sono stati somministrati i test dell’indagine.

Il caso italiano

Anche il documento sul caso italiano è in inglese. Vediamo dunque cosa segnala l’OCSE ( la versione originale completa del documento si può consultare cliccando qui).

L’Italia si trova nel gruppo di sistemi scolastici che tra il 2003 [4] e il 2012 hanno ridotto la proporzione di studenti deboli in matematica. Tra questi sistemi scolastici si trovano quelli dei paesi seguenti: Brasile, Germania, Messico, Polonia, Portogallo, Federazione russa, Tunisia e Turchia, ossia sistemi scolastici di paesi molto diversi tra loro sia dal punto di vista economico sia da quello culturale. Questa è una magra consolazione per la scuola italiana come si vedrà in seguito.Che cos hanno in comune questi sistemi scolastici ? [5]. Non molto, come lo dimostra la grande differenza nelle percentuali di riduzione del numero di studenti deboli nel 2003. La lezione che si può trarre da questa constatazione è la seguente: tutti i sistemi scolastici possono migliorare le prestazioni dei loro studenti nei test se esiste la volontà politica di farlo . [6].In Italia, la probabilità per i quindicenni di punteggi bassi in matematica è più alta per gli studenti che sono socialmente svantaggiati dal punto di vista socioeconomico, per le ragazze, per coloro che non parlano a casa da lingua che si parla a scuola, ossia l’italiano, o la lingua utilizzata nell’indagine, per gli studenti che non hanno frequentato la scuola per l’infanzia(oppure che l’hanno frequentata per un solo anno), per gli studenti che hanno già bocciato una classe e per i quindicenni che si trovano nelle filiere professionali.

Uno studente svantaggiato dal punto di vista socioeconomico ha una probabilità 2,4 maggiore di essere uno studente debole che non uno studente privilegiato. Il 38% circa degli studenti svantaggiati in Italia hanno punteggi bassi nel test di matematica dell’indagine Pisa 2012 [7]. Soltanto il 12% degli studenti privilegiati si trovava in questo gruppo [8].

 

 

Tra gli studenti deboli in Italia la proporzione degli studenti inscritti in programmi professionali [9].

 

In Italia, come nella media dei paesi dell’OCSE, gli studenti deboli sono lamaggioranza nel gruppo degli studenti violenti, sono tra quelli che spendono meno tempo nello svolgere i compiti a casa e sono anche coloro che sono meno perseveranti rispetto agli studenti che conseguono punteggi elevati.

 Secondo le statistiche , i quindicenni in Italia hanno meno probabilità di trovarsi nel gruppo dei deboli se frequentano scuole nelle quali non si costituiscono o ci siano pochi gruppi di livello nelle lezioni di matematica o scuole che propongono attività extra-curricolari imperniate sulla matematiche (ndr.: Non si specifica quali siano queste attività) oppure scuole nelle quali ci sia molta pressione da parte dei genitori per mantenere livelli accademici elevati [10].

 

La tavola 01 che si trova a pagina 17 nel riassunto del volume serve di per sé a raffreddare gli entusiasmi italici. Soltanto nel test di scienze che nel 2012 non era importante i quindicenni italiani avevano un punteggio che dal punto di vista statistico corrispondeva alla media OCSE. Ciò non succedeva né per la lettura né per la matematica. Concentriamoci sui punteggi del test di matematica. Fanno rabbrividire, pur con tutte le riserve che si possono emettere rispetto all’indagine PISA. In totale un quarto dei quindicenni italiani ( per l’esattezza il 24,7%) ha un punteggio nel test di matematica che corrisponde al livello 1 o perfino al livello 0 ( per la precisione, 16,1% dei quindicenni sono a livello 1 e 8,5% a livello 0 ossia a un livello inferiore all’1).Rispetto al 2003 questo gruppo è però calato del 7,3% , un risultato brillante che induce l’OCSE a citare l’Italia come un caso virtuoso, ma ci si può e ci si deve anche chiedere come si è giunti a questo risultato. Tocca al mondo scolastico italiano vederci chiaro e spiegare. Si può per esempio sospettare che 9 anni dopo il primo test i quindicenni e le scuole abbiano preso sul serio l’indagine PISA del 2012, si sono preparati. Questo non vuol dire che ci si stato del "cheating". Basta semplicemente fare capire alle scuole , agli insegnanti e ai dirigenti che i punteggi dell’indagine contano, che i confronti internazionali non possono essere presi sotto gamba e la frittata è fatta: i risultati migliorano automaticamente. Tra il 2003 e il 2012 come è cambiato nelle scuole italiane il clima rispetto alle valutazioni internazionali comparate?

 

Nella tavola 02 pure inserita nel riassunto l’Italia slitta subito in coda ai paesi europei. La percentuale dei quindicenni che nei tre test ha un punteggio medio superiore al livello 2 ( il livello 2 rappresenta la base minima al di sotto del quale non si deve andare) è del 69%. Questa proporzione è inferiore alla media OCSE , media nella quale ci sono quindicenni di sistemi scolastici notoriamente deboli come quello messicano o quello spagnolo. Quindi la media OCSE è già di per sé bassa. Nelle scuole del biennio, due studenti su tre circa passano la prova OCSE nei tre settori presi in considerazione. I professori possono ritenersi soddisfatti, anche se un terzo dei quindicenni arranca. La percentuale dei quindicenni decenti che dovrebbero cavarsela con il bagaglio di conoscenze accumulato a quindici anni di cui almeno nove passati a scuola non è però strepitosa. Si può dire a questo punto che il risultato globale della scolarizzazione in Italia è mediocre anche se ci si può chiedere se i punteggi conseguiti in questi test sono un criterio assoluto per stabilire la bontà di una scuola. No di sicuro, ma i test rivelano che qualcosa non va nel sistema scolastico italiano. Lo sanno del resto tutti. Questa non è una novità.

 

L’11,9% dei quindicenni italiani è debole in tutte e tre i campi presi in esame, ossia la comprensione di testi scritti quando si legge, la cultura matematica e la cultura scientifica che si ritengono indispensabili per capire il mondo contemporaneo nelle economie avanzate. Essere deboli significa conseguire nei tre test ( quello di matematica nel 2012 aveva il numero maggiore di item, più di un centinaio) un punteggio pari al livello 1. La percentuale dell’1,9% è simile alla media OCSE.

 

Nella tavola 03 si esaminano le caratteristiche socio-professionali (si chiamano così i parametri delle famiglie dalle quali provengono i quindicenni) degli studenti deboli nonché altre caratteristiche. In Italia, il 38,4% dei quindicenni deboli vengono dai ceti svantaggiati. Questa percentuale è pari a quella francese che è del 40,3% ed è leggermente inferiore a quella della Svezia che è del 40,1%. Queste cifre non incolpano il sistema scolastico italiano , ma denunciano il classismo della scuola in genere. Gli studenti deboli in grande maggioranza provengono dalle classi sociali svantaggiate e non da quelle benestanti. La scuola sancisce l’eredità sociale. Non è equa. Si dovrebbe anche dire che nessun quindicenne proveniente dai ceti sociali svantaggiati dovrebbe essere uno studente debole secondo la classificazione operata dall’indagine PISA. Per il momento basterebbe ritenere che non tutti gli studenti deboli meritano di essere ritenuti tali, che molti studenti sedicenti deboli potrebbero essere aiutati per riuscire a scuola, ma la scuola non lo fa, come lo attestano le medie pubblicate fin qui. Ci sono le eccezioni, scuole, , dirigenti e insegnanti che davvero si danno da fare e che correggono lo spietato verdetto della scolarizzazione nei sistemi scolastici delle economie più progredite.

 

 

 

 

[1] Le lingue ufficiali delle pubblicazioni e dei documenti OCSE sono due , l’inglese e il francese. Il titolo in inglese è il seguente: Low Performing Students: Why they fall behind and how to help them succeeed 

[2] ndr.: Si tratta di abbandoni scolastici o di dispersione scolastica

[3] ndr.: Come noto la scala di valore dell’indagine PISA comprende cinque livelli: il livello uno è quello più debole, mentre il livello cinque è il livello dei più bravi

[4] ndr.: Anno della prima indagine PISA imperniata sulla matematica

[5] ndr.: Nei documenti OCSE si parla sempre solo di Paesi mentre in questo sito e in questi articoli si parla di sistemi scolastici

[6] ndr.: Nei due fogli del bollettino che riguarda l’Italia non si espongono che osservazioni generiche e non si entra nei dettagli

[7] ndr.: La matematica era la disciplina principale dell’indagine Pisa nel 2012. Nel 2012 il test di matematica era molto più importante che non nel 2009 o nel 2006

[8] ndr.: Nondimeno, uno studente su 10 che per le caratteristiche della sua origine non avrebbe dovuto trovarsi in questo gruppo

[9] ndr.: Non si capisce bene quali siano questi programmi. Va detto che i quindicenni in Italia in genere, ossia nella stragrande maggioranza, frequentano il biennio dove possono inscriversi sia nei vari licei, una dozzina, che negli istituti tecnici con varie specializzazioni, negli istituti professionali che non si trovano ovunque, nella formazione professionale regionale che non è sviluppata in tutte le regioni. In mancanza di indicazioni precise a questo riguardo si può supporre che nel campione italiano dei quindicenni siano presenti in proporzione rappresentativa i quindicenni frequentanti tutti questi diversi programmi

[10] ndr.: In questa ultima osservazione è presente in modo visibile la filosofia OCSE della scuola che trionfa per esempio nella Corea del Sud e in Polonia