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UK: La ségrégation scolaire/La segregazione scolastica
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Chi sceglie chi? /Qui choisit qui?

UK: La ségrégation scolaire/La segregazione scolastica

Norberto (27/02/2007)

Sélection des élèves par les écoles/La selezione degli allievi da parte delle scuole

Description :

Presentation du rapport "Fair choice – choosing a better admissions system" par Sarah Tough et Richard Brooks , Institut for Public Policy Research (IPPR), Londres ************************************* Presentazione del rapporto "Fair choice – choosing a better admissions system" a cura di Sarah Tough e Richard Brooks , Institut for Public Policy Research (IPPR), Londra

En Angleterre, les écoles sont plus ségrégées que ne le sont les quartiers dans lesquels elles se trouvent: voici un effet indirect de l’autonomie scolaire que les autorités britanniques essaient de corriger avec des nouvelles modalités de régulation des inscriptions.

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In Inghilterra, la segregazione nelle scuole è più forte che non nei quartieri circostanti. Le autorità scolastiche britanniche si sforzano di correggere quest’effetto indiretto dell’autonomia scolastica con nuove modalità d’iscrizione alle scuole

Il rapporto dell’Institut for Public Policy (IPRR) de Londra mette in evidenza l’ampiezza del fenomeno della segregazione scolastica nelle scuole e propone modalità per regolare le iscrizioni diverse da quelle proposte dal governo il 10 gennaio 2007 (si veda l’articolo di BBC News "School admissions rules finalised") nel rispetto dell’autonomia degli istituti.

L’aumento della segregazione nelle scuole a seguito di un’autonomia scolastica poco o male regolata è stato osservato, descritto e misurato da tempo. Il fenomeno è quindi noto: le scuole autonome, soprattutto se si trovano in concorrenza tra loro per non perdere allievi e correre magari il rischio di dover chiudere, selezionano gli allievi e si organizzano tra loro per ripartirseli, sia per evitare l’evenienza della chiusura della scuola per numero insufficiente di inscritti sia per non incorrere in problemi insolubili di gestione a causa dell’ eccesso di iscrizioni.

Quando si instaura la libertà di scelta della scuola, ossia quando la scuola da frequentare non è più imposta dall’indirizzo del domicilio, le scuole, in particolare le scuole elementari o le scuole medie, ma questo fenomeno vale anche per i licei o per gli istituti tecnici e professionali e per le scuole professionali, corrono o il rischio di svuotarsi o quello di essere invase da un numero di studenti superiore alla capacità d’accoglienza dell’istituto. Ne consegue che le scuole, in primo luogo i presidi, devono trovare una parata a questi scenari ed anticipare le scelte delle famiglie. L’autonomia delle scuole quindi, in un modo od in un altro, genera scuole di serie A, cioé scuole che si tengono i buoni allievi, che li attirano o che li scelgono, e scuole di serie B, complementari alle prime, indispensabili per il funzionamento del sistema, che "si sacrificano" nell’accoglienza degli allievi meno dotati o meno fortunati, ossia dei più deboli. [1] Da quanto si sa, questa suddivisione dei compiti tra scuole e questa specializzazione tra scuole facili e scuole difficili , scuole prestigiose e scuole anodine, che consente a tutti di trovare un posto ed a tutte le scuole di avere una ragione d’essere, è un’operazione assai opaca, più o meno concordata tra presidi, scuole, famiglie, notabili ed autorità locali. Ne risulta alla fin fine un sistema scolastico segregante, che aggrava le disuguaglianze scolastiche e che indebolisce, invece di migliorarla, l’equità del sistema. Le conseguenze di questo stato di cose sono molteplici, sia a corta scadenza, per esempio sullo svolgimento della scolarizzazione, sia a lunga scadenza, per esempio sulla coesione sociale oppure sul funzionamento del mercato del lavoro.

Confrontate a questo stato di cose, le autorità scolastiche britanniche si sono rese conto che l’ammissione o l’iscrizione ad una scuola non poteva essere lasciata all’arbitrio delle scuole e che occorreva disciplinare il comportamento delle scuole con criteri che regolano le procedure d’iscrizione. Nel comunicato stampa che presenta la ricerca del l’IPPR , School admissions should offer parents fairer choices, si sostiene che le scuole non possono stabilire ognuna per conto proprio i criteri d’ammissione da applicare al momento delle iscrizioni e che per offrire una possibilità di scelta equa per tutte le famiglie occorre instaurare un sistema locale di ammissioni, ossia, in altri termini, regolare le pratiche d’iscrizione modificando i criteri in auge fino ad ora, anche gli ultimi presentati l’8 gennaio 2007 dal segretario di stato del DfES (Department for Edication and Skills) al parlamento. L’ IPPR raccomanda che le iscrizioni alle scuole siano gestite dalle autorità scolastiche locali per fare in modo che la composizione della popolazione di ogni scuola sia equilibrata dal punto di vista socio-culturale e delle capacità intellettuali. Per altro, l’indagine dimostra (questo è un dato ormai ampiamente comprovato in diversi sistemi scolastici) che un alto livello di segregazione scolastica è in genere associato a risultati scolastici più bassi. Queste considerazioni, anzi queste osservazioni, mostrano quanto sia complicato combinare libertà di scelta delle famiglie, autonomia scolastica degli istituti e giustizia sociale nel servizio statale.

La BBC nelle sue News del 26 febbraio 2007 pubblica un articolo School selection comes under fire (La selezione scolastica presa di mira) che annuncia la prossima pubblicazione dell’indagine dell’IPPR e ne rivela le principali conclusioni.


[1] Si veda per esempio la sintesi delle ricerche inserita in Insegnanti al timone? Fatti e parole dell’autonomia scolastica. A cura di Norberto Bottani, Il Mulino, 2002, pp. 249, nel quale si fa il punto alla situazione vigente all’incirca una decina di anni fa.

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Scotto elevato per allievi e studenti poveri
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Impatto della recessione economica sull’infanzia e sui giovani

Scotto elevato per allievi e studenti poveri

Norberto (13/08/2010)

Effetti micidiali dei tagli ai bilanci sociali

Description :

Presentazione dell’indice 2010 del benessere dei bambini e dei giovani americani calcolato annualmente dalla Duke University: ripercussioni drammatiche per i prossimi anni sulla vita della popolazione più vulnerabile e conseguenze imprevedibili, probabilmente nefaste sul rendimento scolastico.

Il futuro non è roseo solo in America per i giovani di oggi. La famiglia è ancora un’ancora di salvezza? Quali prospettive per l’infanzia nei prossimi anni? Peggiori o migliori di quelle di trent’anni fa? La scuola non può fare gran che. Segue lo sbando, lo accompagna e spesso lo accentua. Non è né un luogo di resistenza, né di ricupero, né di controcultura. Prospettive grame per tutti. La promozione sociale tramite i diplomi scolastici è per moltissimi una chimera

La fondazione americana per lo sviluppo dell’infanzia (Foundation for Child Development) ha pubblicato recentemente un insieme di indicatori sul benessere dei bambini e dei giovani negli Stati Uniti.

Questa pubblicazione merita di essere segnalata per due ragioni principali:


- la qualità metodologica della ricerca;


- la ricchezza dei dati presentati che rendono tra l’altro possibile un confronto diacronico sul lungo periodo dal quale possibile estrapolare indicazioni sul miglioramento o il peggioramento della situazione dell’infanzia in una delle società più opulente e più sviluppate del mondo occidentale, quella americana.

Il problema degli indicatori di contesto

Questo insieme di indicatori sintetici (in effetti si tratta di una raccolta di indici ) è un prodotto molto prezioso per inquadrare tutti gli indicatori dell’istruzione. Purtroppo, la scelta degli indicatori di contesto da inserire in un insieme di indicatori nonché il calcolo di questi indicatori sono degli esercizi particolarmente ardui dal punto di vista metodologico, molto delicati da effettuare, e presuppongono la presenza di una banca dati molto ricca di informazioni. Per questa ragione, molto spesso, nell’insieme di indicatori dell’istruzione, questa sezione è del tutto carente o perfino assente. Questo è successo anche nel celebre insieme di indicatori INES prodotti dall’ OCSE. Dopo i primi tentativi per comporre una sezione di indicatori di contesto che potesse essere articolata in modo convincente con gli indicatori dell’istruzione tout court, l’OCSE ha rinunciato a produrre una specifica sezione di indicatori di contesto che potesse servire per comprendere i dati forniti dagli indicatori sull’istruzione. È davvero un peccato che non si sia proseguito su questa strada perché un insieme di indici sul benessere dell’infanzia e dei giovani nella società odierna è tale, se ben costituito, da fornire un quadro di riferimento particolarmente stimolante per capire gli indicatori dell’istruzione e per capire meglio anche gli indicatori di risultato. Probabilmente, una seconda ragione per la quale gli indicatori di contesto sono trascurati dalle équipe che producono gli insiemi di indicatori dell’istruzione è costituita dalla difficoltà di articolare indicatori di contesto con gli altri indicatori dell’istruzione, come per esempio gli indicatori sui risultati scolastici oppure gli indicatori sui costi dell’istruzione. Un indicatore non va di solito interpretato in modo isolato e ha un valore reale solo se lo si può collegare ad altri indicatori. Questa è la condizione per valorizzare da un lato gli indicatori stessi e dall’altro per estrarre dall’insieme di indicatori informazioni e analisi pertinenti che evitano grossolani errori di interpretazione.

Considerata la qualità dell’ insieme di indicatori pubblicati dalla fondazione per lo sviluppo dell’infanzia (FCD) , riteniamo opportuno segnalare questo lavoro anche perché i temi trattati si presterebbero in modo eloquente per impostare un’analisi quanto mai indispensabile sullo stato dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia e per capire meglio i divari di risultati scolastici tra Nord e Sud Italia.

Presentazione



Ogni anno la Fondazione americana per lo sviluppo dell’infanzia nonché il progetto di indici sul benessere dei giovani e dell’infanzia della Duke University (Facoltà di sociologia) producono un insieme di indicatori sullo stato dei giovani e dei bambini negli Stati Uniti. L’indice composito sul benessere dall’infanzia (CWI) [1] è composto di 28 indicatori che sono raggruppati in sette settori che riguardano la qualità della vita e il benessere. I sette settori sono i seguenti:


- benessere economico delle famiglie;


- comportamenti a rischio;


- relazioni sociali e emotive;


- benessere spirituale;


- impegno comunitario;


- risultati scolastici;


- stato di salute

Nel documento che presenta l’ insieme degli indici di quest’anno si analizzano pure le tendenze sul periodo di 33 anni, dal 1975 al 2008, con proiezioni fino al 2009.

Ogni anno l’analisi dell’indice composito include anche una sezione speciale che tratta un tema di particolare interesse. Quest’anno il tema preso in esame è l’impatto della recessione 2008-2009 sull’infanzia e sui giovani fino al 2012. Queste proiezioni sono tratte da una serie storica di dati che sfruttano le informazioni giacenti nella banca dati CWI nonché le analisi svolte sugli effetti delle recensioni passate.

In questo articolo si riprende in traduzione libera , corredata da commenti , una parte della nota di sintesi. La relazione integrale è allegata, come pure è allegato un documento prodotto dall’Università di York (Inghilterra) che calcola l’indice di benessere dell’infanzia e dei giovani nei paesi dell’Unione Europea.


L’impatto della recessione economica

L’impatto delle recessioni sui bambini e sui giovani è spesso trascurato nelle analisi economiche nonostante ci sia un’ampia documentazione che dimostra la vulnerabilità dei bambini e delle giovani generazioni nei periodi di grande crisi e durezza economica.

La recessione del 2008-2009 è stata particolarmente pesante per i bambini e per i giovani perché, come lo comprova una documentazione abbondante, tutti gli Stati e non solo quelli americani e tutte le autorità locali hanno continuato in questi anni a ridurre i loro bilanci e a decurtare in modo significativo i programmi educativi, sanitari, o di sostegno ai bambini e ai giovani, particolarmente quelli concepiti per la popolazione esposta ai rischi maggiori di marginalizzazione [2].

L’aumento indiscriminato degli investimenti per la scuola e l’istruzione non è di per sé un fattore che garantisca una migliore istruzione e la diminuzione delle spese per l’istruzione non è di per sé gravida di conseguenze negative sulla qualità dell’istruzione. Si può disinvestire senza provocare recessioni pericolose, senza effetti nefasti sui risultati scolastici. Nondimeno, i programmi scolastici e di formazione di qualità costano e non si possono impunemente decurtare gli investimenti per l’istruzione senza pagare lo scotto non tanto di una degradazione della qualità per sé quanto piuttosto della validità e dell’efficacia dei programmi. Si pensi, per esempio, alle conseguenze che derivano dalle riduzioni degli stanziamenti per i programmi di formazione continua degli insegnanti o dei dirigenti. Si può concordare con molti osservatori che spesso questi programmi non sono di grande qualità, che è inutile investire in programmi che non lasciano il segno, ma nondimeno i tagli alla spesa per i programmi della formazione continua precludono qualsiasi prospettiva futura di miglioramento della qualità della professione.

 

Giovani che vivono al di sotto della soglia di povertà

Oggi come oggi, la popolazione al di sotto dei 18 anni negli Stati Uniti costituisce il più importante gruppo che vive in povertà. La ricerca scientifica ha dimostrato che i bambini che dormono in condizioni di povertà, anche per un corto periodo di tempo, possono soffrire di ricadute significative anche quando le loro famiglie ritrovano una condizione economica soddisfacente. Queste ricadute sono particolarmente acute nel corso dei primi 10 anni di vita. Questa ricerca, combinata con i risultati dell’indagine CWI offre la prova evidente che i responsabili politici devono prendere seriamente in considerazione queste situazioni e investire molto di più a favore della prossima generazione di bambini, particolarmente durante i periodi di crisi economica. I dati raccolti sulle conseguenze della recente recessione economica accentuano la necessità di ripensare le politiche finanziarie a favore dell’infanzia e dei giovani per far sì che questa fascia di popolazione particolarmente vulnerabile non abbia a subire tagli indiscriminati quando i governi sono obbligati a impostare politiche restrittive sul piano finanziario. Detto questo, non sarebbe più necessario specificare che i problemi dei bambini e dei giovani poveri non si risolvono con stanziamenti supplementari destinati alle scuole. Non è a scuola che si risolvono queste questioni.



Risultati principali: tendenze recenti rivelate dall’indice CWI



Le principali tendenze generali che possono essere tratte dagli indici calcolati dal programma CWI sono i seguenti:


- la qualità della vita dei bambini americani a decorrere dal 2002 è stata caratterizzata progressi fluttuanti ed ha cominciato a declinare nel 2009. In generale lo stato di benessere così com’è misurato dall’indice composito CWI ha raggiunto un’apice nel 2002, dopo l’attacco del 9 settembre alle torri di New York. A partire però dal 2002 c’è stato un declino progressivo, dal 2003 al 2005. In seguito, il CWI è cresciuto leggermente tra il 2006 e il 2008 raggiungendo un’apice nel 2008 superiore a quello del 2002, ma il crollo è ripreso nel 2009, in coincidenza con la recessione economica.


- rispetto al 2000, nel 2008, alla vigilia della recessione economica, l’indice composito del benessere dei giovani dell’infanzia negli Stati Uniti era superiore del 5%. Si può quindi dire che nel corso del primo decennio del 21º secolo le condizioni dei giovani negli Stati Uniti sono migliorate nonostante il calo constatato in alcuni indicatori come per esempio nell’indicatore riguardante il benessere economico delle famiglie (-6,8%), il benessere emotivo e spirituale (-2,2%), il settore della sanità (-6,6%). I miglioramenti constatati però negli altri indicatori, ovverosia nel settore dei comportamenti riguardanti la sicurezza e i rischi (+27,9%) , nell’indicatore riguardante le relazioni sociali (+13,3%), in quello sull’impegno comunitario (+11,1%) hanno permesso di compensare il degrado e di migliorare l’indice globale del benessere dei bambini e dei giovani.

Analisi dell’impatto riguardante la profondità e l’ampiezza della recessione sul benessere dei bambini dei giovani entro il 2012



Le proiezioni iniziali svolte nel 2009 sull’impatto della recessione ed in particolare sull’ampiezza e la profondità delle conseguenze sulle condizioni di vita della popolazione delle fasce d’età iniziali suggerirebbero che:


- il benessere economico delle famiglie ha iniziato a declinare nel 2007 e l’indice composito generale CWI ha iniziato a decrescere nel 2009. C’è quindi un divario, un ritardo tra i due fenomeni che va esplorato. I dati disponibili lasciano presagire che almeno per un paio di anni ancora ci sarà una diminuzione del livello di benessere familiare negli Stati Uniti;


- il peggio è ancora da venire. La ricerca dimostra infatti che le condizioni dei bambini si sono deteriorate lungo tutto il 2009 e che il peggioramento proseguirà nel corso del 2010. Virtualmente, tutti i progressi economici registrati a decorrere dal 1975 sono svaniti. Le famiglie, le scuole, le associazioni di quartiere, la vita associativa locale, devono continuamente fare i conti con tagli finanziari e con una perdita di posti di lavoro che ritardano considerevolmente la ripresa economica.Si potrebbe dire che il prezzo maggiore è pagato dal capitale sociale che subisce una degradazione delle condizioni di riproduzione, Orbene, è d’uopo ammettere che si conoscono ancora assai poco le correlazioni esistenti tra capitale sociale, benessere sociale e rendimento scolastico ma si sa con una buona approssimazione che queste correlazioni esistono.



L’impatto della recessione sul benessere economico delle famiglie



Come già successo nelle recessioni d’inizio degli anni 80, negli anni 90, e nel 2001-2002, è probabile che i problemi odierni di natura macroeconomica abbiano un impatto su un certo numero di indicatori che entrano nell’indice del benessere economico delle famiglie e quindi sulla vita dei bambini e degli adolescenti:


- La percentuale dei bambini che vivono al di sotto della soglia della povertà potrebbe raggiungere negli Stati Uniti un apice del 21% nel 2010, il che equivale a un giovane ogni cinque. La proporzione più elevata di questi ultimi vent’anni. Gli autori della ricerca ritengono che pressappoco 15,6 milioni di bambini saranno in condizioni di "grande povertà" nel 2010.


- La percentuale di bambini che vivono in una situazione di "estrema povertà" , definita come una situazione inferiore del 50% alla linea di povertà, potrebbe essere del 10,1% nel 2010. Questo significa che circa 7, 41 milioni di bambini potrebbero trovarsi in "estrema povertà" nel 2010.


- La percentuale dei bambini che vivono in famiglie nelle quali i genitori non hanno un’occupazione sicura o stabile - ossia nelle quali non c’è nemmeno un genitore con un’occupazione a tempo pieno per un anno intero - passerà dal 22% nel 2006 al 26% nel 2010. Tale situazione riguarderà 20 milioni di bambini e di giovani americani.


- Per tutte le famiglie, il reddito medio annuo (in dollari costanti del 2008) declinerà da 61.460 $ nel 2007 a circa 57.760 $ nel 2010. Per le madri nubili il reddito medio annuo dovrebbe passare da 25.908 $ a 24.248 $ nel 2010. Il crollo maggiore però riguarderà il reddito dei capifamiglia maschi soli che passerà da 39.546 $ nel 2007 a 35.091 $ nel 2010.

Impatto della recessione su una selezione di indicatori dell’indice composito CWI



La diminuzione significativa del benessere economico delle famiglie combinata con le riduzioni continue dei bilanci pubblici e le costrizioni esercitate sulle associazioni comunitarie avranno un effetto negativo su tutta una serie di misure dell’indice composito dal benessere. Siccome le proiezioni in questi settori riflettono un impatto indiretto dedotto da una serie storica di previsioni estratte dalla banca dati CWI e dall’analisi delle recessioni passate è più difficile quantificarne gli effetti. In ogni modo alcune tendenze sembrano manifestarsi in una maniera unica. Tra queste segnaliamo:


- lo stato di salute dei giovani e dei bambini che potrebbe degradarsi ulteriormente a causa di un’alimentazione del tutto sbagliata risultante da una combinazione perniciosa tra mancanza di risorse finanziarie e gusti alimentarti. Le famiglie prive di mezzi sono indotte ad acquistare cibi di pessima qualità ma di basso costo;


- impegno comunitario: La popolazione a rischio tra i 16-19 anni, la cosiddetta popolazione NEET, ovverosia l’insieme di giovani che non studiano, non frequentano una scuola, non lavorano, nè cercano un lavoro, è in aumento e sfiora il tetto del 40% per i giovani afroamericani e del 30% per i giovani della popolazione di origine latino-americana. Questa popolazione corre il rischio molto elevato di soccombere alle culture della droga e del crimine, nonché di tutta una serie di attività illegali;


- comportamenti a rischio e sicurezza: i bambini con comportamenti a rischio o privi di sicurezza sono molto più esposti di prima a situazioni di violenza, al bullismo, a crimini sia in quanto vittime sia in quanto autori. Ciò è in parte dovuto alla persistenza dei tagli imposti agli stanziamenti riservati alle politiche a favore dei giovani e alla prevenzione della criminalità giovanile;


- benessere emotivo e spirituale: le tendenze attuali riguardanti il benessere spirituale indicano che il numero dei giovani che non frequenta nessuna chiesa e nessun servizio religioso settimanale aumenta. Per il momento è difficile interpretare questa tendenza la quale però rivela la presenza di comportamenti sociali del tutto inediti che potrebbero essere connessi alla diffusione di atteggiamenti sociali del tutto diversi di quelli in voga nelle società tradizionali. Il senso dell’ubbidienza, del rispetto, della solidarietà cambia e i codici di comportamento in auge nelle società del passato diventano caduchi.

Popolazione giovanile e recessione



L’indice composito CWI pubblicato quest’anno offre anche una visione retrospettiva sull’evoluzione dello stato di benessere dei bambini e dei giovani a decorrere dalla 1985. L’indice composito CWI analizza i dati di 38 indicatori raggruppati in sette settori . Nell’edizione testè pubblicata del CWI si può per la prima volta osservare l’effetto comprensivo dell’impatto della recessione recente sulle fasce di età giovanili della popolazione americana, in particolare sullo stato generale di salute, sulle questioni di sicurezza, sulla qualità della vita, ossia su un insieme di fattori e di condizioni che sono a monte della scolarizzazione oppure che si riflettono in modo indiretto sui comportamenti scolastici,



In tutti i sette macro settori presi in considerazione, il benessere della popolazione giovanile tra il 2000 e il 2009 è peggiorato, con una diminuzione più o meno accentuata a seconda dei settori. L’unico settore nel quale non c’è stato nessun cambiamento è quello dei risultati scolastici. La scuola ha continuato imperterrita come se la recessione non ci fosse, come se le riduzioni finanziarie dei bilanci pubblici non avessero nessuna incidenza sui risultati. Il contributo della scuola e dell’istruzione al benessere delle fasce giovanili non sembra, alla luce di questi dati, particolarmente significativo tranne per quel che riguarda la proporzione di giovani a rischio, i giovani NEET. Il sistema scolastico statale non è in grado di trattenere i giovani nella scuola, di motivarli, di interessarli ad acquisire una formazione specifica. Come succede anche in Italia, la proporzione di questa categoria di giovani è stazionaria o in aumento (stessa cosa in Francia), nonostante i programmi predisposti per evitare la dispersione scolastica. Le politiche messe in atto durante la crisi economica per questo gruppo specifico di popolazione a rischio non sono certamente le più adeguate per lottare contro questa piaga.


La situazione in Europa




Non esiste uno studio del genere in Europa ma si dispone però di un articolo realizzato sulla falsariga dell’indagine americana dall’università di York. I dati risalgono al 2006, cioè a un periodo anteriore alla recessione economica recente. L’articolo può essere consultato se si clicchi qui  oppure lo si trova allegato a questo articolo. Si tratta di un lavoro ben fatto e molto utile per capire la situazione della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà in Europa.

Il caso disperato dell’Italia

Da questa indagine risulta che l’Italia si trova nel terzetto di coda dei paesi con la proporzione più elevata di bambini e di giovani che vivono al di sotto della soglia della povertà. Forse una delle cause dei problemi scolastici italiani risiede in questa situazione.


[1] Acronimo per "Overall Composite Child
Well-Being Index"

[2] I tagli nei bilanci sociali sono stati operati nonostante le raccomandazioni in senso contrario dell’OCSE

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Les documents attachés à cet article :

2010 Child and Youth Well-Being Index

An Index of Child Well-being in the European Union

Poche speranze per il futuro e tanta noia a scuola
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Dispersione scolastica in aumento

Poche speranze per il futuro e tanta noia a scuola

Norberto (5/08/2010)

In Inghlterra fenomeno in crescita

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La popolazione a rischio (i NEET, ossia i giovani che non studiano ma che nemmeno cercano un lavoro o lavorano) sono in aumento in Inghilterra e probabilmente anche in altri sistemi scolastici. In Italia sono un male cronico, come lo ha comprovato uno studio recente dell’ISTAT. Anche in Francia non si riesce a ridurne il numero. Gli economisti denunciano lo spreco di capitale umano, ma cosa fare per impedirlo? Questo documento dell’istituto DEMOS inglese analizza il problema.

In questo articolo segnaliamo uno studio pubblicato in Inghilterra nel corso del primo semestre dell’anno e che riguarda uno dei punti critici dei sistemi scolastici delle società democratiche occidentali, ossia la perdita di senso della scolarizzazione per una proporzione cronica di giovani e le conseguenze sul piano sociale, economico e culturale della dispersione scolastica.

L’istituto britannico DEMOS è un ente indipendente che promuove l’elaborazione e la diffusione di idee miranti a dare maggiore potere sulla propria esistenza alla popolazione e che si prefigge di sviluppare un concetto di democrazia migliore dell’attuale, nel quale tutti i cittadini siano responsabili di se stessi ed abbiano pieno potere sulla loro propria esistenza. L’istituto svolge diversi programmi di ricerca che per natura sono interdisciplinari e mirano soprattutto a stimolare il dibattito politico in Inghilterra. Nondimeno, le indagini e le pubblicazioni di DEMOS sono di grande valore e possono interessare altri regimi democratici. In questo ordine di idee DEMOS si occupa molto di politica scolastica e di questioni riguardanti l’istruzione. Molti documenti prodotti da DEMOS sulla scuola offrono idee nuove, aprono orizzonti inediti e propongono piste di sviluppo originali.

Il documento “A generation of disengaged children is waiting in the
wings…”
 [1]

In questo articolo segnaliamo uno studio pubblicato da DEMOS nel corso del primo semestre dell’anno, che riguarda uno dei punti critici dei sistemi scolastici delle società democratiche occidentali, ossia la perdita di senso della scolarizzazione per una proporzione cronica di giovani.

Il rapporto presentato è stato realizzato da due collaboratrici dell’istituto tra le quali la vicedirettrice Julia Margo e Sonia Sodha (vedi foto). Il documento è il prodotto di un anno di indagine condotta preso giovani che hanno abbandonato qualsiasi tipo di scolarizzazione dopo la fine dell’obbligo scolastico. La relazione si basa su un’analisi dei dati di ricerche già svolte su questa questione, su interviste presso organizzazioni che lavorano con giovani con un profilo corrispondente a quello dei temi trattati in questa indagine, con animatori sociali e con professionisti dei servizi umanitari con i quali si sono discussi i sintomi delle cause della dispersione scolastica, nonché sulle analisi quantitative rese possibili dalla celebre indagine longitudinale inglese  "Millennium Cohor Study", ed infine da una ricerca qualitativa condotta presso 75 giovani a rischio che hanno abbandonato la scuola.

 

 I giovani NEET  [2]

 

La proporzione di giovani che non sono più a scuola e che nemmeno lavorano o cercano un’attività professionale (NEET) continua a essere un problema scottante per i responsabili politici. Infatti, le iniziative politiche adottate per combattere la dispersione scolastica e per ridurre il numero della popolazione giovanile a rischio [3] non hanno fin qui fornito risultati convincenti per risolvere un problema che finora sembra insolubile, probabilmente perché queste iniziative sono attuate troppo tardi, quando l’assenteismo scolastico è già diventato endemico.

 

Le autrici di questa relazione hanno dedicato molto tempo per approfondire le conseguenze della dispersione scolastica. Si stima che in Inghilterra la proporzione della generazione tra i 16 e i 18 anni che si può qualificare come popolazione NEET costi alla società all’incirca 37 miliardi di euro se si tiene conto della perdita di guadagno lungo tutto l’arco della vita professionale nonché dell’importo stanziato per le indennità contro disoccupazione, dei costi dei servizi sociali e sanitari ed infine dei costi procurati da coloro che hanno che fare con la giustizia. Su stime di questo tipo non c’è un vero accordo. Anche negli Stati Uniti e nel Canada si sono svolti calcoli di questo genere. [4] In ogni modo, le autrici della relazione affermano che si spenderebbe molto di meno se si adottassero iniziative appropriate per eliminare le cause della dispersione scolastica come per esempio i bassissimi livelli di competenza nel campo della lettura o della matematica oppure le debolezze del sostegno familiare nei primi anni di vita.

 Le iniziative tardive sono sterili

Il documento della DEMOS si propone di identificare i punti più sensibili per intervenire precocemente al fine di prevenire la dispersione scolastica. Questo momento coincide con la manifestazione dei fattori a rischio di dispersione scolastica. Non si può attendere a lungo e predisporre interventi tardivi, una volta che i giovani abbaino abbandonato definitivamente la scuola e siano entrati nel gruppo della popolazione NEET. Questi programmi sono inefficaci e non rendono nessun servizio alla società.

 La dimensione del problema in Inghilterra

In Inghilterra, si stimava che nel novembre 2009 un giovane su sette nella fascia di età tra i 16 e i 18 anni faceva parte della popolazione NEET, il che equivaleva a circa 261.000 giovani.

Riportiamo qui di seguito in traduzione libera un passaggio della relazione DEMOS nella quale si affronta la questione delle scarse ambizioni di certe categorie di giovani e si dimostra che esiste una stretta correlazione tra ambizioni modeste, risultati scolastici insufficienti e marginalizzazione sociale.

 

Ambizioni modeste

 

Ambizioni modeste per quel che riguarda i livelli di istruzione sono connesse con risultati scolastici scadenti, perché la relazione tra ambizioni e ideali d’istruzione è reciproca. I gruppi che sono particolarmente esposti al rischio di aspirazioni modeste sono i maschi, i giovani dei gruppi etnici minoritari nonché i giovani delle categorie socio-professionali svantaggiate. Tuttavia, in certi gruppi si constata un’ accentuata discordanza tra ambizioni e ideali scolastici. Questa situazione è particolarmente pronunciata tra i giovani delle categorie socio-professionali inferiori i quali manifestano da un lato ambizioni elevate che però non si traducono dall’altro in buoni risultati scolastici. Le ambizioni degli allievi più giovani sono pure strettamente collegate con la percezione che hanno delle loro competenze, dell’immagine di sé, nonché del valore che attribuiscono alla riuscita a scuola. Una gran quantità di dati provenienti dall’indagine longitudinale LSYPE [5] I dati LSYPE dimostrano la centralità della correlazione tra aspirazioni e risultati scolastici: il 56% dei quattordicenni provenienti dal quintile più povero delle famiglie afferma che vorrebbero studiare e che vorrebbero perfino studiare a tempo pieno oltre 16 anni. Tra i giovani della stessa fascia d’età provenienti dalle famiglie più ricche questa proporzione e del 66%.

 

Il 49% dei quattordicenni delle famiglie del quintile più povero afferma che probabilmente si iscriverà all’università ma nel quintile delle famiglie più ricche questa proporzione e del 77%.

 

Tutti i giovani della fascia d’età tra i 14 e i 16 anni tendono ad esprimere un giudizio molto negativo sulla scolarizzazione, ma questo sentimento è molto più pronunciato tra i giovani del quintile di famiglie più povere ( l’11% dei giovani di questo quintile non è affatto soddisfatto di andare a scuola mentre questa proporzione è del 7% nel quintile dei giovani più benestanti).

 

Il 19% dei giovani provenienti dalle famiglie del quintile dei più povero ha smesso di immaginare o di supporre che probabilmente una volta o l’altra riuscirà a iscriversi all’università mentre questa proporzione è del 10% tra i giovani del quintile più ricco.

 

La fiducia in sé dei giovani a 14 anni è strettamente associata a un miglioramento dei risultati scolastici tra i 14 e i 16 anni, anche dopo che si sono controllati i risultati anteriori.

 

I giovani quattordicenni che vorrebbero continuare l’istruzione a tempo pieno oltre i 16 anni secondo i dati raccolti dall’indagine LSYPE vanno molto meglio a scuola quando hanno 16 anni, tenendo sotto controllo una gamma molto ampia di altri fattori. Chi a 14 anni ritiene che probabilmente frequenterà l’università consegue un punteggio più elevato nelle prove della fine dell’insegnamento secondario di primo livello (Diploma che in Inghilterra si chiama GCSE [6]), a 16 anni totalizza un tasso di assenteismo scolastico inferiore al 3% nonché un aumento del 2,2% della probabilità di partecipare ad attività positive rispetto ai quattordicenni i quali ritengono che probabilmente non hanno nessuna prospettiva di iscriversi all’università.

 

Tutti i dati disponibili confermano che una scolarizzazione difficile dei quattordici concorre a spiegare come mai i giovani delle famiglie del quintile più povero con grande probabilità finiscono nella categoria dei NEET mentre questo non succede per i giovani delle famiglie del quintile più ricco. Tra queste due categorie esiste una differenza dell’ 8,1% nella probabilità di trovarsi nella categoria dei NEET; il 3,6% di questa differenza è imputabile ai problemi di scolarizzazione dei giovani del quintile di famiglie più povere.

 

La ricerca qualitativa suggerisce che aspirazioni elevate degli allievi producono risultati scolastici migliori. Benché generalmente tutti gli allievi esprimono ambizioni elevate, una minoranza significativa risponde alla domanda "Dove credi di essere tra cinque anni?" con "non lo so", "da nessuna parte", "disoccupato" e mostrano quindi di avere scarse ambizioni.

 


[1] "La generazione degli sbandati", si potrebbe dire, con una traduzione assai liberta

[2] Acronimo per "not in employment, education or training"

[3] Si parla qui di rischio perché nei paesi avanzati si ritiene che senza un diploma scolastico valido che attesti cioé un livello di istruzione e formazione accettabili si corre il rischio di essere marginalizzati nella società, di trovare attività saltuarie e mal retribuite e per concludere di condurre un’esistenza molto precaria

[4] Anche in Italia recentemente si sono condotte ricerche su questa questione. Si può qui segnalare il Rapporto dell’ISTAT sullo stato della nazione nel 2009 di cui si è fatta menzione in questo sito (clicca qui)

[5] Acronimo per "Longitudinal Study of Young People in England"

[6] Acronimo per "Certificat général de l’enseignement secondaire" 

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Education et cohésion sociale
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Les systèmes d’enseignement pris au piège

Education et cohésion sociale

Norberto (24/03/2010)

Que peut faire l’école ?

Description :

Grille d’une intervention orale à une table ronde organisée lors du séminaire de clôture de la première phase du projet EUROsociAL Education, le 1er mars 2010, au CIEP, à Sèvres, France.

Le programme de l’Union Européenne EUROsociAL avait une composante éducation qui a été pilotée par le CIEP (Centre International d’Etudes Pédagogiques) du Ministère français de l’Education Nationale. Les directives données par l’UE aux animateurs du programme éducation obligeaient à mettre en oeuvre des initiatives scolaires en Amérique Latine et Amérique Centrale centrées sur la cohésion sociale, qui est un problème brûlant dans le continent sud-américain. Cependant, la marge de manoeuvre des systèmes d’enseignement est limitée et exige la présence d’un accord sur la légitimité de la trangression et de la désobéissance civile.

Éducation et cohésion sociale
Intervention au séminaire final "EUROsociAL éducation"
1er mars 2010
CIEP Sèvres (France)


Table ronde finale
Grille de l’intervention

 

La relation entre éducation et cohésion sociale est complexe et ambiguë comme j’ai eu l’occasion de le rappeler maintes fois pendant cette première phase de EUROsociAL éducation (par exemple cliquer ici ; ou ici). Dans cette intervention je me bornerai à résumer et développer mes considérations antérieures, en prenant en considération trois points :

- le concept de cohésion sociale, car, comme on a eu l’occasion de le rappeler dans d’autres occasions, il n’y a pas une définition univoque et exclusive de cohésion sociale ;

- le lien entre cohésion sociale et égalité, car le clou de l’enjeu est celui du niveau visé d’égalité et voulu par une société ;

- le rôle du service public scolaire par rapport à la cohésion sociale et donc du niveau de ségrégation sociale face à l’éducation accepté dans un pays où dans une société.

Le concept de cohésion sociale

Bien qu’il soit difficile de s’entendre sur le concept de cohésion sociale il convient, à cause de cette difficulté, de continuer à s’interroger sur ce concept, à l’analyser pour en appréhender sa portée. Cette fois je voudrais adopter une approche inductive en me demandant si la cohésion sociale existe ou pas, pour aller la chercher et l’analyser là où elle existe. Partons donc à la recherche de la cohésion sociale en prenant comme point de repère les situations dans lesquelles les différences sociales extrêmes coexistent ou dans lesquelles il y a une sorte de coexistence pacifique et de tolérance entre groupes sociaux et couches sociales inégalement favorisées mais qui néanmoins se respectent et collaborent en vue d’atteindre un niveau de bien-être social compatible pour tout le monde et un état de justice sociale acceptée par l’ensemble des membres de la société.

Dans ces sociétés on accepte un principe distributif selon lequel à chacun il faut donner une partie de la richesse collective qui soit proportionnelle à la contribution apportée au bien-être social tout en évitant les cas extrêmes de misère, de déchéance et grande pauvreté.

Y a-t-il donc des sociétés dans lesquelles on peut rencontrer un état à peu près similaire ? Malgré mon scepticisme, j’admets qu’il y a des collectivités qui se rapprochent de cet idéal. Par exemple au niveau micro-sociale je pense à des communautés alpines ou himalayennes (par exemple le Tibet) dans lesquelles des groupes sociaux différents vivent ensemble d’une façon agréable et nourrissante, partagent une partie de la richesse collective et un même point de vue sur la justice et les inégalités.

Il ne faut pas tomber cependant dans le piège de l’angélisme et imaginer que dans ces sociétés il n’y a pas de conflits, de rapports de force, d’ injustices, de jalousies. Néanmoins le seuil de respect réciproque entre familles et clans est suffisamment élevé pour rendre tolérables les inégalités.

Au niveau macro-social on rencontre des situations acceptables de cohésion sociale dans les pays scandinaves qui ont une tradition séculaire d’entraide et de solidarité et dans lesquels se pratiquent des politiques sociales et économiques inspirées par des critères de justice sociale et d’égalité. On peut donc admettre qu’il est envisageable de construire des sociétés dans lesquelles la vie humaine est respectée, dans lesquelles il y a absence de guerre civile, et dans lesquelles la politique vise avant tout à réduire, réguler, corriger, voire compenser les inévitables différences entre les individus. Il y a donc quelque parte de la cohésion sociale, on peut la réaliser. Il devient dès lors indispensable d’étudier les conditions qui la rendent possible.
 

 

Le lien entre cohésion sociale et égalité

 

Il me semble impossible d’ aborder la discussion sur la cohésion sociale sans se pencher sur la question de l’égalité. Comment s’en tirer face aux différences entre individus existant au sein d’une société ? Egalité de quoi en fait ? Le débat sur ce point est aussi long que l’histoire de l’humanité. Si on adopte un point de départ pragmatique on doit convenir que dans un régime de cohésion sociale on parvient à définir collectivement , c’est-à-dire parmi tous les membres de la société, un seuil de tolérance des inégalités. Il y a en effet des inégalités qui sont intolérables et inadmissibles d’un point de vue humain car elles ne respectent pas les critères minimaux d’une existence vivable et il y a des inégalités nécessaires, inévitables, peut-être utiles, dont il faut tenir compte. L’écart entre le seuil d’égalité minimal et celui d’inégalité acceptable est au coeur du problème de la cohésion sociale. On peut à cet effet distinguer deux cas extrêmes :

L’égalitarisme qui aplatit les différences, uniformise les conditions de vie et ne tient pas compte des différences individuelles, ne reconnaît pas les mérites des sujets (bien qu’il l soit difficile de définir en quoi consiste le mérite comme le rappelle Marie Duru-Bellat dans un admirable petit livre « Le mérite contre la justice », Les presses de Sciences-Po, Paris, 2009). Une société d’egaux est injuste, mais les classes populaires les plus pauvres optent en général pour une solution de ce type car elles estiment pouvoir tirer des bénéfices consistants d’une politique orientée vers cet objectif. Elles croient en général que l’égalitarisme corrige les injustices du destin et améliore leur sort. L’égalitarisme s’oppose à la confiscation des richesses par les nantis, à l’arrogance sociale de ceux qui ont été favorisés par la chance, par la naissance, par la violence, par l’absence d’inhibitions de tous genres. A l’opposé, l’absence d’un minimum d’ égalité, en particulier au niveau des positions sociales, est une situation violente, injuste, chargée de tensions sociales extrêmes. En général, les classes sociales aisées, les classes qui détiennent le pouvoir d’une génération à l’autre, sont favorables à une politique qui vise à protéger et à légitimer les inégalités sociales extrêmes.

La cohésion sociale est une sorte de balançoire, une interface, entre ces deux pôles extrêmes, c’est-à-dire entre le rêve d’une société d’égaux et le réalisme brutal d’une société inégale et injuste.

 

Quelle est la marge d’action du service scolaire public ?

 

Est-ce que l’école peut-elle faire quelque chose pour parvenir à la cohésion sociale ou pour la préserver ou la promouvoir ? La marge d’action des systèmes d’enseignement est mince, presque insignifiante, mais elle existe. Il faut donc apprendre à exploiter cette marge, courir les risques de marcher sur le bord du précipice, c’est à dire de l’illégalité, devenir objecteur de conscience (Socrate), avoir le courage de transgresser les règlements, savoir désobéir. La désobéissance est une vertu enseignait un grand éducateur italien, Don Lorenzo Milani.

Il est donc nécessaire parfois de se révolter, de rompre les chaînes, de s’échapper pour ne pas rester enfermés dans un système violent, injuste.

Les systèmes d’enseignement sont des appareils de pouvoir, font partie de la panoplie des techniques de pouvoir (Foucault) élaborées pour gouverner la société. Une société égalitaire fera fonctionner ces mécanismes selon des critères qui ne sont pas les mêmes de ceux utilisés par une société inégalitaire.

Les systèmes d’enseignement devraient tendre à se positionner dans l’ entre-deux séparant une société juste d’une société injuste, dans le « no man’s land » d’une société pas trop égalitaire, nécessairement un peu injuste, et une société qui accepte de ne pas être trop inégalitaire pour être un petit peu juste.

Malheureusement il n’ appartient pas aux systèmes d’enseignement de pouvoir choisir d’une façon autonome leur positionnement social, car les ressources nécessaires pour les faire fonctionner proviennent de l’Etat, c’est à dire de l’appareil qui gère le pouvoir. Les systèmes publics d’enseignement n’ ont pas un pouvoir politique ; ils dépendent du pouvoir social, culturel, politique et économique. Néanmoins, les systèmes d’enseignement peuvent atteindre un niveau de développement qui les amène à être « auto-référentiels ». C’est dans cette capacité à se gouverner, à se développer de façon autonome, à se soustraire aux lois que réside la capacité du système d’enseignement à promouvoir la cohésion sociale.


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Quando una scuola è giusta?
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L’uguaglianza delle opportunità non equa

Quando una scuola è giusta?

François Jarraud, Norberto (29/01/2010)

Il merito è ingiusto

Description :

Resoconto del dibattito organizzato dall’ "Osservatorio delle disuguaglianze" a Parigi il 28 gennaio 2010

Esiste una scuola giusta? Cosa significa una scuola giusta? C’è un sistema scolastico più giusto di un altro? Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma le disuguaglianze continuano ad accentuarsi. La scuola può fare ben poco per combattere questa tendenza. Anzi, forse l’accompagna in sordina. Per salvare la faccia si invoca il merito, che sembra essere la sola soluzione per sembrare giusti ed efficaci e negare nel contempo l’ ingiustizia sociale di fronte all’istruzione.

Premiare i meritevoli: la soluzione è giusta?

 

Marie Duru-Bellat Il merito è conciliabile con la scuola? Nel corso della serata organizzata il 28 gennaio 2010 a Parigi dall’ "Osservatorio delle disuguaglianze", la sociologa Marie Duru-Bellat, professore all’Istituto di scienze politiche di Parigi nonché all’Università di Borgogna a Digione, ha sferrato un violento attacco contro il concetto di meritocrazia nella scuola e contro il principio dell’ uguaglianza delle opportunità. Marie Duru-Bellat ha pubblicato alcuni mesi or sono un volumetto, "Le mérite contre la justice", che analizza il posto del merito nel discorso e nella pratica pedagogici. "Psicologicamente si ha bisogno del "merito", per riconciliare il principio di uguaglianza e la realtà della disuguaglianza" afferma Duru-Bellat. Siamo immersi in una marea di disuguaglianze. Siamo tutti disuguali. Per questo abbiamo bisogno del "merito", ci serviamo di questo concetto. Il concetto di "merito" ha una funzione ideologica, è in sé e per sé molto seducente, perché aiuta a giustificare la presenza delle disuguaglianze e a scordarle, forse anche a dimenticarle. È per questa ragione che il merito attecchisce molto bene nel discorso pedagogico; serve a mascherare le enormi disuguaglianze esistenti all’interno del sistema scolastico, a giustificarle, a dare loro una veste nobile, mentre la scuola, ovverosia i principali attori che operano all’interno del sistema scolastico (i pedagogisti, gli insegnanti, i militanti sindacali, i dirigenti, talora i responsabili scolastici) tentano in mille maniere di lottare nella pratica contro le disuguaglianze sociali nell’istruzione. Poiché il fallimento è non solo garantito ma documentato da decenni di insuccessi, di riforme sterili, occorre trovare un modo per fare i conti con la disuguaglianza di fondo annidata nel cuore del sistema scolastico, la si deve giustificare in un modo o in un altro per compensare le frustrazioni e lo smacco generati dalle sconfitte collezionate nella lotta contro la disuguaglianza scolastica.

Purtroppo, nella scuola, esiste un legame molto forte tra l’origine sociale e il successo scolastico. Purtroppo, queste disuguaglianze si accentuano col passare degli anni, aumentano man mano durante la scuola primaria, nel passaggio della scuola primaria alla scuola media, durante la scuola media, al momento della transizione dalla scuola media all’inserimento secondaria di secondo grado, e via dicendo. La scuola si rivela incapace di ricuperare il deficit iniziale, di lottare contro disuguaglianze, di ridurle. Malauguratamente, succede proprio il contrario. Le carenze, il divario tra i buoni allievi e quelli deboli invece di diminuire cresce. Al massimo è stabile, come lo si vede negli USA. Il divario nei punteggi nei test del NAEP degli studenti bianchi e di quelli afroamericani sull’arco di trent’anni non muta.

Una delle ultime trovate per lottare contro le disuguaglianze è la discriminazione positiva. Dobbiamo quindi chiederci : la discriminazione positiva corrisponde all’esigenza di giustizia scolastica? In altri termini, dobbiamo verificare se la discriminazione positiva contribuisce a migliorare l’uguaglianza delle opportunità oppure se questa politica, benintenzionata, resta sterile e impotente di fronte alle disuguaglianze sociali. Per Marie Duru-Bellat la discriminazione positiva si basa su un postulato iniziale errato, ossia è fondata sull’idea che tutti gli allievi siano ugualmente capaci e desiderosi di riuscire a scuola. Orbene, questo postulato è del tutto inverosimile. "Tutti gli allievi non sono ugualmente capaci: l’ambiente sociale dal quale provengono è molto disuguale e non tutti desiderano la stessa cosa, non hanno gli stessi obiettivi, non tutti si prefiggono di ottenere voti eccellenti a scuola, di essere promossi brillantemente per essere ammessi in filiere prestigiose". Le vere ingiustizie si situano in partenza, sono presenti già alla nascita, nella culla. I programmi di discriminazione positiva "sono simpatici ma non intaccano che marginalmente la scuola", non cambiano la sostanza delle cose, non modificano le regole del giuoco, non cambiano il destino.

"Un regime di puro merito sarebbe ipotizzabile, realistico?" si chiede Duru-Bellat. La risposta è inequivocabile: "Senza nessun dubbio, assolutamente no". Una scuola impostata in base al merito tradirebbe le missioni stesse del sistema scolastico, almeno di come lo intende una gran parte del corpo insegnante. Un sistema scolastico impostato in funzione del merito diventerebbe un sistema iperselettivo a scapito di tutte le funzioni educative.

"Si può allora fare a meno del merito?" Anche in questo caso la risposta della ricercatrice è netta: "Non lo so, non si può dire. Forse sì, forse no". Il merito non si può rimuoverlo, bisogna fare i conti con lui, ovverossia fargli perdere il carattere egemonico che ha nel discorso pedagogico e nel discorso politico sulla scuola. Il concetto di scuola giusta non è socialmente neutro. Tutte le indagini svolte sul sentimento di giustizia degli studenti dimostrano che i migliori studenti, i più bravi, sono favorevoli al merito, mentre invece i più deboli lo contestano e sono piuttosto favorevoli all’idea di uno zoccolo comune di conoscenze. [1]

Si deve quindi concludere che il consenso vigente attorno al concetto di uguaglianza delle opportunità è un concetto conservatore. "E’ persino pericoloso: perché interra, fa sparire, la questione delle disuguaglianze". Se mettiamo tutto in atto per realizzare l’uguaglianza delle opportunità, se questo è l’obiettivo delle politiche scolastiche progressiste, si finisce per battere la testa contro il muro, per favorire i privilegiati, che diventano i meritevoli. Le disuguaglianze ci sono, non si possono accantonare. Non basta creare un’uguaglianza delle opportunità e premiare poi i migliori perché sarebbero meritevoli mentre i perdenti non lo sarebbero. Non lo sono perché non sono stati capaci di approfittare dell’ "opportunità" loro offerta. Questa è proprio una politica conservatrice, per nulla progressista.
 


[1] Si veda a questo riguardo il volume "Les sentiments de justice à et sur l’école" a cura di Marie Duru-Bellat e Denis Meuret, Ed. De Boeck, Bruxelles, 2009

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Un computer portatile per ogni bambino povero
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TIC: un programma inglese per i ceti più diseredati

Un computer portatile per ogni bambino povero

BBC News, Norberto (13/01/2010)

270 000 famiglie povere in Inghilterra riceveranno un computer gratis

Description :

Come evitare la frattura numerica nella popolazione e l’apparizione di una nuova élite di iniziati e di addetti ai lavori? La disuguaglianza sociale di fronte all’istruzione nell’epoca dei computer si combatte prima di tutto fuori dalla scuola.

Rielaborazione di un articolo pubblicato dal servizio educazione della BBC News che annuncia il lancio di un programma voluto dal primo ministro Gordon Brown per dotare la popolazione povera di un computer e per facilitare ai bambini dei ceti poveri la scolarizzazione, sempre più modellata dalla TIC (o ICT).

Un compito per la politica scolastica: la prevenzione contro la discriminazione sociale di fronte all’istruzione provocata dalle nuove tecnologie

 

Il governo inglese ha capito che il miglioramento del rendimento scolastico comincia a casa. In un articolo pubblicato dal supplemento "Educazione" del servizio BBC News l’11 gennaio 2010 si annuncia che il governo inglese ha dato il via ad una operazione che fornirà a 270.000 famiglie povere residenti in Inghilterra un computer personale (laptop).

L’operazione permetterà alla maggioranza dei bambini più bisognosi di chiedere una borsa per ottenere gratuitamente un laptop nonché un collegamento a banda larga da casa. Questo programma sponsorizzato dalla presidenza del consiglio e dal ministro della pubblica istruzione mira a ridurre il divario digitale esistente tra bambini ricchi e poveri: i primi sono privati dei computer e i secondi invece dispongono di tutti i gadget elettronici di cui la scuola si serve a piene mani ormai.

Le disuguaglianze sociali di fronte all’istruzione si aggravano con le nuove tecnologie invece di ridursi. Si riscontrano non solo tra paesi ricchi e paesi poveri ma anche all’interno delle società opulente. Se non si intraprende nulla per combatterle, i sistemi scolastici produrranno in buona coscienza una società ancor più disuguale di quella attuale.

Si potrebbe riformulare l’analisi dal punto di vista economico, partendo dalle competenze richieste per sostenere un’economia competitiva, produttrice di ricchezze per tutti. In questo caso la riproduzione di una popolazione priva di competenze informatiche sembra avere, secondo gli economisti del capitale sociale, un’incidenza negativa sulla crescita del PIL e dunque della ricchezza nazionale.

Il laptop casalingo ha effetti stimolanti sugli apprendimenti scolastici

Un’indagine recente svolta dall’Istituto Inglese di studi finanziari [1] ha scoperto che il possesso di un laptop a casa determina un miglioramento scolastico pari a due classi nei punteggi conseguiti nelle prove strutturate in una materia scolastica alla fine della scuola dell’obbligo (le prove di stato alla fine della scuola secondaria di primo grado). Se ciò fosse verificato, allora non si potrebbe proprio più tentennare di fronte ad un programma socio-educativo come questo. 

Lungimiranza di Gordon Brown

La distribuzione di laptop gratuiti è da tempo uno degli obiettivi del primo ministro Gordon Brown che aveva già tentato un’esperienza del genere con un campione di famiglie povere quando era cancelliere, ossia ministro delle finanze, nel 1999.

Il progetto aveva ottenuto allora il sostegno di circa 60 ditte ma fu sospeso dopo sette anni. Il minimo che si possa ora dire è che il primo ministro Gordon Brown è coerente nelle sue idee.

Generalizzazione di un programma sperimentale

Il progetto appena iniziato si differenzia dal precedente perché è esteso a tutta la nazione e non solo a un campione ristretto di famiglie. Le famiglie povere ricevono gratis un laptop (lo devono però richiedere), di cui possono disporre liberamente, nonché un collegamento a banda larga gratuito per un anno.

Le famiglie possono in seguito decidere se vogliono o meno pagare l’abbonamento al collegamento a banda larga mentre possono tenersi il laptop. Non tutti i bambini che beneficiano del servizio di mensa gratuito a scuola, il criterio standard usato in Inghilterra per identificare i bambini poveri, riceveranno un computer. Nondimeno, tutte le famiglie con bambini in età dai sette ai 14 anni avranno diritto di chiedere una borsa per comperare un laptop e per richiedere una connessione a banda larga in una lista di fornitori approvata dallo stato.

La priorità sarà accordata in ogni modo ai bambini delle famiglie che ricevono un’ assistenza sociale nonché agli allievi che beneficiano delle prestazioni previste per gli allievi a rischio.

Adesione piena del Ministero dell’educazione

Il ministro dell’educazione Ed Ball ha dichiarato: "Le famiglie più bisognose non possono essere lasciate indietro nella rivoluzione numerica che sta ribaltando il mondo della scuola. Noi inglesi stiamo in testa nell’uso delle tecnologie in ambito scolastico e vogliamo restarci. Dobbiamo però confermare, con uno sforzo costante a tutti i livelli, questa determinazione per fare in modo che le TIC o le ICT diventino la colonna portante di ogni lezione nel programma della scuola elementare. Questa è la ragione per cui diventa assolutamente necessario investire 300 milioni di lire sterline (335 milioni di €) per attribuire agli allievi più bisognosi un accesso agli strumenti delle TIC non solo quando sono a scuola ma anche in casa".

Ed Ball ha poi proseguito dicendo:

"Non possiamo più ignorare i benefici sociali, economici e educativi che derivano dal fatto di essere collegati a Internet anche da casa. I computer non sono più un lusso riservato a pochi ma sono una parte essenziale dell’educazione e dell’istruzione scolastica come lo sono i libri, le matite e i quaderni".

L’annuncio del governo cade però male perché un’indagine recente svolta Inghilterra in 200 scuole primarie e scuole secondarie di primo grado ha dimostrato che l’80% delle scuole soffre di tagli considerevoli nel budget riservato alle nuove tecnologie. Un’altra indagine indica che soltanto il 14% delle scuole ha permesso ai propri insegnanti di seguire una formazione tecnica e di ricevere un sostegno informatico nel passato anno. Questo contesto contraddice i programmi governativi. Da un lato ci sarebbero intenzioni più che onorevoli e dall’altro invece una realtà meno brillante.

Commento

In questo contesto non è facile distinguere il bene dal male anche perché i risultati delle indagini vanno comprovati e le ricerche devono essere ripetute su vasta scala. Nondimeno, vale la pena sottolineare il valore dell’iniziativa del governo inglese. La decisione di distribuire un laptop alle famiglie povere in priorità non è il frutto di un’iniziativa del ministero dell’educazione ma è un programma voluto dal primo ministro in persona. Se si vuole che la popolazione nel suo insieme entri nell’era digitale è indispensabile attrezzare tutte le economie domestiche e creare le condizioni materiali che rendano possibile l’evoluzione tecnologica. Ciò sta succedendo a passi da gigante.

 

Credere che basti promuovere la diffusione delle nuove tecnologie nelle scuole per elevare le competenze digitali di tutta la popolazione di una nazione è del tutto illusorio, come lo è del resto laproposta di partire dalla scuola per fare valicare a una società intera il passaggio che immette nell’era digitale. Qui siamo di fronte a un problema di cultura generale che richiede una politica intersettoriale coerente da parte del governo. Non ci si può concentrare solo sulla scuola. Le TIC entrano nella scuola perché sono presenti ovunque, in tutta la società. La scuola non fa che prendere atto di cambiamenti radicali, profondi che modificano i comportamenti e trasformano le modalità di circolazione delle informazioni, di manipolazione dell’opinione pubblica, di governo della popolazione. 

 

È probabile, che a seguito di questa decisione, il mondo scolastico inglese evolverà più rapidamente di quello di altri paesi e si trasformerà in maniera assai radicale proprio perché alle spalle ci sarà una cultura generale in grado di sostenere una rivoluzione di questo tipo.

 

E in Italia?

 

Non posiamo evitare di porre questa domanda. In Italia finora non si solleva nemmeno questo problema, come se fosse del tutto inesistente. Il paese reale e quello politico forse non hanno nessuna attrazione per la competitività mondiale nel settore della scienza, della ricerca, della tecnologia. Perché darsi da fare quando si hanno tanti monumenti, tanti buoni prodotti, tanti luoghi benedetti da Dio? 

L’Inghilterra invece, poveretta, deve darsi da fare e preparare per bene le generazioni di domani. Il governo inglese ha dunque ben altre preoccupazioni di quelle del governo italiano. E’ giusto che si interessi delle competenze in lettura o in informatica dei suoi pupilli. In Italia forse tutto ciò non è necessario. Siamo in due mondi totalmente diversi.

Nella scuola italiana non si parla di poveri né di segregazione sociale, come se tutto filasse per il meglio. Del resto, un sondaggio personale svolto in varie regioni e province conferma che le autorità scolastiche e forse anche gli insegnanti non hanno nessuna idea di quanti allievi e studenti poveri ci siano nelle scuole patrie. Come si fa a contarli? L’anagrafe scolastica su questo punto è silente. Per sapere quanti poveri ci sono nelle scuole italiane di ogni tipo, di ogni provincia, di ogni quartiere, per conoscere chi è povero tra gli studenti, occorre passare per altre vie, molto tortuose. I poveri sono aiutati dalle anime pie, dalla buona volontà di una parte degli insegnanti, ma non con una politica. Si potrebbe essere più polemici in materia ma forse è meglio per ora fermarsi qui.


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L’inflazione scolastica causa d’ingiustizia
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Tutti laureati, e poi?

L’inflazione scolastica causa d’ingiustizia

Marie Duru-Bellat, Norberto (2/10/2009)

I limiti dell’espansione scolastica incontrollata

Description :

Comunicazione di Marie Duru-Bellat pronunciata il 17 settembre 2009 al convegno della rete europea di ricerca sulla transizione dalla scuola al lavoro sul tema "Youth transitions at risk? Insecurity, precarity and educational mismatch in the youth labour market", svoltosi all’IREDU, Università della Borgogna, Digione.

Non è vero che l’espansione scolastica sia di per sé un bene. La sociologa francese Marie Duru-Bellat continua a approfondire le conseguenze dell’espansione scolastica caldeggiata dalle organizzazioni internazionali e in primo luogo dall’OCSE e ovviamente molto ben vista dalle forze sindacali della scuola.

Tutti dottori? Tutti cavalieri? E poi? La corsa ai diplomi ingaggiata dalle politiche scolastiche e promossa dalle organizzazioni internazionali nonché da un'alleanza ibrida di economisti, pedagogisti e sindacalisti non si dirige forse verso un precipizio? Chi ne trae vantaggio? Tutti quanti oppure sempre i soliti privilegiati?

 

Marie Duru-Bellat analizza con finezza i dati prodotti dalle organizzazioni internazionali e dai sistemi d'informazione statistica francesi. Al di là di un certo limite, l'inflazione scolastica non sarebbe più benefica da un punto di vista economico ma sarebbe addirittura controproducente. Essa non genera più crescita economica come conclamano gli analisti dell'OCSE per esempio e molti altri economisti.

D'altra parte, all'interno dell'OCSE ci sono dubbi sul discorso riguardante i benefici economici dell'inflazione di diplomi. Per esempio, Duru-Bellat rileva che nell'insieme di indicatori dell'istruzione del 2006 [1] si afferma che al di sopra di una media di 7,5 anni di scuola gli effetti sulla crescita economica diminuiscono. Orbene, questa durata è di molto inferiore a quella che si registra già ora nei paesi dell'OCSE, che è di 11,8 anni! In altri termini si va a scuola già troppo, ben oltre il necessario per tenere un ritmo di crescita economico costante in tutti i paesi.

 

Peggiori sono però gli effetti sociali. Duru-Bellat si appoggia su Bourdieu e dimostra che l'inflazione scolastica facilita la riproduzione sociale. Poiché gli studi diventano più impegnativi, più selettivi, più lunghi e costosi, sono i figli delle " buone famiglie", delle famiglie benestanti, ben piazzate, a trarne vantaggio. I dottori, i laureati, finiranno per fare gli hostess sulla "Freccia Rossa" e annunciare in inglese che il treno sta entrando nella stazione di Bologna o sta arrivando al capolinea. Questo è il futuro meritocratico che aspetta molti laureati di domani. Il denaro pubblico stanziato per sostenere una scolarizzazione crescente e prolungata (tutti a scuola per molti anni) si spreca al servizio di ambizioni personali e della riproduzione delle disuguaglianze sociali.

L'articolo di Duru-Bellat, in inglese, è allegato.


[1] "Uno sguardo sull'educazione", 2006; "Regards sur l'éducation", 2006

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About Qualification Inflation