Recensione critica di un ennesimo documento della Brookings Institution di Washington che mette in evidenza i benefici individuali e sociali degli studi universitari.

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Un ritornello in voga

Il mantra in voga da anni nel mondo delle politiche scolastiche, divulgato dagli economisti che si occupano d’istruzione, è quella dell’espansione degli studi universitari e del prolungamento dell’istruzione. Parole magiche che sono una delizia per chi lavora nei sistemi scolastici. Non passa giorno che si pubblichino tabelle e indicatori sui vantaggi derivanti dal conseguimento di un diploma universitario e dai benefici per la società di una popolazione più istruita. Le organizzazioni internazionali intergovernative come l’UNESCO , la Banca Mondiale, l’OCSE, l’Uniione Europea ripetono a iosa questo ritornello e pubblicano dati in quantità per dimostrare la pertinenza di questo punto di vista. Purtroppo però la società va in un’altra direzione. Una buona fomazione è senz’altro benefica e utile sia individualmente che socialmente ma non è detto che debba essere una laurea.

Il documento sintetizza e commenta le informazioni raccolte nel corso delprogetto Hamilton patrocinato dal Brookings Institute.

Il documento è stato redatto da

 

Education is The Key to Better Jobs [[ Il documento in inglese può essere scaricato cliccando qui. (Traduzione del titolo : " L’istruzione, chiave di volta per ottenere occupazioni migliori")

 

Basta insistere per elevare il livello medio della popolazione e per trovare un posto di lavoro oppure occorre anche occuparsi della qualità delle occupazioni offerte dal mercato del lavoro ? In altri termini, la disoccupazione diminuirà se l’istruzione continuerà a migliorare e se la popolazione sarà più istruita oppure ciò non basta per abbassare i tassi di disoccupazione ? Ossia, occorre anche che il mercato del lavoro offra posti attraenti ? Esiste un rischio di disoccupazione per persone laureate ? Questa è la domanda iniziale di questo documento. A seconda della risposta, la politica scolastica che si tratteggerà sarà diversa.

Per le giovani generazioni alle quali si è fatto credere che dovevano laurearsi, frequentare l’università, studiare più a lungo, quali sono le prospettive occupazionali nel 21esimo secolo. Cosa succederà ai nati nel 2000, nel 2010 ? Si farà tutto il possibile per immatricolarli nelle università, perpermettere loro di svolgere studi universitari di base e conseguire un "bachelor" o un master di primo o secondo livello, ma tutto ciò basterà per trovare un buon lavoro verso il 2030-2040 ? Le professioni prestigiose, che esigono una formazione impegnativa non scompariranno.Dopo una lunga formazione di tipo universitario che nn avrà nulla in comune con quella universitaria di un secolo fa e neppure con quella di mezzo secolo fa, si opererà una selezione e pochi eletti accederanno a lunghe formazioni. Di sicuro si può prevedere una lunga formazione universitaria frequentata da un’ampia proporzione della popolazione e poi si vedrà. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Dopo tutto, non si alimentino illusioni. Un diploma universitario di per sé non basterà per trovare un posto di lavoro e se basterà per trovare un posto di lavoro , un qualsiasi posto di lavoro, non garantirà di per sé un reddito familiare sufficiente per vivere. Per avere posti di lavoro ben pagati in numero sufficiente occorre anche stimolare la crescita economica. Non ci sono misteri al riguardo. Una politica scolastica che scorda questa regola inganna la gente, racconta favole.

Prima l’uovo o la gallina ?

Nell’economia dell’educazione si ritiene che per rilanciare l’economia, per lottare contro la recessione, si debba migliorare il livello generale d’istruzione della popolazione. Ciò è anche quanto predica da anni l’OCSE. Il problema però rimane : viene prima l’uovo o la gallina. I dati statistici attualmente in possesso di tutti dimostrano che più elevata è la proporzione dei laureati in una società, più alta è la percentuale della popolazione con salari elevati. Con un livello di studi elevati, i salari corrisposti sono migliori, quindi il benessere della popolazione cresce, le condizioni igienico-sanitarie pure, idem per il livello di cultura , e la vita democratica sarebbe migliore.

Negli Stati Uniti, nel 2010, coloro che avevano conseguito soltanto un diploma di fine dell’insegnamento secondario, ossia la maturità oppure il diploma di un istituto tecnico-professionale, e che avevano smesso di formarsi rinunciando ad iscriversi ad un’università oppure a un istituto tecnico superiore, erano solo il 39% del gruppo che guadagnava tra i 20 000 e i 30 000 dollari all’anno. Questa percentuale calava all’8% se si considerava il gruppo che guadagnava più di 100 000 dollari annui. Dunque, migliore è il tipo di laurea, migliore diventa la retribuzione. Si può supporre che questa regola valga ovunque. La risposta quindi sembrerebbe inoppugnabile : all’inizio ci deve stare una cura da cavallo del servizio d’istruzione e poi tutto andrà per il meglio : la vita economica, il PIL, il benessere della popolazione, la partecipazione politica e via dicendo.

L’altra faccia della medaglia

L’altra faccia della medaglia, ovverossia quel che succederebbe se prevarrà una strategia scolastica malthusiana opposta a quella conclamata oggigiorno, nella quale si seleziona l’accesso agli studi superiori, per ora, è molto meno studiata. Si potrebbe dire che non è affatto presa in considerazione. Non ci sono nemmeno simulazioni di scenari alternativi. Come evolve un sistema economico al cui mercato del lavoro arriva una popolazione con competenze culturali diverse da quelle odierne, iper-preparata professionalmente ma senza diplomi universitari ? Oppure con combinazioni diverse ? Per ora gli analisti tengono in conto solo un tipo di combinazione. Come reagiranno le aziende ? Come evolverà la massa salariale ? Come si comporteranno gli Stati di fronte ad una trasformazione massiccia della struttura del gettito fiscale ? Le socialdemocrazie scandinave e nordiche forniscono alcuni indizi a questo riguardo, ma questi non bastano, perché l’articolazione tra istruzione- formazione continua-educazione degli adulti- mercato del lavoro in questi paesi è del tutto particolare. Il risultato finale dal punto di vista dei redditi è ben diverso da quello prospettato negli USA ; non lo è invece dal punto di vista delle qualifiche professionali come lo comprova l’economia di questi paesi. Si potrebbe a questo punto ricordare che la Finlandia ha molto investito sullo sviluppo del capitale umano (si veda quest’articolo, cliccando qui) ma la disoccupazione dei laureati in Finlandia non è una bazzecola. Dunque viene prima l’uovo o la gallina ?

 

 

 

[1] Professore di economia al MIT di Boston. Ecco la sua nota biografia in inglese "Michael Greenstone is the 3M Professor of Environmental Economics in the Department of Economics at the Massachusetts Institute of Technology. From 2009-10 he served as the chief economist at the White House’s Council of Economic Advisers. His research is focused on estimating the costs and benefits of environmental quality and the consequences of government regulation".

[2] Economista. Nota biografica in inglese : "Adam Looney is a senior fellow in Economic Studies and policy director of The Hamilton Project. His research focuses on tax policy, labor economics, inequality and social policy. Previously, Looney was the senior economist for public finance and tax policy with the President’s Council of Economic Advisers and has been an economist at the Federal Reserve Board".