Recensione del libro "Tous peuvent réussir" pubblicato in Francia nel 2013 dall’Associazione ATD Quart Monde nel quale si propone una rifondazione del servizio scolastico statale per lottare in modo serio contro la selezione sociale di fronte all’istruzione.

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Tutti possono riuscire

Questo è un libro che parla di cose importanti della scuola. In primo luogo di un aspetto sovente rimosso per pudore: l’attaccamento degli insegnanti ai loro allievi, una condizione “sine qua non” dell’istruzione e dell’educazione scolastica. Inoltre di un altro aspetto sul quale si sorvola volentieri, ossia l’esclusione praticata dalle scuole. Si sa che grosso modo tra i 150.000 e 200.000 giovani abbandonano ogni anno l’istruzione senza una reale formazione e si sa pure che questo risultato chiamato pudicamente “dispersione scolastica” è soprattutto una questione sociale. Le riflessioni condotte in questo volume sull’integrazione di tutti gli alunni e soprattutto di coloro che provengono dagli ambienti estremamente poveri è di una grande importanza per la sopravvivenza del sistema scolastico e per l’evoluzione della crisi dei sistemi scolastici. L’istituzione che ha curato questo volume si occupa in Francia del cosiddetto “Quarto mondo”, ossia della popolazione che vive nelle condizioni più dissestate. I contributi di questo volume opera di insegnanti sono meritevoli di citazione perché denunciano l’ipocrisia scolastica e prendono per mano il lettore per accompagnarlo in un terreno profondamente umano, spesso ignorato. Non si esce dalla crisi dell’insegnamento se non si riuscirà a risolvere il problema della selezione sociale di fronte all’istruzione. Molti responsabili politici, molti dirigenti e molti insegnanti purtroppo non hanno ancora capito che questa è la posta in giuoco per la sopravvivenza di un servizio di istruzione statale degno di questo nome.

L’ATD Quart Monde [1] è un’associazione francese che lavora per i miserabili, per la popolazione marginale, per i poverissimi, per coloro che sono esclusi dalla società. Questa associazione che lotta quindi per la giustizia sociale e per l’equità ha pubblicato un volume sulla scuola e sull’istruzione dei giovani provenienti dagli ambienti più malandati. Come costruire una sistema scolastico che non lasci ai margini della strada nessuno, che aiuti tutti, nessun escluso, a riuscire nella vita ? Tante belle chiacchiere si fanno su quest’obiettivo, sull’inclusione scolastica, ma purtroppo il servizio scolastico statale , non diciamo la scuola in genere, non riesce affatto per ora ad essere giusto ed equo, a far sì che nessuno resti indietro.

Come fare ?

Per rispondere a questa domanda, gli autori del documento [2] hanno analizzato le pratiche pedagogiche che si sono avverate efficaci e descrivono i criteri che hanno permesso di superare gli ostacoli che finora hanno impedito al servizio scolastico statale di essere giusto ed equo. In questo modo gli autori, che evidentemente trattano soprattutto del sistema scolastico francese, inducono a riflettere su ciò che i nostri sistemi scolastici e tutti gli attori in causa possono apprendere dai genitori, dai giovani, dai bambini che invece sono immersi nella grande povertà e che sanno non tanto quanto manca alla scuola ma come si dovrebbe rifondarla affinché la scuola diventi veramente la scuola di tutti. Queste indicazioni sono valide per tutti i sistemi scolastici ed ovviamente non solo per il sistema scolastico francese. Questa è la ragione per la quale il libro è citato in questa sede.

 

L’inclusione

 

Nella pedagogia, questo fenomeno è stato etichettato con un eufemismo : “inclusione”. Gli autori ritengono che non c’è inclusione se il servizio scolastico statale non apprenderà ad ascoltare l’opinione degli esclusi ed in particolare dei più poveri tra gli esclusi.

 

Gli esclusi

 

Il libro propone dapprima una serie di esperienze di insegnanti, membri dell’associazione "Quart Monde", che parlano del percorso seguito da ciascuno di loro, delle loro pratiche professionali, del militantismo sociale. Si parla di democrazia scolastica, di dialogo e di libertà. Questa è un’ esperienza comune per gli insegnanti che si dedicano corpo ed anima agli allievi più bisognosi, che visitano le famiglie, che non si limitano unicamente a svolgere il programma scolastico imposto dalle autorità e valutato in mille modi. In questo volume si descrive come taluni insegnanti hanno scoperto ed incontrato la grandissima povertà. Questa non è un’esperienza di tutti e molti insegnanti la rifiutano, la rimuovo. Molti giovani insegnanti fanno agli inizi di carriera, se di carriera si può parlare, questa esperienza senza nessuna preparazione e la rifiutano. Alla fine del volume, Régis Fèlix che ha coordinato il lavoro e che è stato preside di una scuola media, responsabile del settore scuola dell’associazione, fa il punto sui principi e le pratiche dell’associazione ATD nel settore scolastico. .

 

Riportiamo, tradotta liberamente, l’intervista a Régis Félix pubblicata il 17 aprile 2013 nel sito L’Expresso del Café Pédagogique  :

 

L’Expresso ; privilegiare gli indigenti, gli esclusi, non comporta forse il rischio di trascurare la progressione di tutti gli alunni della classe ?

 

 

Per nulla. Non si tratta affatto di abbandonare un’ ambizione. Molto chiaramente il libro non privilegia il benessere a scapito dell’acquisizione delle conoscenze, ma se non si offre questa priorità ai bambini più indigenti  [3] si può essere certi che questi resteranno al margine della società , che saranno esclusi dalla scuola, che si perderanno per strada. Si può correre il rischio di fissare il livello d’apprendimento senza prestare attenzione a coloro che non riescono ? Non credo affatto. Occorre una pedagogia che sostenga tutti.

 

La pedagogia cooperativa

 

Questa la ragione per la quale si difende una pedagogia cooperativa. Questa è una pedagogia che permette al bambino che viene a scuola col magone oppure con un nodo allo stomaco di trovare il proprio posto a scuola, in classe. Ovviamente questo non basta ma è la condizione indispensabile. Per essere attirati dalla conoscenza occorre come minimo sentirsi integrati.

Per gli insegnanti questo vuol dire costruire sequenze pedagogiche nelle quali ci sia posto per tutti. Se non si riflette su questa questione prima di iniziare le lezioni non si arriverà mai a integrare i più deboli. Infatti ci si è purtroppo abituati al fatto che l’ultimo della classe sia una presenza inevitabile, passa per perdite e profitti della scuola.

 

L’Expresso : voi raccomandate l’alleanza con tutti i genitori. Perché ?

 

 

Quando i genitori non sono rispettati dalla scuola, quando l’alunno sente parlare male dei propri genitori, si genera un conflitto di lealtà. L’alunno è strapazzato tra cultura scolastica e cultura familiare. Questa situazione gli impedisce di imparare quando frequenta la scuola primaria e genera rivolta quando si trova nella scuola media.

 

 

L’Expresso :Ma il ruolo della scuola non è forse quello di liberare il bambino dai legami e dalle credenze familiari ? 

 

 

È vero, l’accesso alla conoscenza è una frattura è necessaria ma la si può sopportare a condizione di rispettare i genitori.

 

 

L’Expresso : voi difendete la lotta contro i pregiudizi ed affermate che si debbano accettare altri modelli di società. Ma fino a che punto si può andare ? Non si corre forse il rischio del relativismo, della rinuncia a qualsiasi ambizione ?

 

 

Gli insegnanti provengono spesso delle classi medie, da ambienti privilegiati. Ignorano quasi tutto dei giovani che provengono dalla povertà estrema. In classe si trovano spesso davanti a studenti dei quali ignorano la cultura. La formazione degli insegnanti dovrebbe comportare un’ apertura all’ambiente sociale da cui provengono gli studenti. È indispensabile che gli insegnanti quando sono sconcertati dalla reazione degli studenti e dei loro comportamenti non si rifugino dietro spiegazioni semplicistiche oppure non ricorrano a giudizi grossolani di valore. Tutti noi abbiamo voglia che gli studenti, tutti gli studenti, riescano ad accedere alla nostra cultura, ma non si devono sovrapporre le nostre referenze a quelle degli studenti che hanno vissuto un’ infanzia totalmente diversa dalla nostra. Gli insegnanti non devono giudicare il modo con il quale vivono gli studenti.

 

L’Expresso : ma la cultura scolastica è una cultura di classe sociale…

 

 

Per lui i contenuti scolastici, i curricoli, non rappresentano che 1 tipo di intelligenza e di conoscenza. Quando gli alunni entrano nella scuola media si chiede loro di abbandonare le competenze di intelligenza concettuale, manuale che la scuola non riconosce. Eppure occorre altrettanta intelligenza per riparare 1 ciclomotore che per seguire 1 corso di matematica. Se per conseguire il diploma di Stato si devono rinnegare i genitori, la famiglia dalla quale si proviene, ciò è grave.

 

 

L’Expresso : voi difendete 1 atteggiamento di ripiego degli insegnanti. Si può dirigere 1 scuola, 1 classe, in questo modo ?

 

 

Ciò che è importante è di permettere all’allievo di Como-costruire la conoscenza. Il buon professore non necessariamente colui che anticipa le domande e che ha risposte a tutto mare colui che permette agli studenti di formulare loro domande e di cercare le risposte.

 

 

L’Expresso : questo atteggiamento, queste posizioni etiche sono sufficiente per permettere agli allievi di riuscire a scuola ?

 

 

Queste sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Occorre anche della didattica, 1 formazione solida, ma senza questo atteggiamento etico, senza queste scelte etiche non si arriverà mai a trasmettere a tutti gli studenti l’insieme di conoscenze competenze necessarie per spogliarsi dell’esistenza.

 

[1] Agir Tous pour la Dignité du Quart Monde

[2] il volume è una compilazione di contributi prodotti da 11 insegnanti francesi che fanno parte dell’associazione ATD Quart Monde

[3] ndr. : Lo stare bene, il vivere bene, essere accolti in un ambiente confortevole