Presentazione del volume predisposto dalla Divisione delle migrazioni internazionali dell’OCSE sull’integrazione della popolazione immigrata nei paesi d’immigrazione.

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Equità sociale

La presenza di proporzioni più o meno elevate di popolazione immigrata nei Paesi dell’OCSE pone molti problemi d’integrazione che le politiche migratorie devono affrontare. L’istruzione è vista in certi casi , soprattutto per la popolazione giovanile, come un fattore e un indice del livello d’integrazione ma è anche un fattore di discriminazione e di segregazione. Le informazioni presentate in questo volume dimostrano che le discriminazioni permangono nonostante tutto e che a parità di circostanze la popolazione indigena è meno discriminata sia nel mercato del lavoro, che nell’accesso all’alloggio, alle cure mediche, all’istruzione. Purtroppo le informazioni sulla discriminazione degli immigrati sono carenti anche perché costano, oppure perché sono delicate da raccogliere per cui è difficile affrontare questa questione su vasta scala , con dati comparabili.

Tantissimi anni fa, una volta alla settimana, impartii quando mi trovavo ancora in Svizzera, lezioni di alfabetizzazione di base ad un bracciante agricolo della Valle del Gargano, Cosimo, che desiderava imparare a leggere ed a scrivere La moglie gli aveva portato in dote la terra, la tenuta agricola, gli animali e Cosimo aveva emigrato (credo che "aveva dovuto" anche se lui non me lo ha mai detto) al Nord per guadagnare soldi, e suppongo anche per avere voce in capitolo e per compensare la dote. Non ho mai capito bene la ragione della sua emigrazione ma ho intuito che era collegata al matrimonio. In ogni modo, l’analfabeta Cosimo, nullatenente, percorreva l’Europa dalla valle del Gargano alla Svizzera, trovava un lavoro e si arrabattava per farsi rispettare. Cosimo era un uomo intelligente, che non voleva essere sfruttato, né dalla moglie, né dall’amministrazione degli Stati che gestiscono le emigrazioni, né dai padroni. Si era rivolto al consolato italiano locale per seguire corsi di alfabetizzazione, ma questi sarebbero stati a pagamento e Cosimo non voleva spendere soldi per pagarli. Se fosse andato alla missione cattolica magari i corsi li avrebbe avuti gratis. Lui però non voleva sentirsi in debito con nessuno e non era pronto a farsi ricattare dai preti. Riteneva che era un suo diritto sapere leggere e scrivere e capire le scartoffie che doveva firmare e che gli istruiti avevano il dovere di insegnarli a leggere e scrivere. Non si sentiva in debito con nessuno, non voleva subire ricatti. Non aveva figli, la moglie era rimasta nel Gargano e lui semi-analfabeta percorreva l’Europa, pagava le imposte alla fonte, versava i contributi alla mutua, risparmiava per avere voce in capitolo nell’economia domestica. Questo tipo di immigrato esiste tuttora : un adulto povero in canna, un adulto con grane domestiche, un adulto che deve ripagare un debito. I rifugiati politici sono un’altra specie di emigrati per ragioni non strettamente economiche. Ce ne sono migliaia molti dei quali emigrano solo per salvare la propria pelle. Tra i clandestini che sfuggono alle statistiche ce ne sono parecchi. Questa popolazione non è comparabile agli immigrati della prima o della seconda o della terza generazione, che hanno mantenuto con il paese di origine poche relazioni, di solito di natura familiare o gastronomica e che per finire hanno anche dimenticato la lingua del paese d’origine perché non la parlano più. Questi immigrati sono più o meno assimilati ossia si sono integrati nel paese d’accoglienza, ne parlano la lingua, conoscono le regole che governano l’amministrazione locale, i costumi che governano la convivenza sociale. La gamma del mondo dell’immigrazione è vastissima. Non esiste una sola categoria di immigrati. 

L’indagine dell’OCSE

Il volume dell’OCSE [1]qui presentato (la versione in inglese è allegata) ha il pregio di proporre distinzioni che di solito non si fanno tra immigrati e immigrati anche perché le statistiche sono insufficienti o carenti per analizzare il livello d’integrazione sociale ed economica degli immigrati e dei loro figli. Il volume merita una segnalazione perché è la prima volta che l’OCSE va oltre le solite generalità che si dicono e si scrivono sulla popolazione immigrata. Il volume è il prodotto di un’indagine durata cinque anni, finanziata con contributi speciali del Canada, della Francia e della Norvegia (non dell’Italia sebbene in Italia si discuta molto di integrazione della popolazione immigrata e nonostante la tradizione migratoria rilevante dell’Italia fino ad un passato relativamente recente). L’OCSE ha svolto un’indagine in undici paesi sull’integrazione nel mercato del lavoro e nella società della popolazione immigrata e dei figli degli immigrati, e un’analisi dettagliata delle qualifiche e delle esperienze professionali degli immigrati, dei posti di lavoro occupati dagli immigrati nel mercato del lavoro, dell’integrazione dei figli degli immigrati nati nel paese d’immigrazione e "dulcis in fundo" delle discriminazioni di cui sono vittime gli immigrati.

La Divisione dell’OCSE delle migrazioni internazionali

Questo lavoro ha sfruttato il materiale raccolto nel corso di un quarto di secolo dalla Divisione delle migrazioni internazionali dell’OCSE, una divisione di cui si parla poco al di fuori delle cerchie specialistiche che però ha svolto e svolge un lavoro esemplare in questo campo, soprattutto contraddistinto dalla preoccupazione di evitare semplificazioni grossolane in un terreno assai minato. Il volume qui presentato contiene tra l’altro una serie di dati rilevanti sulla scolarizzazione dei figli di immigranti, dati molto più interessanti di quelli forniti dall’indagine PISA che è pure svolta dall’OCSE, ma da un altro dipartimento, indagine che ha sfruttato in maniera grossolana le poche informazioni sulla popolazione immigrata raccolte con il questionario rivolto agli studenti. Va da sé che lo sguardo riservato a questa popolazione permette di evidenziare aspetti oscuri o in chiaro-oscuro dell’equità dei sistemi scolastici, delle discriminazioni sociali rispetto all’istruzione che sussistono negli apparati scolastici, ed infine di mostrare i limiti dei sistemi scolastici quando si ha a che fare con le discriminazioni sociali. L’educazione multiculturale o interculturale che fu molto alla moda nelle politiche scolastiche alcuni decenni or sono non è che una parvenza di soluzione della discriminazione che serve a mascherare la funzione di riproduzione delle disuguaglianze sociali rispetto all’istruzione, ruolo che la scuola svolge assai bene, con gran classe direi. Tutte le statistiche prodotte nel volume sono pubbliche e possono essere consultate cliccando qui .

 

 

Struttura del documento

In questa presentazione ci limiteremo a riprendere alcuni aspetti emergenti del capitolo cinque dedicato alla scolarizzazione dei figli dell’immigrazione e ad alcune considerazioni che sembrano molto pertinenti esposte nel capitolo finale nel quale si affronta il tema scottante della discriminazione e si tentano di identificare i fattori discriminanti a parità di condizioni tra indigeni e immigrati. La nazionalità, il passaporto che si detiene, è un fattore discriminante, oppure discriminante è la classe sociale oppure semplicemente il nome che si porta o la religione che si pratica ? Questo è indubbiamente l’elemento cruciale sul quale occorre lavorare per evidenziare come i sistemi scolastici così come sono stati finora concepiti e gestiti non facciano altro che riprodurre le disuguaglianze sociali esistenti nella società.

Gli altri capitoli trattano i seguenti argomenti :

  • Capitolo 1 : indicatori di contesto
  • Capitolo 2 : reddito domestico
  • Capitolo 3 : alloggio
  • Capitolo 4 : situazione sanitaria e accesso alle cure mediche
  • Capitolo 6 : mercato del lavoro
  • Capitolo 7 : caratteristiche dei lavori svolti dagli immigrati
  • Capitolo 8 : partecipazione alla vita civica

 

Le indagini internazionali comparate sulla situazione della popolazione immigrata sono sempre molto ardue, soprattutto perché le definizioni riguardanti lo statuto di immigrato non concordano da un paese all’altro. Quindi succede spesso che si comparano situazioni assai diverse che sarebbero tra loro incomparabili. Questa imprecisione mette in difficoltà la ricerca scientifica sui fenomeni migratori e rende sospetti molti discorsi sull’immigrazione.

Livello di istruzione dei figli di immigrati nati nel paese di immigrazione

Purtroppo il capitolo cinque che tratta di questa questione è assai deludente come lo comprova il fatto che vi sono dedicate soltanto sette pagine e che contempla solo tre indicatori. La delusione deriva dal fatto che i compilatori del volume si sono limitati ad utilizzare i dati provenienti dall’indagine Pisa e non hanno invece prodotto nuove informazioni più puntuali sfruttando l’occasione loro offerta dall’indagine svolta sul mercato del lavoro o dalla possibilità di sfruttare altre fonti di dati. Probabilmente i compilatori sono stati costretti a rispettare le competenze territoriali esistenti tra i vari dipartimenti all’interno dell’OCSE e si è loro ingiunto di limitarsi alle statistiche fornite dall’indagine Pisa. Molto più interessante invece è l’inquadratura iniziale del capitolo, davvero corta, nella quale si formulano alcune idee pertinenti riguardanti l’istruzione dei figli di emigrati nati nel paese di immigrazione. In questa presentazione si afferma tra l’altro che la situazione nel mercato del lavoro è utilizzata sovente per misurare il livello di integrazione sociale mentre invece i livelli di istruzioni non sono considerati come un prodotto delle procedure di integrazione poiché la maggioranza degli immigrati sono stati scolarizzati nel paese di origine oppure in quello da cui provengono (dati in merito non ce ne sono). Ciò però non sarebbe valido per i bambini nati nel paese di immigrazione, cresciuti nel paese di immigrazione e scolarizzati nel paese di residenza. Il loro livello d’istruzione è senza dubbio un indice principale d’integrazione, un termine di confronto unico dell’integrazione e delle sue implicazioni su vasta scala. È difficile infatti ritenere immigrati i nati nel paese di residenza, i bambini cresciuti in questo paese e scolarizzati nelle scuole per l’infanzia o nella scuola dell’obbligo. Questi bambini sono una categoria a sé stante che non può essere assimilata a quella degli immigrati. Le competenze cognitive personali, le condizioni d’alloggio, l’ambiente domestico e le caratteristiche socioeconomiche della famiglia (in particolare il livello di istruzione dei genitori) sono alcune delle variabili determinanti più importanti dei risultati scolastici individuali. Anche la lingua parlata a casa è un fattore chiave che incide sulle competenze linguistiche di questi bambini (ma ciò non è detto, come lo dimostrano alcune analisi svolte nel Piemonte dove si è constatato, cito a memoria, che le bambine quindicenni che a casa parlano italiano conseguono punteggi peggiori in uno dei test di PISA svolto nel 2003 delle compagne immigrate che invece in casa non parlano italiano), ma si dovrebbe aggiungere che si dovrebbe considerare anche la lingua che i bambini parlano andando a scuola, durante la ricreazione, fuori dalle mura della scuola, che non è sempre né quella domestica né tanto meno quella ufficiale dell’insegnamento scolastico. I sistemi scolastici ignorano sovente questo plurilinguismo tipico dei figli degli immigrati nati nel paese di immigrazione. Ci sono poi altri fattori che incidono in maniera negativa sulla scolarizzazione di questi bambini ed in particolare il fatto che una proporzione elevata dei figli di immigrati vengono indirizzati verso istituti scolastici frequentati in maggioranza da alunni e studenti che provengono da famiglie svantaggiate, che sono iscritti in scuole connotate negativamente e che sono orientati verso corsi etichettati come corsi specializzati per la popolazione immigrata. La conseguenza di questa politica scolastica sovente è un’ istruzione di bassa qualità. Nel capitolo si insiste ancora sulla correlazione positiva esistente tra la frequentazione delle scuole per l’infanzia e i risultati in lettura a 15 anni. Questo è davvero un esercizio funambolico molto azzardato perché tra la fine della scuola dell’infanzia e il momento nel quale viene somministrato il test Pisa a 15 anni intercorrono quasi 9 anni di scuola e 9 anni di vita durante i quali può succedere di tutto. Stabilire quindi la presenza di una correlazione diretta tra la pre- scolarizzazione e i punteggi conseguiti nel test di Pisa sulla comprensione in lettura è molto azzardato. In conclusione, questo capitolo non è soddisfacente e lascia alquanto perplessi. Ci vorrebbe ancora molto lavoro, quindi occorrerebbero molte risorse, per conoscere meglio come si svolge la scolarizzazione dei figli di immigrati nati nei paesi di immigrazione e scolarizzati in questi paesi.

Origine e sussistenza delle discriminazioni

Le discriminazioni a scapito degli immigrati sussistono nonostante i profili e la durata dell’immigrazione. Il capitolo nono sulla discriminazione è di una decina di pagine ed avrebbe potuto essere più sostanzioso considerato il tema trattato. Il pregio principale di quest’ultimo capitolo risiede da un lato nel chiarimento del concetto di discriminazione come vedremo tra poco, e dall’altro dal ricorso a un insieme di dati statistici proveniente da indagini eccellenti che non sono state svolte dall’OCSE nonché da due indagini svolte in due paesi soltanto tra la trentina dei paesi dell’OCSE e la cinquantina e più di paesi che partecipano all’indagine Pisa, ossia l’indagine sociale del Canada [2] le indagini sociali europee (ESS) condotte tra il 2000 e il 2010 e l’indagine sociale della Nuova Zelanda. Queste indagini forniscono informazioni molto buone per capire le origini delle discriminazioni di cui sono vittime gli immigrati, sia quelli recenti che quelli delle ondate migratorie anteriori. Poco o nulla invece è detto in questo documento dei conflitti esistenti fra le varie ondate migratorie, delle tensioni che si manifestano all’interno stesso del mondo dell’immigrazione e questa è una lacuna assai grave in un documento chi ambisce a chiarire come si svolgono le strategie di integrazione della popolazione immigrata.

Persistenza delle discriminazioni

Come sua abitudine quando si tratta di affrontare questioni scottanti, l’OCSE si guarda bene dall’offrire una definizione della discriminazione. Il documento è soprattutto il prodotto di specialisti della statistica e non di sociologi o di filosofi. Qui ci vorrebbe almeno un accenno a Foucault, ma all’OCSE le poche persone che potrebbero approfondire questi temi non possono esprimersi. In ogni modo, all’interno dei paesi dell’OCSE diversi indicatori suggeriscono la persistenza di svantaggi considerevoli a danno degli immigrati che perdurano nel tempo e che ostacolano le strategie di integrazione non soltanto degli adulti ma anche della loro discendenza nata nel paese di residenza. Molti indicatori segnalano che quando si comparano diverse variabili della popolazione immigrata con variabili analoghe della popolazione indigena, il primo gruppo incontra ostacoli e subisce condizioni peggiori che non il secondo della popolazione indigena. Gli svantaggi sono manifesti, per esempio, nel settore del mercato del lavoro oppure nell’accesso all’alloggio. Soltanto una parte di questi svantaggi può essere spiegata da differenze nelle caratteristiche socioeconomiche come per esempio l’età, il livello d’istruzione, il reddito o le esperienze lavorative. Lo svantaggio persiste anche quando si tiene conto di questi fattori. Questa situazione vale anche per i figli degli immigrati nati nel paese di residenza, istruiti nel paese di immigrazione, i quali, per principio non dovrebbero essere confrontati agli stessi ostacoli ai quali i si urtano i loro genitori.

Una ragione che potrebbe spiegare la persistenza di questi svantaggi può risiedere nella discriminazione contro gli immigrati e la loro discendenza, in altri termini, ma l’OCSE non osa utilizzare questo lessico, nella presenza di una dose di xenofobia non solo nella popolazione ma anche nell’apparato amministrativo, poliziesco, scolastico e nel settore privato. La xenofobia si potrebbe trovare forse anche tra il corpo insegnante in forma larvata, ma per ora si evita con cura di impostare indagini su vasta scala su questa questione forse anche perché i finanziatori possibili che sono o i governi o le grandi fondazioni private non hanno un interesse pronunciato per indagare questo aspetto, preferiscono probabilmente che non lo si tocchi. In ogni modo questo capitolo apre uno squarcio su queste questioni e si serve di alcune statistiche originali sulla discriminazione di cui sono vittima gli immigrati e la loro discendenza.

 

[1] Settling In : OECD Indicators of Immigrant Integration 2012

[2] Il "Canadian General Social Survey"

Les documents de l'article

OECD_Immigrants_2012.pdf