Recensione di "Come sovrani rinchiusi in una torre d’avorio" (traduzione libera del documento "Cracks in the Ivory Tower ? The Views of Education Professors. Circa 2010") un’indagine svolta sull’immane che gli insegnanti USA hanno di se stessi.

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Le opinioni dei formatori d’insegnanti negli USA

Come si vedono i formatori-ricercatori negli USA ? Cosa credono di essere ? Come reagiscono di fronte allo tsunami di riforme della scuola proposte dai responsabili politici ? Quali contatti hanno con le scuole ? Quali sono le loro responsabilità nella preparazione delle nuove generazioni di insegnanti ?

Una rara indagine sulle opinioni dei formatori degli insegnanti

Non è facile parlare degli insegnanti e dei loro formatori. Questo è un mondo molto opaco, composto di persone ipersensibili, dove si incontrano molti presuntuosi e molti arroganti che credono fermamente di detenere la verità sulla scuola e sull’istruzione.

Un’indagine su un campione rappresentativo di professori delle facoltà di scienze dell’educazione che preparano i futuri insegnanti

Lo spunto per parlarne viene da una pubblicazione americana frutto di una delle rare indagini sulle opinioni dei professori universitari americani che formano gli insegnanti della scuola dell’obbligo e della scuola secondaria superiore (è stato interrogato un gruppo di 700 professori). Quali sono le teorie pedagogiche- didattiche che prevalgono nei dipartimenti di formazione degli insegnanti ? Quelle in auge negli USA si ritrovano anche in Europa, anche in Italia ?

Il volume s’intitola "Cracks in the Ivory Tower ? The Views of Education Professors Circa 2010" ed è allegato in versione inglese a quest’articolo. E’ stato pubblicato il 29 settembre 2010 ed è stato scritto da Steve Farkas e Ann Duffett. L’indagine ha coinvolto professori che si occupano della formazione di insegnanti di tutti gli ordini di scuola (dall’educazione prescolastica all’insegnamento secondario di secondo grado).

I principali valori dei formatori e dei professori dei dipartimenti di formazione degli insegnanti

La maggior parte dei professori che formano i futuri insegnanti non si preoccupa della pratica quotidiana, da più di vent’anni non ha messo piedi in un’aula di scuola primaria, ma continua a credere in una rappresentazione elevata della professione di insegnante.

Alcune doti essenziali per un insegnante della scuola pubblica contemporanea non sono affatto condivise dalla maggioranza dei formatori e dei professori di pedagogia e didattica (ma possiamo anche chiamarli professori di scienze dell’educazione) :

  • Solo per il 24% dei professori ritiene che sia "assolutamente necessario" produrre insegnanti che capiscano come si valuta, che comprendano come si costruiscono i test, cosa sono gli standard e a cosa servono, cosa è una scuola responsabile, cosa è la "rendicontazione" ;
  • Soltanto il 37% ritiene che sia "assolutamente necessario" formare insegnanti che sappiano tenere la disciplina e l’ordine in classe ;
  • Soltanto il 39% ritiene che sia "assolutamente necessario" formare insegnanti che sappiano valorizzare le potenzialità degli studenti bisognosi dei quartieri urbani ;
  • Solo il 23% ritiene che sia "assolutamente necessario" insistere sulla grammatica, la punteggiatura e la sintassi.

 

Molti professori ammettono che questi punti sono importanti ma non talmente importanti da essere essenziali. Quanto conta di più agli occhi della maggioranza dei professori interrogati è formare "agenti del cambiamento"[In inglese "change agents"]], insegnanti giovani che sappiano resistere alle pressioni politiche sulla scuola, che credono nei valori eterni e tradizionali della scuola, che siano determinati a proteggerla e a difenderla contro le perversioni, le infezioni, le depravazioni che provengono dal mondo esterno, dalla scuola quasi mercato, dalla scuola che compete con altre, governata in funzione dei risultati.

 

Filosofi e evangelizzatori

 

La maggioranza dei professori ritiene che il profilo che li rappresenta meglio è quello di filosofi o di evangelizzatori, di missionari e predicatori che formano le nuove leve di credenti nelle teorie neo-costruttiviste e delle competenze . La loro funzione è fare proseliti al servizio della ragione critica. Il loro culto è quello illuministico-rivoluzionario della dea Ragione. Pochissimi si considerano maestri d’apprendistato che insegnano un mestiere ai futuri insegnanti e che li accompagnano agli inizi della loro carriera, che li consigliano, li seguono. Questo è un altro affare, un compito che non incomberebbe loro.

 

Questa concezione non è affatto nuova, è stata la fonte d’ispirazione per decenni di generazioni di professori di pedagogia, di didattica, di scienze dell’educazione.

 

Il risultato è un bel contrasto tra la teoria pedagogica divulgata nei dipartimenti universitari che si occupano di formazione degli insegnanti e quanto succede nelle scuole. La pratica scolastica quotidiana differisce alquanto da quello che si insegna nelle università.

Quale filosofia della scuola ?

La filosofia della scuola proclamata nei dipartimenti universitari di formazione degli insegnanti ha dovuto in questi ultimi anni fare i conti con il movimento che privilegia l’efficienza dell’insegnamento nelle scuole. In molti casi i professori hanno perso il loro prestigio e sono stati ridotti al ruolo di istruttori, di esecutori con il compito di preparare un corpo insegnante stereotipato in un senso pragmatico. Questa evoluzione ha trasformato il mestiere dei formatori : al posto di essere una missione, la professione è diventata un’occupazione.

 

La maggioranza dei formatori non ha affatto apprezzato questa evoluzione ritenuta contro-natura, è rimasta emotivamente o intellettualmente fedele ad una concezione che nobilita la loro funzione e che quindi continua a essere proposta nelle università, ossia quella dell’ideologia soggettiva, individualista [1], da non confondere con la personalizzazione. Si ripete a iosa che ogni bambino è diverso e che la funzione di un insegnante consiste a promuovere le competenze singole, a favorire la crescita personale di ognuno, a privilegiare l’educazione, i valori ideali, la tolleranza, la coesione, la capacità a risolvere problemi inedeti, da soli o in gruppo, il civismo.

Assegnando uno scopo più elevato al loro lavoro, inculcando agli insegnanti neofiti il convincimento più che onorabile secondo il quale ogni alunno ha un percorso unico, i professori ritengono di legittimare la loro funzione, e di essere apprezzati e rispettati dal pubblico per la nobiltà del loro compito.

 

I sistemi scolastici evolvono in una direzione opposta

 

Purtroppo, il sistema scolastico americano, alla base, evolve in questi anni in tutt’altra direzione. Forse questo succede anche in Europa ma con una intensità minore. La pressione esercitata sui sistemi scolastici dalla politica scolastica è ispirata da altri criteri, tende verso altri obiettivi, ben diversi da quelli coltivati e proclamati dai professori formatori.

 

Si esige dalla scuola dell’obbligo un’attenzione esclusiva per le questioni pratiche, per le conoscenze di base fondamentali. Ci sono pochi margini di manovra e c’è poco spazio per il romanticismo. La scuola deve essere pratica, efficace, efficiente, utile. Le critiche verso le forme tradizionali idealistiche di educazione sono vieppiù popolari tra gli insegnanti della base che rigettano sia le riforme progressiste che i programmi di formazione degli insegnanti. Il gap tra quanto insegnato e predicato nelle università e le opinioni degli insegnanti di base cresce come cresce anche il disaccordo tra i fautori delle pedagogie emancipatrici impostate sulla promozione delle competenze e una parte importante dell’opinione pubblica, delle famiglie e dei responsabili politici di ogni bordo. L’opinione pubblica americana , ma forse anche quella europea, si aspetta che le scuole migliorino il profitto scolastico di tutti gli allievi e le autorità pubbliche spingono le scuole a pilotare le loro prestazioni in funzione dei risultati [2].

 

Resistenza dei formatori

 

Molti formatori e professori universitari che preparano i futuri insegnanti non condividono affatto queste tendenze e la pensano diversamente.

Lo scetticismo è dilagante per quel che riguarda la valutazione esterna e ci si arrocca all’ auto-valutazione ; gli standard sono sempre largamente criticati ; l’equità nella scuola e la giustizia sociale di fronte all’istruzione sono ancora pressoché ignorate ; l’impotenza della scuola a ridurre le disuguaglianze sociali di fronte all’istruzione è poco presa in considerazione ; si continua a tollerare la tendenza a privilegiare gli studenti che riescono e non si aiuta a capire quelli che invece sono in seria difficoltà a scuola. Solo una minoranza di formatori presta attenzione a questi aspetti critici dei sistemi scolastici.

 

Nella formazione dei futuri insegnanti si affronta raramente la questione del merito, non solo quello degli allievi ma anche quella degli insegnanti, come pure quella della valutazione degli insegnanti, del riconoscimento della reputazione dei direttori e del personale scolastico, degli incentivi agli insegnanti e alle scuole. Questi temi sono di solito sistematicamente ignorati, come se questi fossero problemi irrilevanti. Gli insegnanti neofiti li scopriranno poco per volta per immersione nel mondo della scuola, quando troveranno un posto d’insegnamento.

Negli USA solo un terzo dei formatori di insegnanti è favorevole agli incentivi e al riconoscimento del merito.Quasi tutti gli insegnanti sono impreparati dal punto di vista statistico e i dirigenti e gli insegnanti non sono attrezzati per gestire o capire come funziona una banca dati della scuola, come servirsi delle statistiche per valutare l’evoluzione degli studenti e di un istituto scolastico.

 

Pochi dipartimenti di formazione ritengono di avere una responsabilità nella qualità degli insegnanti che formano e che immettono sul mercato del lavoro.

 

In genere nei dipartimenti di formazione prevale una più o meno forte ostilità verso le riforme. Il mondo della scuola nel quale sfoceranno i loro studenti è ritenuto un mondo a parte, un universo particolare, del quale non ci si occupa.

 

Per fortuna, dicono gli autori americani dell’indagine, qualcosa sta cambiando. Nei dipartimenti di formazione si incontrano formatori aperti, che analizzano le riforme, che parlano di scuole reali, che sono poco settari, e soprattutto privi di illusioni. Ci sono formatori che visitano le scuole, che passano tempo nelle classi. Ci sono segnali positivi ma occorrerebbe occuparsi di più dei formatori, conoscere meglio i loro valori, ripetere indagini di questo tipo periodicamente, adattare i programmi di formazione in sintonia con le riforme scolastiche e con quanto succede nelle scuole.

 

[1] Per esempio la dottrina di Rousseau oppure quella di Dewey

[2] "Output driven reforms" e non più o non solo "input driven reforms“

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