Come si misura la proporzione dei diplomati alla fine della scuola secondaria superiore e come si misura la dispersione scolastica. Il fenomeno è in crescita oppure sta calando?

Version imprimable de cet article Version imprimable

Dibattito aperto negli USA

Nel celebre discorso sulla riforma scolastica svolto il 10 marzo 2009 davanti alla Camera di Commercio spagnola il presidente Obama ha affermato che negli Stati Uniti il numero dei dropout è triplicato dal 1970 in poi. Immediatamente è scoppiata la polemica su queste cifre. Alcuni hanno sostenuto che le statistiche disponibili dimostrerebbero piuttosto una stagnazione del numero dei dropout mentre altri invece hanno affermato che dimostrerebbero perfino l’ avvio di un miglioramento dopo il 2000. Come il presidente Obama è giunto ai dati che ha scodellato ? Chi ha ragione? Quale è il tasso esatto dei diplomati alla fine della scuola secondaria superiore e perché è scoppiata la polemica su questa questione?

Le radici della polemica sulle ciffre

Se il numero dei dropout stagna o cresce, ciò significa che il sistema scolastico e le politiche scolastiche non sono stati in grado di lottare contro la dispersione scolastica e di migliorare il livello medio d’istruzione della popolazione giovanile. Quindi, quando Obama afferma che la dispersione scolastica negli Stati Uniti è triplicata in quarant’anni, critica implicitamente le politiche scolastiche del passato e ciò facendo offende la suscettibilità dei difensori della validità del sistema scolastico statale, in primo luogo dei docenti e dei loro sindacati. Il calcolo del numero dei dropout non è dunque un’operazione banale oltre che essere alquanto delicata dal punto di vista statistico. Per questa ragione la polemica sorta negli USA su questo punto merita di essere seguita e commentata. [1]

Una questione di ricerca per la statistica scolastica

Questa discussione statunitense sulla misura della dispersione scolastica merita di essere segnalata perché è una bella dimostrazione di come funzioni la ricerca scientifica, in questo caso, sulle questioni scolastiche. Per principio, non si deve dare nulla per scontato. Qualsiasi affermazione va verificata, soprattutto se si tratta di statistiche. Orbene, questa reazione di per sé normale non avviene quasi mai nei paesi dove la comunità scientifica operante nel settore scolastico è debole come è il caso per esempio in Italia  [2].


Quale è il problema? Gli effetti perversi del prolungamento dell’obbligo scolastico.

Tutta una serie di fattori concorrono a rendere drammatica e in certi casi inaccettabile la dispersione scolastica. In primo luogo occorre menzionare la teoria del capitale umano secondo la quale esiste una stretta correlazione tra livello di istruzione di base della popolazione e crescita economica. Da almeno una cinquantina d’anni le organizzazioni internazionali battono il chiodo su questo tema e producono documenti e statistiche che mirano a dimostrare la pertinenza di questa affermazione come se fosse un assioma indiscutibile. Molte politiche scolastiche nazionali hanno ripreso questa teoria e impostato, nel corso di questi ultimi decenni, riforme scolastiche miranti a prolungare la scuola dell’obbligo. L’opinione pubblica, influenzata da questo dibattito, ha sostenuto questa tendenza con il risultato di un’estensione della scolarizzazione oltre la fine dell’obbligo scolastico. Ne è derivato un crescente rischio di disoccupazione e di altre forme di esclusione per i giovani con insufficiente livello d’istruzione il che ha permesso di denunciare, sul piano politico, le conseguenze negative della mancanza d’istruzione o dell’insufficienza della formazione professionale, come se questi dati fossero la prova della validità della teoria e non l’effetto di una concezione peculiare dell’architettura scolastica e della sua organizzazione. 



Negli ultimi anni si è assistito al prolungamento del periodo di transizione dalla scuola all’occupazione, periodo che è diventato più lungo e complesso rispetto al passato. I confini di età della transizione dall’istruzione secondaria a quella terziaria si sono dissolti. Il passaggio ora si verifica in larga misura nell’età che va dai 15 ai 24 anni. Ciò offre ai Paesi l’opportunità di esplorare nuove strutture organizzative per l’apprendimento sia all’interno che all’esterno del sistema scolastico, ma la stessa tendenza concorre prepotentemente, quando non è controbilanciata da provvedimenti appropriati, all’aumento del numero dei dropout, ossia dei giovani che abbandonano la formazione prematuramente senza conseguire nessun diploma, con il rischio di non trovare un’ attività professionale e di sperimentare una transizione complicata e prolungata verso la vita attiva.

L’obbligo scolastico termina nei Paesi dell’OCSE tra i 14 e i 18 anni, nella maggior parte dei casi a 15 o 16 anni. Fino al termine dell’obbligo scolastico, praticamente tutti i giovani sono iscritti a scuola, ma una volta portato a termine l’obbligo scolastico, i tassi d’iscrizione cominciano a calare. Il calo è più rapido in alcuni Paesi che in altri.

Anche in Inghilterra

Il problema non è solo americano, come lo dimostra un articolo pubblicato il 13 agosto 2009 dal servizio scuola della BBC. Il numero dei giovani che in Inghilterra non erano né disoccupati né in formazione alla fine di aprile del 2009 era di 935.000 . Questa proporzione passata al 16% nel primo quartile di quest’anno, era rimasta stabile, attorno al 14%, fin dal 2001. In Inghilterra, oggigiorno, quasi un giovane su cinque in grado di trovare lavoro è disoccupato. Anche in Inghilterra, il dibattito in Parlamento tra conservatori e laboristi sulla pertinenza e il significato di queste cifre è immediatamente scoppiato. In questo caso, abbiamo un’interpretazione del concetto di dropout e di dispersione scolastica diverso da quello in auge negli USA. Qui si calcolano tra i dropout i giovani che hanno concluso con successo la scolarità ma che non trovano lavoro e che sono allo sbando nonostante gli studi fatti. Si potrebbe dire che il problema in questo caso è di natura economica, ma non lo è solo in parte. E’ anche scolastico, infatti, perché il sistema scolastico statale non riesce ad agganciarsi in modo armonioso al sistema economico. Questa difficoltà è cronica ma diventa acuta in periodo di crisi economica.
 

 

L’allarmismo americano

Quando il presidente Obama ha alluso alla crescita della dispersione scolastica, faceva riferimento al periodo che si situa tra la fine dell’obbligo scolastico e l’inizio dell’istruzione terziaria [3]. In altri paesi, segnatamente in quelli dove le bocciature e le ripetenze sono una pratica corrente [4], la dispersione scolastica è elevata anche nell’insegnamento secondaria di primo grado, dove vivacchiano studenti bocciati più volte, che hanno già raggiunto l’età che li esautora dall’andare a scuola mentre sono ancora nella scuola media. Logicamente, da un certo punto di vista, ma non da quello della teoria del capitale umano, questi studenti, appena possono, se ne vanno dalla scuola in barba alle raccomandazioni degli educatori e degli operatori sociali e raggiungono le fila dei dropout.

Quale significato ha la dispersione scolastica?

Nella prospettiva dello sviluppo economico non è affatto indifferente conoscere il livello medio d’istruzione iniziale della popolazione perché si ritiene che esista una correlazione tra il livello d’istruzione e formazione e il benessere economico. Dal punto di vista educativo o meglio scolastico però questa informazione non dovrebbe servire soltanto, come è il caso finora, per valutare la qualità del sistema scolastico, ma è anche un indice che dovrebbe incitare a riflettere sulla pertinenza di un determinato modello d’istruzione. Ci si può infatti chiedere se la finalità esclusiva dell’istruzione scolastica debba essere la ricchezza delle nazioni oppure se questo obiettivo, che è fondamentale per lottare contro la povertà e la miseria, non possa essere conseguito mediante uno modello d’ istruzione scolastica statale di natura diversa, che non obblighi strati di giovani a macerare nelle scuole o a trovarsi sul lastrico dopo anni passati sui banchi di scuola, senza nulla in mano, senza avere nemmeno acquisito una capacità minima di comprensione dei testi scritti e della cultura scientifica dopo otto o nov e anni di scuola, per incompatibilità totale con il modello scolastico standard. I devianti sono irrimediabilmente espulsi dalla scuola statale. Forse un altro modello d’istruzione scolastica potrebbe essere più appropriato. Ecco perché il dibattito sulla misura della dispersione scolastica e sull’evoluzione del numero dei dropout non è affatto banale. Se questo numero stagna o cresce nonostante le riforme scolastiche, ciò significa che qualcosa non quadra, ossia che il sistema scolastico statale non è adeguato allo sviluppo di tutti i profili di studenti.

Come si calcolano i dropout?

Per chiarire queste questioni, il Thomas B. Fordham Institute  ha chiesto a Christine O. Wolfe, che si è occupata dii queste questioni in seno all’ amministrazione federale americana, di redigere un documento per spiegare le formule complesse utilizzate per calcolare il numero dei dropout e riassumere le discussioni tra esperti su questa materia. Il documento, intitolato "The Great Graduation-Rate Debate" è allegato a questo articolo. In 20 pagine, l’autore presenta le formule più comunemente usate, descrive le percentuali di dropout più in voga negli Stati Uniti, specifica come si sono conseguite e infine estrapola le considerazioni che si possono trarre da questi dati. L’autore prende pure posizione sulla pertinenza delle misure che sono scodellate dai vari enti e tratteggia le probabili tendenze di calcolo che prevarranno in futuro, amalgamando da un lato l’evoluzione delle tecniche di calcolo con le preoccupazioni di natura politica.

 

[1] La trascrizione del discorso di Obama alla Camera di commercio spagnolo è stata pubblicata dal New York Times il 10 marzo scorso

[2] Debole non significa di qualità dubbia. Ci possono essere punte di eccellenza; la debolezza dipende dalla massa critica e dalla capacità organizzativa della comunità scientifica

[3] In Italia solo l’istruzione universitaria

[4] Per esempio in Francia

Les documents de l'article

jpg_giovani_disoccupati.jpg