L’obbligo fatto agli Stati americani di valutare annualmente con prove strutturate d’ inglese e matematica i risultati degli allievi nel corso dell’obbligatorietà scolastica sta producendo effetti positivi secondo una ricerca svolta dal Center on Education Policy (CEP) di Washington D.C.

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Using testing data from all 50 states, this study addresses two key questions: has student achievement increased and have achievement gaps narrowed since the No Child Left Behind Act was enacted in 2002. A comparison is also made between state test results and results from the National Assessment of Educational Progress.

Questa è un’informazione interessante sia da un punto di vista pedagogico che da uno politico: la valutazione esterna degli apprendimenti, con la somministrazione di test, sembra efficace almeno per quel che riguarda l’acquisizione di migliori competenze in lettura e matematica. La valutazione dunque servirebbe. Questa dimostrazione conferma i risultati di altre ricerche, in particolari inglesi, sulla bontà della valutazione dal punto di vista degli apprendimenti nelle discipline fondamentali. Qui non si analizzano gli effetti di queste operazioni sui curricoli insegnati, sull’organizzazione dell’insegnamento, sulla vita in classe, sui comportamenti dei docenti. Nemmeno si può o si deve sostenere che queste valutazioni misurano la qualità delle scuole e che i progressi misurati nei test d’inglese e matematica significano un miglioramento della qualità delle scuole americane. Questo è un altro problema. Nondimeno, questa notizia va considerata con attenzione in Italia dove si tentenna ancora a decentralizzare realmente il sistema scolastico e ad impostare una strategia di valutazione che permetta di comparare e tenere sotto osservazione i sistemi scolastici regionali. Va qui ricordato che i 50 Stati americani (che possono per certi versi essere equiparati a quello che potrebbero essere le regioni italiane) sono libere di impostare i test. Hanno solo l’obbligo di somministrare i test in inglese e matematica se voogliono ricevere i sussidi stanziati dal governo federale sulla base della legge "No Child Left Behind" (si vedano i numerosi articoli su questa legge presenti in questo sito, per esempio clicca qui).

Il Center on Education Policy di Washington D.C. ha pubblicato i risultati di una ricerca sugli effetti dell’applicazione della legge NCLB (No Child Left Behind) adottata nel 2002. Il rapporto di ricerca — Has Student Achievement Increased Since 2002?: State Test Score Trends Through 2006-07 — è in linea nel sito del CEP. La ricerca si è svolta sui punteggi conseguiti dagli allievi nei test organizzati nei 50 Stati americani, analizzati per rispondere a due domande:

- l’adozione della legge ha prodotto un miglioramento dei risultati scolastici?

- la legge ha permesso di ridurre il divario di profitto scolastico tra i gruppi minoritari?

Inoltre la ricerca compara i punteggi conseguiti nei test statali con i punteggi conseguiti nei test del NAEP, che è una valutazione federale sulle competenze in lettura e matematica, come se in Italia ci fossero, da un lato, valutazioni censuarie organizzate dalle singole regioni, di natura obbligatoria, ed una valutazione campionaria nazionale, per campioni regionali. [1]

I risultati di taluni stati sono stati esclusi dall’analisi per ragioni statistiche oppure perché non era possibile costruire una serie storica di dati coerente dalla quale estrarre una tendenza di fondo sull’arco di tempo di cinque anni, in quanto gli Stati hanno cambiato nel frattempo i i cui risultati non erano più comparabili tra loro.

I dati analizzati permettono di dire che in 21 stati c’è stato un leggero oppure un forte miglioramento dei punteggi nei test di matematica svolti della scuola primaria. Lo stesso effetto si osserva nelle scuole medie (insegnamento secondario di primo grado) in 22 stati. [2]

Nel rapporto si afferma pure che è impossibile determinare in che misura questa tendenza che emerge dai risultati ai test sia attribuibile ad effetti dovuti all’applicazione della legge NCLB, e dunque all’obbligo fatto agli Stati di valutare. Non si può dire dunque sulla base di questi risultati se la legge [3] è di per sé buona. Questo è un altro problemi. Gli autori della ricerca fanno notare che dopo il 2002, l’anno di adozione della legge, sono stati avviati molteplici programmi e svariate riforme con lo scopo di migliorare i risultati scolastici e di ridurre i divari tra studenti. Non si deve neppure escludere che i miglioramenti osservati siano dovuti al fatto che nelle scuole si sia prestata una maggiore attenzione all’insegnamento della lettura e della matematica (il che sarebbe un effetto indiretto della legge da non sottovalutare), oppure ad una maggiore familiarità degli studenti e degli insegnanti con il contenuto ed il tipo dei test statali. Il direttore del CEP, Jack Jennings, precisa che non si può sostenere che ci sia una relazione causale tra l’applicazione della legge NCLB ed il miglioramento dei punteggi nei test. Si sa soltanto che c’è stata un’enorme espansione della valutazione ed una moltiplicazione dei test e che comprendiamo meglio se c’è stato o meno un miglioramento del profitto scolastico.

[1] Inserisco questi riferimenti per permettere di capire l’architettura di un modello di valutazione nazionale

[2] Queste conclusioni sono tratte dal calcolo di due indicatori costruiti con i dati a disposizione. Per i dettagli si consulti la versione integrale del rapporto nel sito del CEP. Da un punto di vista metodologico è importante rilevare che non si passa direttamente dalle medie dei punteggi alle conclusioni, ma che il passaggio obbligato è la costruzioni di indicatori secondo criteri che devono essere esplicitati, discussi e quindi criticati. Il CEP ha a questo riguardo costruito indicatori appositi che sono descritti nel rapporto completo.

[3] Una legge bi-partisan votata pressoché dall’unanimità del Congresso americano

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StudentAchievement06.17.08PressRelease.pdf