Rapporto dell’ Agenzia Nazionale di lotta contro l’analfabetismo (ANLI), 2007

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I metodi d’insegnamento recenti sono efficaci ?

Il 9% della popolazione adulta tra i 18 ed i 65 anni, che vive in Francia e che soprattutto è andata a scuola in Francia, non sa né leggere né scrivere in maniera sciolta e corretta. Non è analfabeta nel vero senso della parola ma di fornte ad un testo si trova in difficoltà a capirlo e se deve scrivere non riesce a concludere una semplice frase in modo che sia comprensibile per chi la legge. Queste persone, andate a scuola nel dopoguerra, costituiscono un gruppo di 3 milioni di persone che il servizio statale d’istruzione non è riuscito ad attrezzare con gli strumenti necessari per difendersi nella società dei media.

Illettrismo in Francia

Per la prima volta, nel 2004-2005 è stata svolta in Francia, nel territorio metropolitano che non comprende cioè i dipartimenti d’oltremare, un’indagine su un campione rappresentativo della popolazione composto di 10 000 persone adulte tra i 18 e i 65 anni con un indirizzo personale fisso. [1] L’indagine è stata effettuata dall’INSEE (Institut National de la Statistique et des Etudes Economiques) (più o meno l’equivalente dell’ISTAT in Italia) che ha inserito nella propria indagine “Information et Vie Quotidienne” , un modulo (detto modulo ANLCI) per misurare dell’illettrismo degli adulti.

Il rapporto testé pubblicato e che qui segnaliamo presenta ed analizza i risultati dell’indagine che permette di farsi un’idea dell’importanza del fenomeno in una società democratica complessa, in piena trasformazione, nella quale le modalità di comunicazione e trasmissione delle informazioni nonché quelle di accesso alle conoscenze e beninteso anche i codici che ne - regolano le modalità di appropriazione e di usufrutto, non sono più quelli che erano in vigore fino a poco tempo fa. Le conseguneze di queste trasformazioni non si possono ancora delineare in modo preciso, ma è probabile che abbiano conseguenze non irrilevanti sui comportamenti individuali in funzione del loro livello d’istruzione. Non si possono sottovalutare i rischi di un’accentuazione delle disuguaglianze di fronte alle conoscenze.

Indagini di questo tipo sono necessarie per impostare politiche ad ampio respiro dell’istruzione, della sanità (ci sono vari indizi che dimostrano il nesso esistente tra livelli di istruzione e salute), della cultura e del lavoro.

I dati in breve

Dei 3 milioni di persone incapaci di leggere e capire un testo semplice, più della metà (1,5 milioni) superano i 45 anni. Più si è giovani meno alta è la proporzione dei pessimi lettori. Nella fascia di età compresa tra i 18 ed i 25 anni , il 4,5% si ritrova in questa categoria; nella fascia di età compresa tra i 26 ed i 35 anni, la proporzione sale al 6%. Più si avanza negli anni, più numeroso è il gruppo delle persone con scarse competenze in lettura: il 13% nella fascia d’età compresa tra i 46 ed i 55 anni; il 14% tra i 56-65 anni.

I 56enni sono nati nel 1951 ed hanno grosso modo frequentato la scuola elementare tra il 1957 ed il 1962. Orbene, il 74% delle persone con bassissime od insufficienti competenze in lettura a 5 anni parlava francese a casa. Le loro difficoltà non sono quindi imputabili all’ondata migratoria di quegli anni anche perché si constata che in questo gruppo sono più rappresentati coloro che parlavano una lingua regionale che non gli stranieri.

Come ci si poteva aspettare, gli uomini sono più numerosi delle donne ad essere in difficoltà nello svolgere in modo autonomo compiti semplici, a capire un testo elementare, a scrivere due righe comprensibili. Invece, contrariamente a quando ci si aspetta di solito , non si sono differenze tra zone urbane e zone rurali. Le persone in difficoltà a svolgere questi compiti si rtirovano pressappoco nella stessa proporzione ovunque.

Un rapido commento

Due rilievi si impongono:

- il primo riguarda la necessità di prevenire la perdita delle competenze acquisite a scuola. I risultati delle ricerche internazionali di questi ultimi anni sulle competenze degli adulti ( IALS, ALL) concordano su questo fenomeno: con il passare degli anni e la mancanza di esercizio si perde quanto è stato acquisitinel periodo scolastico. Occorre quindi predisporre iniziative adeguate per impedire o frenare la disgregazione delle competenze scolastiche per consolidare le competenze di base, la capacità a leggere ed a capire un testo, a svolgere calcoli semplici. Se non si fa nulla in questo senso, più gli anni passano, più si corre il rischio di trovarsi in difficoltà nello svolgere compiti semplici od a capire quando succede nel mondo oppure come sta cambiando quello nel quale si vive tutti i giorni .

Per altro, sono i più poveri, i meno fortunati che costituiscono il grosso di questo gruppo. Le persone a rischio di diventare quasi analfabete, non sono i dirigenti, gli intellettuali, i periti. I corsi per adulti od i corsi di perfezionamento professionale nonché l’educazione permanente sono accapparati da chi ha già un buon livello d’istruzione e non da chi non l’ha, come invece dovrebbe essere. Questo è una delle sfide politiche da risolvere per far sì che la vecchiaia non diventi un incubo per i molti che fanno fatica a scampare il lunario.

- il secondo riguarda il ruolo della scuola. I riferimenti cronologici citati poc’anzi potrebbero far pensare che ci sia un nesso tra i risultati ed i metodi d’insegnamento o la didattica della scuola. Orbene, non si può sostenere che esista un rapporto di causa- effetto tra questi risultati e la didattica scolastica, perché le variabili che concorrono a determinare le competenze in lettura od in scrittura a 50 o 60 anni sono molto numerose. Per ora è impossibile spurgare l’influsso di queste variabili non scolastiche per misurare il solo effetto scuola sulla padronanza delle competenze di base misurata dopo che si è lasciata la scuola, talora a dieci o vent’anni dalla fine dell’istruzione scolastica iniziale. Tuttavia, non si può non rilevare che le generazioni giovani sono anche quelle che danno i migliori risultati.

Quest’osservazione potrebbe indurre a ritenre che i metodi scolastici recenti non sono così disastrosi come lo ritengono ampie frange della popolazione. Alla luce di questi risultati sembrerebbe che le giovani generazioni se la cavino meglio nei test di competenze di base che non le generazioni delle fasce d’età più avanti negli anni. L’effetto età conta certamente; anche l’effetto cultura, e non si può neppure del tutto escludere un effetto scuola. Quanto l’istruzione scolastica iniziale conti è però molto difficile per ora saperlo.

[1] Sono state esclusi i detenuti, le persone senza domicilio fisso, i membri delle congregazioni religiose, le persone ricoverate negli ospedali od in altre istituzioni di cura, al momento dell’indagine, gli studenti residenti nei collegi universitari.

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