Il sistema scolastico americano è migliore o peggiore di quello francese? Quale di questi due sistemi reagisce meglio alle sfide della modernità? Per quali ragioni?

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Denis Meuret, professore di scienze dell’educazione all’Università di Borgogna (Digione) smentisce, prove alla mano, l’opinione secondo la quale il sistema scolastico americano sarebbe dissestato e contesta il parere di coloro che ritengono che la politica scolastica americana sarebbe guidata da mere logiche mercantiliste ed utilitaristiche. Questo saggio di scienze politiche applicato al settore scolastico apre piste d’analisi nuove ed originali nel campo dell’educazione comparata.

Questo saggio di non facile lettura, denso di informazioni e di riferimenti, molto documentato, è stimolante da due punti di vista: dapprima per l’originalità dello schema di analisi comparata che si avvale di un quadro teorico forte, costruito attorno ai modelli filosofici e politici che plasmano i due sistemi e poi per il percorso rigoroso e sistematico dell’analisi, che si snoda prendendo in considerazione i temi centrali delle riforme scolastiche in corso in tutto il mondo occidentale, compresa l’Italia.

L’autore suggerisce che per capire le reticenze, gli ostacoli, le difficoltà che frenano le riforme dei sistemi scolastici oppure, al contrario, per cogliere i fattori che ne facilitano l’impostazione e la guida, occorre rifarsi ai criteri politici ed ai modelli di società sui quali si fondano questi sistemi, anzi ai modelli politici di educazione che ne sono alla radice. Solo in questo modo si riesce a capire il grande dinamismo che permea la politica scolastica americana e la capacità americana di impostare riforme condivise da tutti, almeno per quel che riguarda i principi da seguire, ed è seguendo questo schema di lettura che si giunge a fornire una spiegazione delle difficoltà che incontra il sistema scolastico francese ad adottare nuove modalità di regolazione che ne migliorino il funzionamento. Per Meuret, la scuola francese oggigiorno non è più pilotata ma è solo amministrata, non riesce ad evolvere, le riforme scolastiche sono o futili o svuotate del loro contenuto, mentre invece il complesso sistema americano (non si scordi che abbiamo qui a che fare con un sistema impiantato in uno stato federalista le cui componenti sono molto gelose delle proprie prerogative) ha in sé le risorse per attuare riforme al servizio del miglioramento delle scuole. Le ragioni di questa diversità risiederebbero, secondo l’autore, nelle modalità di regolazione e di governo dell’apparato statale inspirate dalla filosofia politica e dai modelli politici che sono alla base dei due sistemi: in Francia, l’opera di Emile Durkheim che offre il paradigma di sviluppo e d’interpretazione del ruolo della scuola nella società; negli Stati Uniti, il pensiero educativo e politico di John Dewey. Queste due personalità, nate quasi nello stesso anno (Dewey nel 1859 e Durkheim nel 1858) hanno entrambi prodotto, pressoché contemporaneamente, studi sull’educazione e sulle politiche scolastiche che hanno impregnato la cultura pedagogica dei due paesi ed influenzato in modo determinante le reazioni degli attori della scuola fino ad ora.

Meuret fa osservare che i discorsi dei responsabili scolastici francesi ed americani sulla scuola, sulla necessità di migliorarla, sulle modalità di gestire un’istruzione di massa senza svalutare i diplomi, di promozione dell’equità, di miglioramento dei livelli d’apprendimento e delle competenze, non sono tra loro molto diversi. I temi affrontati sono gli stessi: autonomia delle scuole, buoni scuola, libertà di scelta degli istituti, sviluppo delle competenze di base, cambiamento dei programmi, valutazione dei risultati, estensione della scolarizzazione, ma le reazioni dei due paesi (dell’amministrazione scolastica, della politica educativa, degli attori della scuola) di fronte a questi problemi sono diversissime.

In Francia si direbbe che il sistema scolastico nella sua globalità è incapace di affrontarli ed è come paralizzato di fronte alla necessità di migliorare un apparato macchinoso che non è più all’altezza della scuola di massa, che fatica ad integrare le scoperte scientifiche della ricerca psico-pedagogica del XX secolo sugli apprendimenti ed il funzionamento delle scuole poiché vanno in un senso contrario al modello di Durkheim. In Francia, forze potenti operano all’interno del sistema scolastico e riescono a bloccarne l’evoluzione. Le resistenze si incontrano sia a destra che a sinistra della scacchiera politica. La tecnostruttura del Ministero non riesce a sbloccare la situazione nonostante la lucidità e la modernità di molte sue iniziative.

Negli Stati Uniti, al contrario, il sistema si rivela molto più aperto, innovante che non in Francia. Nessuno si oppone all’esigenza di migliorarlo, di fare in modo che gli studenti escano dalla scuola attrezzati in modo tale da potere realizzare se stessi e ciò facendo contribuire allo sviluppo della società, arricchirla, con la promozione e l’articolazione delle competenze di ognuno. Una società progredisce se ognuno apporta il meglio di sé. Per questa ragione, la crescita di ognuno è fattore di crescita della società. Il modello scolastico politico americano è ottimista, mentre invece quello francese è pessimista, diffidente verso la società e verso gli individui, esposti all’ignoranza oppure vittime dell’oscurantismo. Compito della scuola, in Francioa, è, secondo la lettura che ne fa Meuret, più quello di correggere che non quello di sviluppare le capacità di ognuno.

Meuret critica duramente le posizioni della destra e della sinistra francese sulla scuola. Meuret si serve del confronto con gli Stati Uniti per rinviare ai suoi concittadini una rappresentazione della scuola diversa da quella che coltivano e riproducono. Il confronto gli serve per produrre un’immagine speculare del sistema francese, meno deformata da pregiudizi e prevenzioni, ma si potrebbe anche dire da un paradigma scolastico ancorato nella cultura repubblicana francese. Da questo punto di vista il suo libro è uno splendido studio di educazione comparata.

Meuret, è bene sottolinearlo, non è un reazionario; le ricerche e gli studi da lui svolti smentiscono questa accusa che gli si potrebbe rivolgere per la simpatia con la quale descrive la politica scolastica americana. In Europa, Meuret è stato uno dei primi, se non il primo a parlare di equità in educazione, a proporre di misurare l’equità dei sistemi scolastici, a collegare le teorie di John Rawls sulla giustizia (La teoria della giustizia, 1971) alle politiche scolastiche. Tuttavia Meuret prende le distanze dalle cerchie che a sinistra, più che a destra, in Francia denunciano la politica americana, come il frutto di un nuovo tipo di imperialismo, insensibile allo sviluppo della persona, che tratta l’educazione come una merce in vendita nel grande mercato del liberismo economico, facendo così di ogni erba un fascio. Meuret, che ha intervistato decine di presidi, di insegnanti, di dirigenti scolastici a tutti i livelli della scuola americana (tranne che a quello federale ed a quello universitario), ha visitato scuole medie e scuole elementari, ha frequentato per anni i congressi della società americana di ricerche in educazione (AERA) e non parla dunque a vanvera della scuola americana. Il suo punto di riferimento è Alexis De Tocqueville, l’aristrocratico francese che nella prima metà dell’Ottocento, prima della guerra civile americana, pochi decenni dopo la creazione degli Stati Uniti, ha percorso in lungo ed in largo gli Stati Uniti, descrivendo quanto osservava, confrontando la realtà del nuovo stato con quella della società francese . Tocqueville ha così potuto spiegare, in un libro straordinario, De la démocratie en Amérique, le peculiarità della società americana, il suo modello di regolazione, la filosofia politica che è alla base delle sue forme di governo. I contradditori di Meuret in Francia, attestati su posizioni ideologiche e dottrinarie hanno perso il treno, se ci si può esprimere in questo modo, e parlano di un sistema scolastico, quello americano, senza prove in mano. Meuret ha buon giuoco a metterli con le spalle al muro e per di più si compiace a smontare il piedestallo teorico a partire dal quale questi contradditori rivolgono le loro critiche al sistema scolastico americano.

Per Meuret, il sistema scolastico francese, ingessato nelle sue contraddizioni, e quello americano seguono modelli di sviluppo diversi, le cui radici rimontano alle opere di due padri fondatori, Dewey e Durkheim, che hanno creato due modelli di politica scolastica diversi ispirati da due culture politiche opposte, quella di Jean-Jacques Rousseau e quella di John Locke. Dewey et Durkheim propongono due risposte diverse alla domanda su come costruire un modello appropriato di scuola di massa. Dewey disegna una scuola che mira a promuovere ed a potenziare la democrazia grazie alla molteplicità delle esperienze e degli scambi tra i cittadini; Durkheim, invece, delinea un sistema scolastico che si propone di salvaguardare e potenziare la Repubblica, lottando contro le superstizioni, di promuovere una scuola laica che ha come nemico principale la Chiesa Cattolica (ancora molto potente nella Francia del primo Novecento), una scuola che diffida della bontà degli individui ai quali vuole insegnare la virtù, trasmettendo loro il sapere, la cultura umanista.

Molti spunti dell’analisi di Meuret potrebbero applicarsi all’Italia. Anche in Italia il sistema scolastico è paralizzato, fa fatica a rinnovarsi, propone riforme che non realizza, come quella dell’autonomia o quella della decentralizzazione. Peggio ancora, il sistema scolastico italiano è gestito con uno stile burocratico, autoritario, faragginoso. La politica scolastica italiana è confrontata agli stessi problemi che si pongono in Francia e negli Stati Uniti, ma in Italia, come in Francia d’altronde, le aperture del sistema sono mal viste o mal tollerate. Le modalità di regolazione del sistema scolastico italiano sono arcaiche e non sono più adattate alle esigenze di società democratiche complesse, pluraliste. Sarebbe però errato ritenere che il modello di politica scolastica di rifeerimento, in Italia, sia analogo a quello francese. Per esempio, in Italia sono possibili, nell’ambito scolastico, operazioni che in Francia per il momento sono pressoché inconcepibili, come la partecipazioni di numerose regioni ad un’indagine internazionale tipo l’indagine PISA, con un campione rappresentativo dei quindicenni della regione, oppure l’inserimento dei disabili nelle classi regolari. Vale però anche il contrario. Si fanno in Francia operazioni che in Italia non si giunge nemmeno a prefigurare come l’impostazione di una politica nazionale della valutazione o la produzione, la creazione di scuole tecniche superiori a livello universitario, la generalizzazione o quasi dell’istruzione secondaria superiore. Per interpretare la politica scolastica italiana è dunque necessario prendere le distanze dalla Francia. Il modello politico della scuola in auge in Italia non è lo stesso ed ha una storia diversa.

In Italia, i padri fondatori del sistema scolastico tuttora vigente sono Benedetto Croce e Giovanni Gentile che hanno generato il loro pensiero politico sulla scuola una ventina d’anni dopo Dewey e Durkheim. Occorre risalire a loro per capire come funziona l’apparato scolastico italiano, come la scuola è governata ed amministrata tuttora in Italia. Per altro anche nel variegato panorama della scuola italiana troviamo tracce deweyane. Dewey è stato tradotto in Italia dopo l’epoca fascista, nell’immediato dopoguerra, ed è stato adottato in cerchie di militanti che ancora oggi animano il dibattito sulla scuola in Italia, promuovendo orientamenti impostati su alcuni principi centrali nella pedagogia di Dewey. Queste cerchie non sono però quelle cattoliche che hanno monopolizzato la politica scolastica italiana nel dopoguerra per oltre quarant’anni. Tuttavia, è interessante notare che anche nel mondo della pedagogia cattolica si ritrovano fermenti che si possono attribuire a Dewey, in particolare tra i promotori dell’attivismo pedagogico. Questi accenni possono bastare per illustrare l’interesse del metodo proposto da Meuret per analizzare lo stato di un sistema scolastico, le sue rigidità, le sue realizzazioni, le paralisi che lo bloccano e le rappresentazioni che guidano coloro che lo dirigono e gli attori che lo animano.

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