La riforma del sistema scolastico è un compito titanico. I sistemi scolastici sembrano ovunque anchilosati. I progetti di riforma si susseguono e falliscono uno dopo l’altro. Pochi riescono e le analisi dei fattori di sucesso sono rare. Quale strategia adottare per riformare la scuola ? A questa domanda risponde un documento che raccoglie i punti di vista dei cinque leaders delle massime organizzazioni di riforma della scuola pubblica operanti negli USA.

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Strategie per un’efficace riforma scolastica

Un documento prezioso della rete USA di riformisti del sistema scolastico pubblico (PIEn) : Schools in High Gear:Reforms That Work When They Work Together.

Complessità dei sistemi scolastici

I sistemi scolastici sono meccanismi complessi, composti da ingranaggi multipli, articolati tra loro, che vanno trattati con grande oculatezza come per l’appunto fa un orologiaio quando per riparare orologio ne deve aprire la scatola. Non si possono quindi proporre riforme scolastiche settoriali, come potrebbe essere per esempio l’adozione di standard minimi per tutte le scuole di un paese senza ragionare sull’organizzazione dei curricoli, sulla preparazione degli insegnanti, sulle modalità di valutazione, sulle strutture di sostegno necessarie per attuare la riforma. Oppure, caso questo molto noto in Italia, non è possibile sancire l’autonomia delle scuole senza disporre di un apparato nazionale di valutazione del sistema scolastico che funzioni da bilanciere, senza una preparazione adeguata degli insegnanti, senza un sostegno oculato delle scuole che non riescono a diventare autonome, a rendere conto di quel che fanno. Non a caso, la riforma dell’autonomia scolastica in Italia è stato un buco nell’acqua.

I sistemi scolastici sono eterogenei

In un sistema scolastico si trova di tutto : dirigenti straordinari, competenti, che non lesinano sul loro tempo di lavoro, creativi e dirigenti invece passivi, apatici, burocratici al massimo, oppure scuole brillanti, che conseguono risultati spettacolari, nei quali è piacevole andare, e scuole invece disastrose, dissestate, lasciate andare alla deriva. Nei sistemi scolastici in genere coesistono situazioni diverse. Solo in pochi sistemi scolastici prevale l’omogeneità della qualità delle prestazioni nel senso dell’eccellenza. Queste sommarie indicazioni impediscono di coltivare illusioni sui benefici di una riforma scolastica unica, monoforme, che funziona come una bacchetta magica. Basta servirsene per riuscire a trasformare in un paradiso terrestre l’ insieme del sistema scolastico e modificare a bacchetta l’insieme delle scuole, gli atteggiamenti di tutti i dirigenti e i comportamenti di tutti gli insegnanti. Per questa ragione, le riforme scolastiche univoche, dettate da interessi per un particolare problema imposto da approcci ideologici o dottrinari, come per esempio quello della concorrenza tra scuole, sono destinati a fallire soprattutto se non contemplano le articolazioni con quanto sta attorno alla scuola, con quanto viene prima e quanto viene dopo al livello scolastico che si prende in considerazione, ovverosia se non ci si cura delle variabili che interconnettono tra loro le componenti del sistema scolastico. Molte riforme scolastiche sono parziali, ossia dettate da considerazioni dottrinali , imperniate attorno a proposte isolate dai meccanismi nei quali si trovano e sono quindi destinate a naufragare. La gestione di una riforma scolastica è un’operazione delicata che obbliga a prendere in considerazione le interazioni che esistono fra fattori molteplici. Solo a questa condizione la riforma scolastica ha una certa possibilità di riuscita, ossia può riuscire a cambiare lo status quo.


Strategie di cambiamento

Al posto di lavorare con il "cacciavite", metafora simpatica utilizzata alcuni anni fa nel dibattito politico scolastico in Italia, che per molti versi fa pensare agli strumenti di cui dispone l’orologiaio che ha a che fare con gli ingrangaggi di un orologio, si potrebbe realizzare una riforma scolastica con una tecnica del tutto diversa, radicale, che consiste a cambiare di colpo in bianco tutto il sistema scolastico. Questa tecnica può talora riuscire ed in certi casi in effetti ha permesso di modificare dal mattino alla sera un sistema scolastico. Questo per esempio è successo in Nuova Zelanda nel 1989, con la riforma "Tomorrow’s Schools". Questi però sono casi rarissimi ed anche nel sistema scolastico neozelandese non tutto è filato liscio come lo hanno constato analisi e risultati raccolti alcuni anni dopo.

Dunque probabilmente ci sono poche speranze di cambiamento dei sistemi scolastici allo stato attuale perché gli interessi di parte in giuoco sono troppo numerosi. I sistemi scolastici sono diventati talmente complessi da impedire qualsiasi cambiamento o qualsiasi tentativo di cambiarli dall’esterno. C’è sempre nascosto in qualche angolo recondito del sistema scolastico un gruppo di interesse ultra-potente in grado di frenare qualsiasi tentativo di riforma. E’ quindi più che probabile che in futuro si assisterà come è stato il caso in questi ultimi anni ad una lunga litania di insuccessi, di piagnistei, di riforme abortite che permetteranno ai sistemi scolastici di sopravvivere fin quanto non interverrà una catastrofe naturale maggiore che li farà crollare di colpo come può cadere una mela putrescente dall’albero.

Rompicapi USA

Da decenni negli USA si tenta a livello federale o a livello di stati di riformare il sistema scolastico per renderlo più giusto, più efficace, migliore, soprattutto laddove fa acqua ed è mediocre, ossia negli stati del sud e nei quartieri poveri delle metropoli. Cinque organismi nazionali americani che svolgono un ruolo di primo piano nella politica scolastica, riuniti nelconsorzio PIE [1] hanno prodotto un documento in comune per uscire dalla fase di stallo nella quale si trovano le riforme scolastiche negli Stati Uniti. Le cinque associazioni riconoscono che talune questioni riguardanti la scuola non devono più essere un oggetto di contese ideologiche e dovrebbero invece diventare un terreno d’intesa tra operatori di diversa sensibilità politica. Il documento che è allegato a questo articolo [2]è una raccolta di saggi scritti dai leader carismatici di queste associazioni i quali concordano su talune idee ritenute cruciali per l’impostazione delle riforme scolastiche, su come queste idee hanno cambiato nel tempo e su come devono continuare ad essere approfondite mettendo in evidenza le interfacce che le collegano. Riprendo qui di seguito la sintesi svolta dal direttore esecutivo della rete PIE Suzanne Tacheny Kubach.

Le scuole devono avere chiari obiettivi d’apprendimento



Nel saggio iniziale Chester Finn dell’istituto Thomas F. Fordham asserisce che qualsiasi cambiamento non può che iniziare con un sistema di obiettivi chiari, rigorosi d’apprendimento accompagnati da valutazioni svolte regolarmente e da relazioni sistematiche sui progressi ottenuti.

Finn è un sostenitore degli standard. Da anni è mpenato negli USA per fare adottare nei 50 Stati americani identici standard di apprendimento perché ritiene che questa sia la sola soluzione che migliora la qualità dell’istruzione considerata l’incompetenza di molti amministratori della scuola, le carenze di molti insegnanti e la cultura che impera nelle scuole. Finn però sostiene, a giusta ragione anche che non basta predisporre standard collettivi, che questi non si realizzano automaticamente. Senza insegnanti competenti, senza un sistema efficiente di rendicontazione, senza risorse distribuite in modo equo, e senza politiche di sostegno adeguate, standard e valutazioni non serviranno granché oppure serviranno soltanto a reperire i punti deboli del sistema ma non a emendarli.


L’equità

Ulrich Boser and Cynthia Brown, vice-presidente del Centro per le politiche scolastiche nel Centro per il progresso americano [3] descrivono come ha evoluto nella scuola pubblica americana la sensibilità e l’attenzione verso un’uguaglianza di base dell’opportunità d’ istruzione e formazione e come altri obiettivi politici dello stesso tipo sono apparsi nel dibattito politico sulla scuola negli Stati Uniti. Per esempio, il dibattito sugli standard e la valutazione. L’attenzione per i problemi di giustizia e equità scolastiche sono slittate da una politica imperniata sull’uguaglianza degli input ad una incentratra sui risultati e dunque sulla valutazione delle risorse stanziate per ridurre la disparità di risultati scolastici.

La qualità del corpo insegnante

Dalla discussione sull’equità e sulle disuguaglianze sociali di fronte all’istruzione si passa naturalmente alla riflessione sull’ efficacia e la competenza degli insegnanti. Come sono preprati gli insegnanti per risolovere queste questioni ? Quale è il loro livello di competenza ? Sono all’altezza ? Oppure sono in maggiornzanza arroganti e non accettano lezioni, rifiutano di cambiare la "routine" e le abitudini di lavoro ? affrontata nel saggio preparato illustra una sinergia esistente tra questi valori. La presidente del Consiglio nazionale sulla qualità degli insegnanti [4] Kate Walsh sostiene che la transizione dal concetto di "qualità degli insegnanti" a quello di "efficace degli insegnanti" è possibile solo con l’applicazione di sistemi di valutazione degli insegnanti effettuati con il ricorso a test dei risultati conseguiti dagli studenti.


Maggiori opportunità nella scelta della scuola

Il sistema in auge ovunque almeno nel settore della scuola dell’obbligo associa la scuola da frequentare all’indirizzo di residenza. In genere non eiste a questo livello libertà di scelta della scuola. Su questa questione le riforme scolastiche di questi ultimi vent’anni hanno sbattuto la testa contro il muro. C’è chi propende per un allentamento dei criteri di scelta della scuola da frequentare e c’è chi si oppone in nome dell’equità e della giustizia. Per taluni la libertà di scelta è un fattore di miglioramento delle scuole, un incentivo efficace al cambiamento, per altri è un disastro sociale che aggraverebbe le ingiustizie sociali di fronte all’istruzione e alla formazione. L’’istituto Thomas B.Fordham negli USA da un ventennio milita per trovare una soluzione a questo problema che non penalizzi la scuola pubblica e non danneggi gli studenti dei ceti poveri. Michael J. Petrilli, che è il numero due dell’istituto dopo Finn. analizza gli obiettivi fondamentali che concorrono alla scelta della scuola da parte delle famiglie e spezza ancora una lancia per la soluzione delle "charter schools ", ossia delle scuole statali liberate da molti obblighihi regolamentari e date in franchigia ad associazioni di vario genere Petrilli ammette però che anche le scuole "charter" non sempre hanno corrisposto alle aspettative in loro riposte. La soluzione non è affatto magica. Questo è un riconoscimento importante da parte di uno dei membri dell’istituto che è stato il capofila del movimento in favore delle "charter schools" negli Stati Uniti. Idealmente, le "charter schools" erano state inventate per pungolare i sistemi scolastici ed per incitare tutte le scuole a tendere versol’eccellenza. Il movimento delle charter era in concorrenza con le politiche scolastiche tradizionali denunciate come sterili. Laddove i sistemi scolastici statali fallivano, in particolare quando avevano a che fare con una popolazione studentesca vulnerabile, le charter avrebbero dovuto fornire le opzioni scolastiche attese per colmare il vuoto come per esempio la rendicontazione, la flessibilità di interventi, l’originalità delle risposte pedagogiche di fronte al tipo di domanda d’istruzione, la rapidità nel cambiamento. Purtroppo ciò non è successo. In ogni modo la questione della scelta della scuola resta sul tappeto. E’ finora irrisolta : le soluzioni attuate non hanno corretto le ingiustizie sociali di fronte all’istruzione. Solo nei sistemi scolastici nei quali la carianza tra scuole è minima (come per esempio in Finlandia, in Svezia o in Canadà) si è riusciti ad offrire un servizio d’istruzione relativemente omogeneo ovunque , tale dunque da rendere irrilevante la questione. Petrilli pone bene il problema ma si sbaglia nella soluzione. Per lui la questione non è tanto quella di sapere se le famiglie debbano o meno disporre di una facoltà di scelta, ma quanto ampia debba essere questa libertà. Petrilli non allude all’altra soluzione che mira a rendere omogenee tra loro le scuole. Forse la situazione esistente negli USA rende impensabile questa via. Non abbiamo elementi in mano per giudicare la pertinenza dell’opzione scelta da Petrilli.



Promuovere le innovazioni

 

I sistemi scolastici sono anchiolosati, impantanti in falsi problemi, sono in genere inerti e adottano strane strategie di cambiamento. Robin Lake, direttore aggiunto del Centro per rilanciare la scuola pubblica [5] sostiene che per realizzare riforme scolastiche che mantengono le promesse occorrono creatività nonché una grande capacità di gestione delle innovazioni. Orbene questi due obiettivi sono inafferrabili e irraggiungibili se non sono un oggetto direttamente trattato sul piano politico, se non sono un obiettivo specifico delle politiche scolastiche. L’autore annota anche che le strategie per migliorare l’innovazione devono includere valutazioni rigorose e flessibilità fiscale. Da un certo punto di vista sembra alquanto strano ritrovare a quarant’anni di distanza considerazioni sulle modalità di gestione dell’innovazione che erano state sviscerate in modo molto sistematico sul piano internazionale tra il 1970 al 1975 con contributi provenienti da ricercatori che oggi sono ormai in pensione.

La rendicontazione (Accountability)


La rendicontazione è certamente il cavallo di battaglia principale di tutte le recenti riforme scolastiche ed è presentata come il dividendo ineluttabile quando tutti gli altri obiettivi elencati in precedenza sono conseguiti. Secondo le teorie in voga, una volta che sono stati accettati e adottati gli standard, dopo aver creato le scuole "charter", eccetera, eccetera, si arriverà alla rendicontazione. La pressione dei cambiamenti indotti da tutte le modifiche elencate fin qui genererà automaticamente un sistema di rendicontazione. Purtroppo, occorre però riconoscere che le riforme dei sistemi scolastici impostate secondo i principi illustrati poco fa non sfociano affatto nella rendicontazione. Le abitudini del passato sono talmente incallite da vanificare qualsiasi pressione a favore della rendicontazione. 

Occorre quindi cambiare rotta ed affermare che la rendicontazione è una politica a sé stante, un obiettivo strategico indipendente che va posto sullo stesso piano degli altri obiettivi politici. Lo afferma Bill Tucker, direttore esecutivo di Education Sector. Tucker è riconosciuto come uno dei massimi specialisti della rendicontazione delle scuole degli Stati Uniti, tema al quale dedica tuttora la maggioranza dei suoi interventi pubblici. Osservando da vicino le difficoltà nelle quali incespicano molte scuole sulla soglia della rendicontazione,Tucker ha messo in evidenza le molteplici barriere che ostacolano la realizzazione di una rendicontazione effettiva.

Ognuno di questi brevi saggi tratta un tema comune : gli obiettivi politici delle riforme scolastiche sono spesso trattati in modo astratto, come questioni a se stanti, avulse dal contesto, che possono essere risolte per conto proprio. Questa concezione è del tutto errata. Questo è il nocciolo del documento. Le cosiddette "grandi riforme" della scuola riescono meglio quando si articolano tra loro i temi che le contraddistinguono, quando sono articolate con tutte le altre strategie di cambiamento. Le modalità di riforma sono quindi una questione meritevole di essere analizzata come tale, di per sé. Questo è un passo da compiere se si vogliono evitare grossolani errori che vanificano tutti tentativi attuati per correggere lacune, limiti e carenze sociali dell’offerta di istruzione e formazione.

[1] Acronimo per "Policy Innovators in Education", che è una rete di associazioni militanti per il miglioramento della scuola statale

[2] Nella versione originale in inglese

[3] Center for American Progress

[4] National Council on Teacher Quality (NCTQ)

[5] Center on Reinventing Public Education(CRPE)

Les documents de l'article

Schools_in_High_Gear_March_26_2011.pdf