Due temi dominanti: l’assenza di simmetria tra benessere sociale da un lato e livelli d’istruzione dall’altro; gli effetti perniciosi dell’inflazione di diplomi. Un campanello d’allarme: le politiche espansionistiche della scuola sono perniciose perché alimentano l’inflazione dei diplomi e discreditano la scuola alla quale si chiede di svolgere compiti che non sono di sua competenza.

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La scuola conta ma fino a un certo punto

Un libro contro corrente, critico nei confronti della tradizione della sociologia francese sulla scuola: gli autori denunciano le tendenze inflazionistiche predicate dalle organizzazioni internazionali, dalle organizzazioni sindacali e applicate in molte riforme scolastiche. Libro difficile da capire per l’Italia dove vige un quadro scolastico diverso poiché la scuola è presa sottogamba dalla classe politica e dall’opinione pubblica che accetta e subisce un servizio scolastico al ribasso. Il libro merita nondimeno di essere letto e discusso per l’originalità dell’impostazione. Un grande libro di educazione comparata.

François Dubet, Marie Duru-Bellat, Antoine Vérétout, Les sociétés et leur école, Editions du Seuil, 2010 - 211 pages, 21 €

(Traduzione libera dal francese arricchita di commenti di documenti pubblicati nel sito francese "Le Café pédagogique")

 

A furia di alimentare la mitologia di una scuola che redime da tutti i mali della società, gli autori di questo libro, François Dubet, Marie Duru-Bellat, Antoine Vérétout, che sono tra i sociologi dell’educazione più originali in azione in questi anni in Francia, affermano che si è giunti al punto da scordare il ruolo educativo della scuola. Il libro è consacrato ai rapporti tra società e scuola. Si parte dalla constatazione che oggigiorno ci si aspetta di tutto dalla scuola e la si accusa di essere incapace quando non riesce a soddisfare le esigenze della clientela, anche se la scuola non può fare granché perché quanto le si richiede non è di sua competenza. Le attese smisurate nei confronti della scuola sono all’origine della perdita di credibilità di cui essa soffre nella maggioranza delle società contemporanee. La scuola non è più un polo di riferimento per l’organizzazione sociale.

Gli autori del libro propongono un insieme di analisi comparate illustrate da cifre che mostrano quanto siano complesse le relazioni tra un insieme di sistemi sociali tra loro comparabili e i sistemi scolastici e concludono che è ora di cercare altrove i mezzi per realizzare una società giusta, che si deve smettere di attribuire alla scuola responsabilità che non ha e che non può assumere.

Indicatori chiave dai quali partire


Con quali dati si possono esaminare e comparare le relazioni complesse tra scuola e società? Questo è un grande tema, un classico del passato, sul quale si sono scritti volumi molto dotti, una manna per i pedagogisti degli anni Cinquanta e Sessanta. Questa volta si ritorna sulla scena ma la si trattata diversamente, con uno sforzo encomiabile di documentazione empirica, sfruttando al meglio la massa di dati prodotti in questi ultimi anni dalle indagini internazionali. Da questo punto di vista, il libro è senz’altro una novità e dovrebbe stimolare la curiosità e l’interesse dei lettori, in particolare di coloro che sono interessati a questo problema eminentemente politico.

Gli autori propongono di prendere in considerazione due tipi di variabili, una più oggettiva e misurabile, l’altra più soggettiva:

  • l’integrazione sociale;
  • la coesione sociale.

Questi due criteri, che sono molto in voga nell’ambito pedagogico, presuppongono entrambi una certa rappresentazione della società, ossia diventano importanti se ci si rappresenta la società come un insieme organizzato e armonioso. Il servizio scolastico in questo caso dovrebbe essere un vivaio di cittadini efficaci e tra loro solidali.

Nella società, il grado di integrazione è dato dalla misura delle disuguaglianze (redditi, trattamento delle minoranze) e dal dinamismo del mercato del lavoro (dimensione della disoccupazione). La coesione sociale invece corrisponde al capitale sociale, all’intensità della rete relazionale e alla fiducia verso le istituzioni, verso il prossimo, verso se stessi.

Nella scuola, l’integrazione prende la forma della capacità a scolarizzare lungamente e con profitto gli studenti (livello comune di conoscenza elevato e debole divario nella ripartizione dei diplomi tra i ceti sociali) e la coesione si manifesta sotto forma di un clima di lavoro sano, è poco conflittuale, di uno stile pedagogico che genera il sentimento di appartenenza a una comunità dinamica, nella quale si è rispettati, dove si stimola e si rafforza la fiducia in sè e nelle istituzioni.

Assenza di simmetria tra sistema sociale e sistema scolastico

I risultati dell’indagine rivelano una chiara assenza di simmetria: ci si aspetterebbe che una scuola giusta produca una società giusta, e che in una società disuguale ed ingiusta, ci sia un sistema scolastico in cui prevale una sfrenata competizione individuale, il quasi-mercato tra istituti per contendersi i bravi studenti , l’individualismo. Orbene, non sembra che questo sia proprio il caso: a parte qualche eccezione (in particolare i paesi scandinavi) la divergenza tra sistema sociale e sistema scolastico sarebbe piuttosto la regola.

Ma il divario in se stesso è ricco di insegnamenti: il fatto che una scuola egualitaria possa situarsi in una società che non lo è (l’esempio più lampante in questo caso sono gli Stati Uniti) o che una scuola ingiusta e selettiva possa essere funzionare in una società che in definitiva lo è meno (per esempio in Germania) mostrerebbe che lo sviluppo della scuola non è funzionale a quello della società. Il sistema scolastico è indipendente rispetto alla società, constatazione già fatta negli studi sull’autoreferenzialità del sistema scolastico (si pensi per esempio a Ivan Ilich). Le relazioni tra sistemi scolastici e sistemi sociali sono contraddistinti da una plasticità elevata che garantisce adattamenti reciproci, correzioni e compensazioni nelle transizioni tra il sistema scolastico e la vita attiva.

Il paradosso ecologico

La prima lezione da trarre da queste apparenti irregolarità è l’esistenza di un paradosso, quello dell’eterogeneità degli effetti a seconda dei punti di osservazione. Gli effetti positivi della scuola a livello individuale (la dimensione micro) non si ritrovano necessariamente nella dimensione macro, ovverosia a livello del sistema sociale nel suo insieme. Pertanto, una scuola egualitaria nei suoi principi e i cui diplomi riconosciuti sul mercato del lavoro soddisfano anche le aspettative individuali, corrispondono cioè a quanto un individuo si auspica dalla formazione che segue, può generare una competizione interindividuale esacerbata, favorire gli studenti più agguerriti che provengono dei ceti sociali più privilegiati.

Se taluni possono ritenersi bene istruiti, ben educati e formati dalla scuola, per altri il principio democratico del merito repubblicano si ribalta nel suo proprio contrario: in nome di una iniziale uguaglianza delle opportunità, la scolarizzazione diventa un’esperienza umiliante di smacchi successivi.



Smontare il mito dell’uguaglianza delle opportunità



Sarebbe contraddittorio esigere dalla scuola nel contempo un alto livello di efficacia dal punto di vista dell’integrazione sociale e un alto grado di educazione umanistica, senza scontare, come corollario di questo modello, la presenza di una forte proporzione di "perdenti ", vieppiù penalizzati dalla durezza progressiva del livello di competizione.

La scuola non può, occorre arrendersi all’evidenza, realizzare l’uguaglianza forzata che le si richiede. Bisogna cercare altrove gli ingranaggi di una ripartizione efficace delle opportunità. Questo principio per esempio si può applicare lungo tutto l’arco dell’esistenza e non soltanto durante il periodo della scolarizzazione. La scuola non ha una missione di salvezza, ma piuttosto ha un ruolo educativo da svolgere

Intervista svolta dal Café pédagogique a Marie Duru-Bellat

Domanda del Café pédagogique: in Francia, il sistema scolastico non riesce a sbarazzarsi di una costante incresciosa, quella del tasso di insuccesso scolastico stabile (circa il 17%). Questa costante è una conseguenza necessaria della congiunzione tra il sistema sociale vigente in Francia e il sistema scolastico francese?

Risposta di Marie Duru-Bellat:

La nozione di necessità non ha nessun senso qui. Le comparazioni internazionali mostrano che paesi comparabili alla Francia, i cui sistemi sociali sono simili, se la cavano meglio da questo punto di vista. Nel nostro libro vogliamo per l’appunto sottolineare che le soluzioni esistono ma che queste travalicano il quadro scolastico. Non si deve puntare tutto sulla scuola. In una società più uguale, dove le famiglie avrebbero condizioni di vita più uguali, un livello d’istruzione più uguale, può essere presente essere una percentuale d’insuccesso scolastico inferiore.

D’altra parte ciò che succede dopo la scuola per i giovani che non riescono a scuola, che falliscono la scolarizzazione, potrebbe essere molto importante. In certi paesi, si presta molta attenzione a questa dimensione (per esempio in Germania) e si inventano soluzioni di recupero mentre in Francia la soluzione della seconda via, della seconda "chance", è trascurata, non è affatto preso in considerazione.

CP: Rispetto al modello tedesco, per esempio?
D-B: Bisogna diffidare alquanto del concetto di "modello". Questo termine non è adeguato: lascerebbe intendere che si potrebbe prestare qualche cosa che sembra funzionare altrove e integrarlo tale e quale, innestarlo,in un altro sistema per risolvere i problemi. Purtroppo o per fortuna, la società non è un meccano dove tutti i pezzi si combinano tra loro, per cui se se ne togli uno non è sicuro che il resto rimane in piedi.

CP: Nel libro si parla di un "paradosso ecologico". Che cosa significa?
D-B: La scuola ha sugli individui un’influenza che non si ritrova nell’insieme della società. Facciamo un esempio: più si è istruiti, più si vota. Ma in media non è nei paesi in cui si è più istruiti che si vota di più. A livello di un paese, l’impatto della scuola è generalmente più debole di quanto non si creda.

CP:È per questa ragione che sembra talmente difficile ottenere dalle riforme gli effetti proclamati?
D-B: Contrariamente a quanto ci si immagina, i problemi educativi non sono affatto consensuali. Fin quando la scuola serve alle persone per collocarsi in un mercato concorrenziale, ci saranno tensioni e conflitti sociali quando si parla di scuola. La lotta tra le classi sociali esiste anche nel campo scolastico. Inutile illudersi: non si deve aspettare che le élite, le quali occupano posizioni sociali prestigiose, cooperino in modo significativo a migliorare la situazione scolastica.Loro beneficiano dello status quo. Perché cambiarlo?

CP:Ma gli attori influenti, le politiche, i dirigenti aziendali, provengono tutti dalle elite...
D-B: Ma esistono anche altri attori! I sindacati, per esempio, che possono promuovere un sistema di formazione continua di qualità; possono anche battersi (come in Svezia) per limitare l’importanza dei diplomi sul mercato del lavoro che invece in Francia resta un pesante fattore di disuguaglianza sociale.

CP:Insomma, occorrerebbe una mobilitazione della società civile di fronte allo Stato? Ma ciò non è forse un problema di cambiamento di mentalità? La fiducia verso le formazioni alternative è molto grande.
D-B:Le mentalità evolvono con la realtà: la formazione professionale nelle università non sembrava fosse ipotizzabile in Francia vent’anni fa ed invece ora è diventata una realtà. Se gli operai fossero meglio pagati, le famiglie non esiterebbero ad inviare i loro figli verso le filiere professionali, come accade per esempio in Germania o in Svizzera. La gente é razionale, si adatta alle realtà, conosce la situazione ed adegua per conseguenza i propri comportamenti.

CP: Come definirebbe il ruolo fondamentale della scuola?
D-B:Per rispondere a questa domanda è bene pensare alla scuola come a un pendolo che ondeggia tra due poli: da un lato l’educazione e dall’altro l’istruzione. Oggigiorno, si dà troppa importanza alla funzione della formazione professionale e alla selezione dei giovani a scuola a detrimento del polo educativo che che nondimeno conta molto. Quando adolescenti di 16 anni si picchiano a morte in strada come non pensare che qualcosa è andato storto a scuola? I giovani hanno bisogno di adulti che siano capaci di parlare loro, che propongono valori comuni, che comprendono i loro comportamenti e che aiutino a farne un elemento di in un funzionamento armonioso della società, a evitare che predomini la concezione di una società violenta, disinibita, brutale. La scuola ha molto da fare in questa direzione.

I dati che abbiamo tra le mani dimostrano che gli effetti individuali dell’istruzione sono benefici (livelli di istruzione più elevati, migliore integrazione sociale, livelli salariali e condizioni di lavoro più soddisfacenti, ma che questi benefici non si ripercuotono simmetricamente a livello globale di una società. È sicuro che un individuo più istruito si cura meglio, ma questo non vuol dire che un paese, una società con un livello di istruzione globale elevato non possa avere problemi di salute considerevoli, come è il caso per esempio degli Stati Uniti. L’innalzamento del livello d’istruzione non basta per elevare il livello della ricchezza del paese o per migliorare la distribuzione delle ricchezze in un paese e quindi per creare le condizioni economiche che consentano di realizzare una società più equa è più giusta.

Un’innalzamento del livello d’istruzione generale della popolazione come è successo in questi ultimi decenni non può essere ripetuto senza conseguenze complesse al di là dell’inserimento secondaria di secondo grado dove già oggigiorno, in numerosi paesi, si sfiora un tasso di diplomati dell’80%. Un’espansione simile oltre l’insegnamento secondario provocherebbe meccanicamente l’inflazione del livello di esigenze per un posto e peggiorerebbe il valore delle qualifiche di quelli che non riescono ad ottenere un livello d’istruzione elevato con il quale un tempo si poteva occupare un posto di lavoro al quale invece oggigiorno non si può più aspirare se si è privi di un diplomata elevato. L’importanza del diploma, come il riconoscimento del loro valore sul mercato del lavoro, sono ritenuti in generale nelle nostre società come fattore di giustizia, come l’indice di una meritocrazia democratica. In realtà è il contrario che succede: l’ iper-valorizzazione dell’ importanza dei diplomi favorisce la durezza della riproduzione sociale per l’impatto che ha sulle posizioni sociali alle quali si può accedere dopo la scuola.

La scuola non può sopprimere le ingiustizie sociali. In particolare è impotente a compensare le disuguaglianze iniziali delle opportunità. Ma altre leve d’azione sono possibile per evitare che le disuguaglianze di risultato non si trasformino in una ghigliottina sociale: lo sviluppo e la generalizzazione della formazione continua, le condizioni d’accoglienza nel settore pre-scolastico, sono piste di ricerca pertinenti. Purtroppo, l’aspetto educativo, ovverosia il miglioramento della coesione sociale in seno alla scuola, la costituzione di una comunità scolastica accogliente, fattori questi che potrebbero realmente migliorare la scolarizzazione degli studenti, è troppo trascurata.