Presentazione del numero speciale della rivista USA Phi Delta Kappan dedicato alla scolarizzazione degli alunni e degli studenti immigrati.

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Bambini rifugiati e immigrati

La scolarizzazione degli alunni e degli studenti rifugiati o immigrati è diventata una questione politica scottante perché spesso le maggioranze politiche che si costituiscono nei vari paesi propongono soluzioni che non sono quelle condivise dal mondo scolastico. Per altro la distribuzione della popolazione di alunni e studenti immigrati o rifugiati all’interno del sistema scolastico e delle scuole non è uniforme. Ci sono vaste zone prive di popolazione immigrata e quartieri urbani invece dove la popolazione immigrata è dominante. Questa situazione costringe a azioni differenziate, a preparare gli insegnanti che hanno a che fare con classi molto eterogenee che non è la maggioranza degli insegnanti. Si sa inoltre che a parità di condizioni la popolazione di alunni e studenti immigrati o rifugiati non incide negativamente né sul clima scolastico né sui risultati. Se si adottano procedure adeguate e provvedimenti di sostegno la popolazione indigena anche quando è minoritaria nelle scuole rispetto alla popolazione di origine straniera non soffre, non paga nessun scotto. La scuola può essere un potente strumento d’integrazione a condizione di predisporre interventi adeguati, di spendere soldi, di essere preparati per affrontare situazioni difficili.

Il mensile USA dedicato all’istruzione Phi Delta Kappan consacra il numero di dicembre 2015/gennaio 2016 all’immigrazione. I testi sono in inglese.

 Ecco l’indice di questo numero monografico :

Coming to America: Immigration and Education

 









Per ogni contributo si propone in un riquadro la storia di famiglia degli autori da immigrata negli USA. In questo numero speciale necessariamente imperniato sul caso USA che è solo in un certo senso un caso speciale si rilevano alcune informazioni degne di nota. Per esempio che nel caso americano gli immigrati avevano in maggioranza un livello di istruzione elevato, proprio come succede in questi mesi con i rifugiati politici che arrivano a ondate in Europa. Poi , che nessun immigrato è tornato nel paese di origine soprattutto quando è arrivato piccolo e solo nel paesi di immigrazione. Infine, che l’ origine dell’immigrazione è mutata profondamente , non solo negli USA ma soprattutto in Europa che ha costituito il bacino principale di emigrazione verso gli USA fino agli anni Cinquanta o Sessanta del XX secolo e che non lo è più. Si deve aggiungere anche che gli insegnanti vanno formati a occuparsi del caso degli studenti o dei figli di immigrati. Non ci si illuda che riescano a sbrogliarsi da soli quando nelle classi il numero di rifugiati o di immigrati è maggioritario. Poi si potrebbe anche precisare che molti alunni o studenti immigrati conoscono svariate lingue, sono poliglotti.

I buoni sentimenti non bastano

Si dovrebbe anche riconoscere che i buoni sentimenti non bastano, che è normale avere paura, che le reazioni sono logiche quando si ha a che fare con persone diverse nel modo di mangiare , di pregare, di rispettare l’autorità, di ubbidire, L’ammissione di questa reazione è il primo passo da compiere per iniziare a risolvere i problemi che pone l’immigrazione alle scuole. Non si possono risolvere i problemi se si nega la loro esistenza.

Soluzioni in alto mare oppure costose

La questione dell’istruzione degli immigrati è scottante ovunque, non solo in Europa, ma anche negli USA. Nelle scuole si fa un po`di tutto. In genere si pasticcia e le maggioranze politiche he governano gli stati propongono soluzioni talora bizzarre. Anche gli specialisti dell’educazione non concordano sul da farsi mentre le esperienze di pressapoco un secolo di immigrazioni massicce insegnano senza tergiversazioni cosa si dovrebbe fare come minimo: aiutare i clandestini , i figli degli immigrati e le madri a apprendere il più in fretta possibile la lingua locale; visitare le famiglie e spiegare loro gli usi e costumi locali. Ma cosa significa apprendere in fretta la lingua della comunità locale? Come farlo? Su questo punto purtroppo le indagini scientifiche divergono, le prove raccolte non sono convincenti. Si sa solo che non si possono riunire in una sola classe studenti o alunni immigrati o rifugiati con storie molto diverse alle spalle, con età diverse. Il fatto di provenire dallo steso paese non significa proprio nulla. Per esempio tra gli studenti o gli alunni turchi ci sono i curdi che non vanno d’accordo con gli ottomani, che hanno una cultura diversa dai loro connazionali. La cultura d’origine non ha nulla da condividere con la cultura nazionale che è spesso una costruzione folclorista, artificiosa, turistica.

 

Per concludere questa segnalazione vale la pena sottolineare il tempismo della rivista USA che dedica un numero monografico alla questione. A quando in una rivista pedagogica italiana un esame dei problemi scolastici dei giovani provenienti dall’immigrazione?